La Festa del Cinema di Roma 2016 a metà percorso: cosa è successo finora

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Siamo stati alla Festa del Cinema di Roma e tra red carpet, anteprime e lamentele degli spettatori, vi raccontiamo i film che ci hanno più impressionato

Giro di boa per la Festa del cinema di Roma; la kermesse che si tiene annualmente all’Auditorium Parco della Musica di Renzo Piano è arrivata alla sua undicesima edizione, anche se nella percezione della gente sembra più giovane. “Sarà che non ha ancora raggiunto il blasone di altri festival internazionali, come quello di Berlino”, ci dicono degli studenti di cinema in fila da quasi un’ora, il tesserino dell’abbonamento ben in vista intorno al collo, con la speranza di poter assistere alla proiezione del documentario di Werner Herzog, Into the Inferno. La coda per chi ha il  biglietto invece è quasi inesistente: “hanno gestito male tutta la questione – si lamenta un addetto ai lavori con una telecamerina GoPro fissata su un piccolo cavalletto monopiede che tiene a portata di mano per fare delle panoramiche del redcarpet oltre la vetrata – chi ha l’abbonamento, oltre a non aver garantito l’accesso agli spettacoli qualora dovesse mettersi tardi in fila, una volta dentro non sa dove sedersi. Dovunque ti siedi può arrivare qualcuno con il biglietto e farti alzare: l’altra sera la gente continuava ad arrivare a film cominciato…”.

L'Auditorium Parco della Musica di Roma

L’Auditorium Parco della Musica di Roma

E in effetti questa sensazione di disorganizzazione generalizzata la proviamo anche noi una volta entrati nella sala Petrassi. Prima che cominci il film è un continuo via vai di persone che cercano sedie libere, spettatori con il biglietto che rivendicano il loro posto, gente costretta ad alzarsi con le luci in sala già spente. “Sarebbe stato facile ovviare a questi inconvenienti: per esempio far ritirare i biglietti anche agli abbonati, fino a esaurimento posti”, ci dice il giorno dopo un giornalista seduto accanto a noi; nonostante questi inconvenienti il suo bilancio del festival è positivo: “Quest’anno devo dire che non ho ancora visto un film brutto… A parte forse qualcosa di italiano… Ecco, quello di Vicari non mi è piaciuto per niente: trama e scrittura inconsistenti…”.

I primi cinque giorni di festival hanno già visto i red carpet di Oliver Stone, Micheal Bublè, Tom Hanks, Jovanotti e quello di Viggo Mortensen, che ieri sera ha presentato Captain Fantastic, dell’americano Matt Ross, pellicola che ha già fatto incetta di premi in giro per i festival e intorno alla quale era montata una ragguardevole aspettativa.

 

Il film racconta le vicende di una famiglia che vive in una sorta di isolamento autoimposto dalla società; il padre (Ben Cash), interpretato appunto da Viggo Mortensen, incarna la figura dell’individuo che si contrappone alle perversioni del mondo capitalistico, e cresce i figli al riparo dell’ideologia mercificante del mondo urbanizzato.
Ma se la pellicola regge bene nella prima parte, incentrata sulla presentazione di questa piccola comunità fuori dagli schemi, sull’aspetto pedagogico che lega il padre ai figli e sul corto circuito linguistico (e concettuale) che si verifica nell’incontro tra i bambini di Ben e i loro coetanei “cittadini”, meno convincente risulta il modo in cui si compone la vicenda: molto tirata per le lunghe e vagamente smielata e conciliante sul finale.

Ma sono molte le pellicole che in questi giorni hanno ottenuto il consenso del pubblico e degli addetti ai lavori; ne abbiamo scelte tre che ci hanno particolarmente convinto: un film d’animazione, un documentario e una commedia. Tre lungometraggi che all’apparenza non hanno nulla in comune, ma legati da un respiro che si proietta ben oltre la semplice evenienza di un festival cinematografico.

Louise en Hiver
Film d’animazione del 2016 scritto e diretto da Jean-François Laquionie, Louise en Hiver racconta la storia dell’anziana Louise, che trascorre le vacanze nella località balneare di Biligen e che, finita la villeggiatura, perde l’ultimo treno per tornare in città. L’alta marea taglia tutte le vie di comunicazione e la signora è costretta a passare un anno intero in quello che diventa a tutti gli effetti un luogo fantasma, non solo geografico ma anche dell’anima.
Il tratto delicato e impressionista che caratterizza il lungometraggio dà corpo a una narrazione in bilico tra sogno, fiaba, e metafora esistenziale, riuscendo, con una poeticità garbata ma non per questo meno “abissale”, a indagare nel profondo il personaggio di Louise, specchio della condizione umana.

Into the Inferno
Werner Herzog, attraverso la guida del vulcanologo Clive Oppenheimer, ci conduce nelle profondità più inquiete e potenzialmente devastanti del nostro pianeta: quelle dei vulcani. Con uno sguardo capace di tenere insieme antropologia e geologia, Herzog si conferma uno dei più acuti “filosofi” contemporanei, componendo un documentario in cui il mito e la scienza si armonizzano restituendoci un quadro onnicomprensivo del mondo. Dall’Islanda fino alla Corea del Nord, i mostri di lava che Herzog e Oppenheimer ci presentano riescono infatti a parlarci non solo dei luoghi che sovrastano, ma anche dell’uomo che li abita.

Sing Street
Scritto e diretto dall’irlandese John Carney, Sing Street racconta il percorso di formazione del giovane Conor, costretto a cambiare scuola dai genitori e ben presto risucchiato in un vortice di problematiche apparentemente insormontabili. L’invaghimento nei confronti della quindicenne Raphina (di un anno più anziana di lui), e la decisione di mettere in piedi una band per conquistarla, sarà il motore che spingerà il giovane a strutturare la sua personalità per affrontare il mondo circostante. Il merito della pellicola di John Carney è quello di saper raccontare in maniera esilarante alcune dinamiche dell’adolescenza e con uno sguardo da insider (Carney è anche un musicista pop) quelle che sottendono alla formazione di una gruppo rock, costruendoci sopra una serie di gag irresistibili e dei personaggi credibili. Sul finale la pellicola derapa verso lidi da soap americana, ma nel suo complesso resta una prova godibilissima.

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