La fine del modello scandinavo? Una semplificazione falsa. Ecco perché

Immigrazione
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Dalla fine dei posti letto all’esaurimento delle scorte IKEA, dall’omicidio di una ragazza all’aggressione di una mamma con i figli: cosa c’è dietro i provvedimenti presi dai Paesi nordici per fronteggiare l’emergenza migranti

La Svezia è pronta a rimpatriare tra 60mila e 80mila migranti che hanno richiesto asilo nel 2015. La Danimarca ha approvato da poco una legge che prevede la confisca dei beni dei rifugiati oltre la soglia della 10mila corone. La Norvegia compra spazi pubblicitari sui giornali afgani invitando i profughi a non partire. La Finlandia inibisce il passaggio alle biciclette dai punti di frontiera con la Russia per bloccare la cosiddetta “rotta artica”. Stanno facendo discutere tutta Europa i provvedimenti che i paesi del Nord hanno intrapreso per fronteggiare l’emergenza migranti. Tanto da mandare mediaticamente in crisi il mito del modello di integrazione scandinavo.

Se proviamo ad analizzare quanto sta succedendo, però, è facile comprendere come sia del tutto fuori luogo interpretare questo passaggio storico come mero arroccamento per fazioni che caratterizza la politica urlata, soprattutto in Italia. C’è chi da destra registra un improvviso risveglio degli scandinavi dal torpore dei tempi dell’accoglienza e chi, da sinistra, grida allo scandalo e parla di bluff finalmente svelato. In realtà nessuna di queste due posizioni estreme e semplicistiche è corretta e, per capire cosa stia accadendo, occorre andare un po’ più a fondo della questione.

Come paradigma prendiamo in esame il caso del Paese più importante e popoloso dei quattro, la Svezia.

I numeri dell’esodo, in un Paese di nemmeno 10 milioni di abitanti
Solo nel 2015 Stoccolma ha ricevuto 163mila richieste d’asilo, il 55% delle quali sono state accolte. Nel 2014 i richiedenti asilo sono stati poco più di 81mila, il 13% del totale dell’Unione Europea. Questo numero corrisponde a 8,4 profughi ogni mille abitanti. Nel 2014, per fare un confronto, l’Italia ha accolto 64mila richiedenti asilo, “solo” 1,1 ogni mille abitanti. Il 71% dei migranti che sono approdati in Svezia sono uomini, il 29% donne e bambini. Il 90% delle richieste d’asilo provenienti da profughi siriani sono state accettate. Tutto questo in un Paese di nemmeno 10 milioni di abitanti.

Posti letto finiti e IKEA esaurisce le brandine
Questo incremento esponenziale ha avuto (e sta continuando ad avere) effetti economici e pratici giganteschi. Innanzitutto ci sono dei problemi logistici seri: manca lo spazio fisico dove accogliere i migranti, mancano i posti letto e già adesso i profughi in alcuni centri d’accoglienza sono costretti a dormire per terra. L’agenzia governativa che si occupa di immigrazione ha comunicato che in alcuni centri ha dovuto quadruplicare il personale dipendente e, per citare un dato che forse più di altri aiuta a capire la situazione, un portavoce di IKEA ha fatto sapere che a causa dell’alta domanda di mobili da parte di organizzazioni ed enti che si occupano di rifugiati, stanno esaurendo le loro scorte di brandine, materassi e coperte.

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Due fatti che sconvolgono l’opinione pubblica
Vi sono poi gli effetti sociali e politici, che non sono meno rilevanti. Due vicende verificatesi negli ultimi giorni, entrambe legate ai profughi, stanno scuotendo l’opinione pubblica svedese. Il primo è l’omicidio della 22enne Alexandra Mezher da parte di un 15enne rifugiato. La giovane di origini libanesi, neo-impiegata presso un centro di accoglienza a Molndal, alle porte di Goteborg, è stata uccisa a coltellate nel cuore della notte a causa di un banale litigio. Il secondo fatto è meno grave ma forse ancora più sconvolgente: l’aggressione da parte di un profugo tunisino ad una mamma che, insieme ai suoi due bambini, ha sventato il suo tentativo di scippo. Il video dell’accaduto è veramente agghiacciante e ha fatto il giro del web.

Le immagini dell’uomo che aggredisce la madre con i bambini ha fatto sì che il tunisino, poi arrestato, sia diventato in poche ore “l’uomo più odiato di Svezia” e rappresentano il più grande spot per chi si oppone alla politica dell’accoglienza. E veniamo qui alle conseguenze politiche di tutta questa vicenda. La Svezia, è vero, ha rappresentato fino ad oggi una sorta di paradiso dei migranti, disposti a fare un viaggio lunghissimo e pericoloso, attratti dal miraggio del permesso di residenza permanente garantito da Stoccolma ai profughi. Dal 1992 in poi, con il grande esodo provocato dalle guerre balcaniche, la Svezia si è fatta carico di un numero impressionante di migranti, garantendo loro un welfare dignitoso.

Gli effetti politici non possono essere ignorati
Davanti a tutto questo si è sviluppato, nel corso degli ultimi anni, un movimento politico di stampo identitario che ha visto accrescere il suo consenso fino ad arrivare in doppia cifra alle ultime elezioni del 2014. Le pressioni sul governo socialdemocratico si sono fatte sempre più forti e i fatti degli ultimi giorni sono la goccia che rischiano di far traboccare il vaso. L’opinione pubblica svedese (e così quella di tutti gli altri Paesi scandinavi) non può restare indifferente a quanto sta accadendo e le misure adottate dai governi, è inutile negarlo, sono anche una risposta a queste sollecitazioni. Nella classe dirigente dei nordici c’è la paura (fondata) che un perseguimento senza se e senza ma della politica dell’accoglienza possa portare, nel breve periodo, ad una deriva populista anti-immigrazione che sarebbe ben più dannosa e porterebbe a misure ben più drastiche di quelle messe in campo finora.

E’ dunque la fine del “modello scandinavo”? Meglio lasciare questa valutazione alle tifoserie di vario colore politico. Quel che è certo è che ciò che accade in Svezia, come in Danimarca, in Norvegia o in Finlandia, non può lasciare indifferenti e obbliga tutti, addetti ai lavori e non, a porsi delle domande. Il problema è che il tempo delle risposte è arrivato e non può essere rinviato.

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