La Fed rialza i tassi: “È la fine di un’era straordinaria”

Economia
Federal-Reserve-1

Dopo nove anni di tassi azzerati, la Banca centrale statunitense cambia rotta, un segnale che testimonia la fine definitiva della crisi

In dodici attorno a un imponente tavolo di mogano e granito, lungo oltre 8 metri, all’interno di una maestosa sala riunioni con vista sul Mall di Washington. È esattamente lì, nella sede della Federal Reserve, che è stata presa la decisione che influenzerà l’intero mondo economico e finanziario: il rialzo dei tassi d’interesse americani. La politica monetaria degli Stati Uniti cambia rotta per la prima volta dopo nove anni.

L’aumento, il primo dal 2006, secondo il presidente della Federal Reserve Janet Yellen “segna la fine di un’era straordinaria e riflette la fiducia nel fatto che l’economia continuerà a rafforzarsi”.  Secondo il numero uno della Fed, l’aumento “modesto” del costo del denaro è stato appropriato e “le prossime mosse dipenderanno da come evolverà l’economia americana”.

Si esce dunque da un’era di tassi a zero iniziata esattamente 7 anni fa, il 16 dicembre 2008, con l’allora governatore Ben Bernanke per entrare in un percorso di normalizzazione dei tassi. Così, mentre tutte le altre banche centrali (compresa quella europea) vanno nella direzione opposta, la Federal Reserve scegli di aumentare il costo del denaro. Una scelta quasi obbligata visto che ormai i numeri macroeconomici non giustificavano più tassi d’interesse così bassi, allo 0-0,25%.

Per comprendere a fondo l’anomalia dei tassi rispetto all’andamento dell’economia basterebbe infatti osservare gli anni precedenti alla crisi del 2007, quando a un livello di disoccupazione del 5% corrispondeva un tasso di interesse molto più alto di quello attuale.

Il percorso sarà comunque graduale e non sarà automatico come era avvenuto per l’ultimo rialzo dei tassi, nel 2006 con il governatore Alan Greenspan. Tanto che le principali case d’affari americane, per l’intero 2016, ipotizzano una politica ancora accomodante: altri tre piccoli incrementi a partire da marzo.

E sarà proprio questo graduale rialzo a non far perdere credibilità alla Fed (più volte ha lasciato intendere che avrebbe aumentato i tassi entro il 2015) e allo stesso tempo allontanare una reazione shock dei mercati, rassicurati proprio da questo aumento lento e progressivo.

Tuttavia, sono diversi i pessimisti che giudicano azzardata la mossa della Yellen. Per alcuni economisti non era ancora il momento di alzare i tassi a causa dei rischi legati alla mossa di oggi. A loro giudizio, l’economia statunitense non sarebbe ancora pronta e la continua discesa delle materie prime, unita all’aumento del dollaro – provocato proprio dal rialzo dei tassi – potrebbe danneggiare fortemente la ripresa. Per dare l’idea dell’eventuale impatto sull’eportazioni americane basta considerare l’andamento del Pil: dall’inizio di quest’anno il prodotto interno lordo a stelle e strisce è salito del 2,2%, molto meno del 2,9% che avrebbe invece raggiunto senza il rallentamento dell’export.

Un’altra preoccupazione è rappresentata dai Paesi emergenti: l’aumento dei tassi potrebbe danneggiare quelli fortemente indebitati in dollari, scatenando svalutazioni a catena, crisi e panico per ripagare i debiti in valuta americana (Paesi come Turchia, Russia e Messico, hanno infatti un’elevata esposizione proprio nel biglietto verde e rimborsare la loro montagna di debiti diventerebbe più difficile).

 

composizione fed

Vedi anche

Altri articoli