La festa per le bombe anti-Isis contro l’ipocrisia del mondo occidentale

Reportage
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L’uso della forza è necessario, anche se non piace ai pacifisti e alla Chiesa. La festa dei cristiani in piazza ad Ankawa, ci fa capire perchè

Ieri, licenziando da Erbil il mio pezzo di cronaca, avevo insistito sulla notizia più importante: la liberazione di Qaraqosh (Baghdida, Hamdaniya) da parte dell’esercito iracheno. “Se è vero”, avevo scritto, anche dopo che il governo iracheno l’aveva dichiarato ufficialmente. Mai prendere in parola i governi in genere e quello iracheno in particolare: poi si è fatta sera, che qui arriva un’ora prima della sera vostra, e l’esercito ha precisato di aver occupato solo una parte della città.

Oggi, mentre scrivo, siamo più o meno allo stesso punto, ma la notizia era e resta quella. Ed è notevole che sia passata inosservata nella cristiana (in senso stretto e lato) Italia. Desidero farne l’occasione di un ragionamento ogni volta rinfocolato.

La fotografia di Neige De Benedetti che corredava il mio articolo mostrava una scena del campo cristiano di Erbil, vicino al quartiere di Ankawa che ospita la cattedrale di Mar Yusuf, San Giuseppe, e l’arcivescovado cattolico caldeo, oltre che le altre confessioni cristiane. Vi si vedeva una artigianale Madonna col bambino, dei panni stesi e un vero ragazzino che ci saltava davanti: un presepio di ennesimi profughi, due anni fa.

Ebbene, martedì sera e a lungo nella notte la notizia da Qaraqosh ha messo in piazza ad Ankawa una moltitudine di cristiani esuli, donne, uomini, bambini e preti e suore, che sono anche loro donne e uomini, altroché, a festeggiare.

Invece di descriverlo a parole, eccovi un paio di fotografie. (Le prendo dall’ottima agenzia curda Rudaw).

sofri-1Perché insisto su questo episodio di una guerra che resta lunga e tremenda? Per un fatto e per un principio. Il fatto è che anche i fedeli di questo antichissimo e originario cristianesimo hanno subito da parte del fanatismo sunnita dell’Isis un’aggressione spietata e genocida; che Qaraqosh, abitata in passato da più di 50mila persone, raddoppiate all’avvento del Califfato per la fuga da Mosul e dal contado, e svuotata di colpo all’arrivo dell’Isis il 6 agosto del 2014, era la città maggiore dei cristiani iracheni; e che la sua riconquista significa la restituzione alla comunità cristiana, che prenderà mesi e forse anni, e costerà forse altro sangue e certo fatiche enormi.

sofri2Questo è il fatto. Poi c’è il principio: che senza una forza schierata a difesa della vita e del diritto, la ferocia e il fanatismo trionfano e si fanno il video col piede calcato sul cadavere della propria preda inerme. I cristiani che ballano nelle strade di Ankawa stanno facendo festa alla cacciata militare dell’Isis dalla loro città. Le preoccupazioni, gli allarmi per il costo che la controffensiva tesa a sgomberare l’Iraq del nord e Mosul avrà ancora, e specialmente per la gente civile, sono giusti, necessari, angosciosi, a condizione che quando era il momento si sia gridato con la stessa angoscia all’allarme per tanta altra gente civile in balia della barbarie islamista dell’Isis, e si sia invocata una forza giusta da opporre alla sua violenza. I cristiani che festeggiano ad Ankawa non stanno sconfessando il loro vangelo, che esortava a porgere l’altra guancia, non la guancia altrui.

