La fine di Schengen? Un pessimo affare economico

Europa
A border sign at the border post between Tyrol, Austria, and South Tyrol, Italy, seen from the Austria side on 19 January 2016. ANSA/ JAN HETFLEISCH

Lo smantellamento di Schengen rischia di costare troppo in termini economici. Ecco i costi legati a un eventuale ritorno dei doganieri in Europa

La fine del sistema Schengen ha un prezzo politico, culturale e sociale da pagare, rappresenterebbe il disfacimento di un progetto comune. I contraccolpi sul ritorno dei controlli alle frontiere, però, non avrebbero soltanto risvolti politico-culturali, ma inciderebbero inevitabilmente sui conti pubblici dei paesi coinvolti. Basterebbe considerare, ad esempio, l’impatto dei maggiori controlli sulle circolazione delle merci.

Già qualche giorno fa la Commissione europea, con le parole di Jean Claude Juncker, ha lanciato un allarme mettendo in risalto le conseguenze economiche (gravissime) per l’Unione europea. Ci sarebbe un “aggravio della disoccupazione – ha spiegato Juncker -, il prezzo sarebbe molto elevato e invece di un programma a favore di crescita e occupazione avremmo un programma contro”.

“Le stime sui costi di uno stop al trattato di Schengen – ha aggiunto Federica Mogherini da Davos –  sono impressionanti, tanto più considerando che l’Europa è in una difficile fase di ripresa economica”.

Insomma, meno Schengen equivale a più disoccupazione e meno crescita economica. Ma quali sono nel concreto i costi e rischi economici?

Marco Zatterin, sul quotidiano La Stampa, ricorda come il Fondo monetario internazionale quantificò l’effetto positivo legato all’introduzione di Schengen con un incremento di 1-3 punti percentuali sul Pil dell’Unione. Basterebbe soltanto questo dato per far venire i brividi su quali sono le conseguenze economiche della reintroduzione dei doganieri. Stiamo parlando di una zavorra di svariati miliardi.

D’altra parte, basti pensare che fermare un tir per un’ora alla frontiera equivarrebbe a un esborso extra di circa 55 euro (così è stato quantificato dallo stesso Juncker). Una cifra che dovrebbe essere moltiplicata per i circa 60 milioni di veicoli che ogni anno attraversano una frontiera.

E poi ci sarebbero tutti i costi legati alle merci cosiddette deperibili. Se si pensa, ad esempio, che la frutta spagnola esportata in Danimarca sarebbe costretta ad attraversare almeno 4 frontiere, si intuisce come per questa tipologia di merci possa esserci qualche difficoltà in più.

Per non parlare dei costi legati ai “pendolari”. I cosiddetti transfrontalieri che vivono in un Paese e lavorano in un altro sono infatti circa 1.7 milioni.  Per loro i controlli valgono fra i 3 e 4 miliardi l’anno. Cifra che sale a 5 miliardi per i 200 milioni di cittadini europei che passano almeno una notte in un altro Stato Ue.

Insomma, lo smantellamento di Schengen rischia di costare troppo in termini economici, non sarebbe di certo un affare, e il suo impatto economico sarebbe negativo da ogni punto di vista, soprattutto considerando la debole ripresa in corso del Vecchio Continente.

 

 

 

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