La fase due di Renzi piace alla minoranza. E D’Alema resta ancora più solo

Referendum
Massimo D'Alema al Tempio di Adriano per presentare il suo libro  "Non solo euro", Roma, 18 marzo 2014. Sulla destra il presidente del Consiglio, Matteo Renzi.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

I toni più soft del premier sveleniscono il clima nel Pd e fanno crescere i Sì nei sondaggi

Negli ultimi giorni attorno al tema delle riforme si sono realizzati molti falsi movimenti. A volte, però, in politica un cambio di tono, la volontà di non alimentare polemiche, segnali di disponibilità al confronto servono più di atti concreti. E così sta accadendo a proposito del tentativo di Matteo Renzi di svelenire il clima attorno al referendum costituzionale.

Nei giorni scorsi, il premier ha abbandonato le posizioni barricadere sulla possibilità di spacchettare il quesito e di rivedere l’Italicum. Sia chiaro, non ha certo abbandonato la propria posizione: per Renzi la scheda che gli elettori si troveranno davanti dovrebbe essere solo una (e possibilmente con un quesito posto nella maniera più semplice possibile) e la legge elettorale deve mantenere il premio di maggioranza alla lista. Ma a palazzo Chigi è maturata l’idea che non valga la pena di accentuare divisioni che, probabilmente, non porteranno da nessuna parte. Perché per lo spacchettamento – come si sta vedendo in questi giorni – non ci sono le firme necessarie in parlamento (ammesso che poi Cassazione e Consulta lo consentano) e attorno alla modifica dell’Italicum qualsiasi discussione appare ancora prematura. Meglio, insomma, tirarsi fuori da inutili polemiche.

A guadagnarci sono, prima di tutto, i dati dei sondaggi. Le ultime rilevazioni mostrano che più si entra nel merito della riforma e più i Sì al referendum crescono. Ma è un circolo virtuoso nel quale gioca la propria parte anche il clima politico, tornato a migliorare soprattutto dentro il Pd. La minoranza, infatti, ha apprezzato il tono nuovo di Renzi e adesso torna a valutare la possibilità di esprimersi a sostegno del Sì. Quello che da quelle parti si chiede a Renzi, adesso, è un più chiaro segnale di disponibilità a modificare la legge elettorale, rimandando comunque a dopo la celebrazione del referendum una discussione più di merito, così come auspicato dallo stesso premier.

Con Pier Luigi Bersani tornato più attendista, a sparare ad alzo zero su Renzi e sulle riforme sembra sia rimasto ormai solo Massimo D’Alema. Dopo i durissimi attacchi al testo approvato dal parlamento, oggi la contesa si è spostata sui rapporti tra politica ed economia, con Renzi che punta il dito contro “qualche governo di sinistra che ha privatizzato la Telecom facendo un regalo ai capitani coraggiosi” e il presidente di ItalianiEuropei che reagisce piccato: “Renzi potrebbe parlarci delle fughe di notizie sul Banca Etruria e dell’insider trading. Questo e’ un argomento che forse lui conosce meglio…”. Ma, fanno notare all’interno della stessa minoranza, l’ex premier ormai non ha “più nessun parlamentare suo” e anzi “quelli che erano dalemiani ora sono i primi a prenderne le distanze”. L’attivismo del presidente della Feps a sostegno del No è stato visto quindi come una fuga in avanti che in molti dentro il Pd non si sentono di compiere, almeno non ancora.

Sullo sfondo rimane infatti la prospettiva del congresso. Che, ormai appare chiaro a tutti, difficilmente potrà essere celebrato entro quest’anno, come lo stesso Renzi aveva già fatto intendere. E difficilmente prima del referendum anche il candidato in pectore della minoranza Roberto Speranza ufficializzerà la propria discesa in campo contro l’attuale leader. Certo, anche nelle Feste de l’Unità che iniziano a celebrarsi lungo il Paese l’ex capogruppo sarà uno dei protagonisti, ma appaiono troppi i nodi ancora da sciogliere prima di aprire lo scontro diretto, dai tempi di celebrazione dell’assise a quelli della fine della legislatura, tanto per fare due esempi molto concreti.

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