Ieri ho cercato l’arcivescovo ad Ankawa, ma è in viaggio. L’avevo incontrato, io come tanti altri, nei giorni più bui, per raccoglierne l’invocazione dolorosa ma risoluta: i bombardamenti aerei non bastano, vi imploriamo di venire e mettere i vostri piedi sul terreno. Era andato a invocarlo in mezzo mondo, al parlamento britannico, in America…A Roma non si possono dire parole simili. Roma, nella prima fase, la più terribilista e cruenta dello spettacolo macabro dell’Isis, aveva mandato il più provetto dei suoi diplomatici, il cardinale Filoni, il quale aveva inconsultamente ipotizzato il dialogo con l’Isis. Quanto al papa Francesco, mandava pensieri e preghiere e doni della sua speciale trepidazione e vicinanza alla comunità cristiana, e faceva appello al soccorso doveroso della comunità internazionale, ma arretrava come per istinto di fronte alla domanda inopportuna: «Anche con le bombe?», «Ah no, con le bombe no, ma…». sofri3In tutto questo tempo ho pensato a questo dilemma, all’arcivescovo di Mosul o ai preti di Aleppo o agli attendati nei campi e al papa Francesco che volle scongiurare l’impiego della forza – ma tardo! e prudentissimo!- in Siria, e poi in Siria vennero altre decine di migliaia, centinaia di migliaia di vittime, e stanno continuando.

Sono tentato di concludere che ai papi, specialmente ai più buoni e accorati, andrebbe applicato per estensione il precetto evangelico di non dare scandalo ai fanciulli, e che quando è indispensabile bisogna bombardare, ma senza dirglielo. È affare di Cesare, degli americani, dei francesi, dei canadesi e degli italiani – ma solo per la ricognizione, eh!- o, dall’altra parte, di Assad e di Putin, quelli che non hanno pope da non rattristare, anzi: il loro Dio riconoscerà i suoi.

E i pacifisti, quelli che di nuovo si allarmano perché la parola torna alle armi – le armi della coalizione, perché le armi dell’Isis non hanno mai taciuto – non sono anche loro candidi come colombe e come papi? Eh no! Loro non abitano a Santa Marta, dove il pianto e le esplosioni arrivano attutite. Loro si espongono, manifestano, riempiono piazze contrapposte alla piazza di Ankawa in cui i cristiani pregavano e cantavano ieri sera. Loro manifestavano ancora quando Srebrenica era già avvenuta, perché non avvenisse la liberazione – con le bombe! dal cielo! – di Sarajevo.

Ho appena letto l’ultimo comunicato dei promotori della marcia Perugia-Assisi: «Abbiamo espresso la nostra preoccupazione per le guerre e le stragi che si susseguono nel mondo. Aleppo o Mosul non fa differenza! La guerra è un crimine insopportabile. Sempre e comunque. Condannare i bombardamenti su Aleppo e inneggiare per quelli su Mosul è un’ipocrisia. A finire sotto le bombe è sempre la povera gente. Per questo abbiamo marciato da Perugia ad Assisi». Tutto bene, salvo un dettaglio: «per questo» bisognava che marciassero da Perugia ad Aleppo, o a Mosul. Assisi, per il momento, era già al sicuro. Queste righe, come si dice, riguardano solo le mie opinioni.

sofri4Ieri, mentre ero qui a Erbil e guardavo la festa dei poveri cristiani, dei cristiani poveri, mi è tornato in mente il rovello di tutti questi giorni, nonostante la lontananza, un’altra delle notizie che nel nostro Paese strappato fra il sì il no non trovano una fessura: che a Srebrenica è stato eletto il nuovo sindaco, ed è un serbo-bosniaco. Srebrenica, il santuario del genocidio contro i bosniaci musulmani perpetrato dai serbo-bosniaci, fu assegnata già con l’accordo di Dayton all’«entità» degli aguzzini cetnici. Adesso il rito elettorale ha perfezionato l’affare: c’è un sindaco serbobosniaco.

Le madri di Srebrenica, che invecchiano e sono destinate a passare, stanno lì, sulle loro tombe, come i fiori di ogni 11 luglio che il sole fa appassire già il 12 di luglio. Ecco come il pacifismo e la diplomazia promettono di ridisegnare la carta del Vicino Oriente, cent’anni dopo gli altri cimiteri e l’altro disegno.

(Leggi qui i reportage precedenti pubblicati l’11, il 16, il 18 e 19 ottobre)

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