La deportazione dei clandestini: la grande paura di New York

Americana
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Quarto giorno di marce contro Trump negli Stati Uniti in difesa dei diritti. Il timore di “diventare un paese nazista”

NEW YORK – Melyssa lascia parlare il suo cartello. È un avviso specifico: “Nascondete i vostri figli/nascondete le vostre mogli/perché Trump li deporterà tutti (o li forzerà a portare via i propri figli). Stop alla cultura del rapimento, Mr President”. Se le chiedi di spiegare, lo fa con poche parole: “In questo paese ci sono 12 milioni di clandestini, molti hanno figli nati qua che sono cittadini americani e hanno diritto a restare. I loro genitori no. Quindi sarà caccia al clandestino, per cacciarlo, e chi se ne frega se questo trauma segnerà le loro vite”.

 

Melyssa è sell assistant (assistente alle vendite) in un importante grande magazzino di Manhattan, è bianca ed è cittadina americana. Ma ci sono un sacco di ottimi motivi per essere qui di sabato, Union Square, 14 strada, la sede dell’Università di New York dove la Race Against Trump si è data appuntamento per il quarto giorno di fila.
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 Qualche metro più in là Jane, architetto a Manhattan, sorregge a sua volta un grande cartello, fatto in casa come la maggior parte di quelli qui intorno: “Quando il governo teme il suo popolo, c’è libertà. Quando il popolo ha paura del suo governo, è dittatura”. I rischi, aggiunge, “in questo momento sono molteplici. Ma il più pressante è quello degli immigrati irregolari: ci saranno deportazioni, ho amici terrorizzati all’idea di dormire in casa. Ha fatto bene il sindaco De Blasio a dire subito parole chiare, cioè che lui non darà mai le liste dei clandestini. Ma l’America non è New York…”.

 

Per il quarto giorno di fila i cinque sobborghi di New York, dal Bronx fino a Queens, da Brooklyn ad Harlem (Clinton ha avuto la maggioranza ovunque, esclusa Staten Island), si danno appuntamento a Union Square, la piazza sulla 14esima dove ha sede l’Università di New York diventata la cabina di regia di un movimento nato sui social ma a cui serve un quartier generale dove incontrarsi e vedersi.

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In fondo New York è anche questo dopo la vittoria di Trump: una gigantesca seduta di autocoscienza collettiva dove è necessario elaborare, possibilmente parlando con gli altri, il lutto e “la vergogna di queste elezioni”. Nelle scuole, dalle high school alle università, i professori hanno un compito: parlare di elezioni con i ragazzi. “Make sure you talk about election” è la rassicurazione di presidi e capi dipartimento.  “Dopo 16 mesi di campagna elettorale in cui ne hanno sentite dire di ogni tipo, muri contro gli immigrati, deportazioni di clandestini, cancellazione delle coperture sanitarie, per non parlare di pussy, scandali ed altro, è chiaro che i ragazzi sono sconvolti e terrorizzati nel vedere che ha vinto un uomo che ha fatto di tutto per essere dipinto come un mostro” spiega Karin, insegnante di high school nell’Upper West Side.Dunque New York si ritrova e si mette di nuovo in marcia. Come fanno in tutte le altre grandi città americane dove la Race Against Trump continua a raccogliere consensi e simpatizzanti nonostante i tweet sarcastici del nuovo presidente.

 

L’appuntamento è alle 12 in piazza. Verso le 13 la partenza lungo la Quinta avenue: la polizia ci prova a contenere, con le transenne, la folla nella grande piazza. Ma non c’è spazio. I numeri sono importanti, forse più di quelli di mercoledì sera. Qualcuno ricorda le marce per la pace ai tempi dell’Iraq. Il paragone con Occupy Wall Street non regge: molto politicizzato quello; trasversale, laico, intergenerazionale questo.

 

C’è un tema che sembra essere più urgente degli altri: quello dell’immigrazione. Trump ha promesso di mandare a casa i clandestini che vivono negli Stati Uniti. E se anche molti di loro hanno figli nati in America e dunque a tutti gli effetti cittadini americani, pazienza: o si portano via anche i figli oppure vanno via solo i genitori. “Gli immigrati clandestini saranno perseguitati come gli ebrei durante il nazismo e l’America rischia di diventare un paese razzista. Questo non è tollerabile, che vergogna” aggiunge Karin, l’insegnante che non sa più che parole usare con i suoi allievi. È arrabbiata, anche, per non aver capito quanto l’America – non certo New York – possa essere razzista.
Venerdì mattina il sindaco Bill De Blasio ha chiarito che “non consegnerà mai le liste dei clandestini”. Può sembrare un controsenso, ma molti dei clandestini in questo paese pagano le tasse locali perchè lo vedono come un modo per arrivare ad avere la cittadinanza. Ecco perché esistono, nei fatti, le liste dei clandestini, con nome, cognome, indirizzi delle abitazioni. Amy è residente in questo stato e ha appena terminato la facoltà di legge. “Io capisco – dice – che bisogna regolarizzare  e fare ordine in nome di diritti e doveri di tutti. Anche Obama ha fatto le espulsioni forzate, fin dal 2012. È stato un compromesso con il Senato (repubblicano, ndr). Ma da qui a pianificare rastrellamenti e deportazioni casa per casa, ce ne corre.

 

Tra l’altro, Mr Trump dovrebbe sapere che senza di loro la nostra economia andrebbe in sofferenza di mano d’opera”. Liam, studente in scienze politiche alla NYUni, è sicuro: “Saranno loro il primo target”. Lee, informatico, bianco, dice di essere “qui a protestare soprattutto per loro”. E comunque, aggiunge, “se questo paese diventa totalitario, me ne vado”. Sylvia, 11 anni, saltella felice accanto alla sua mamma e tiene stretto un cartello grande che giura di aver fatto da sola. C’è scritto: “We are stronger together/ together We stand/stand up for what is right”. Sono gli slogan della campagna di Hillary Clinton. Sylvia ci crede, le è piaciuta tanto quella storia del soffitto di cristallo che va in frantumi. È rimasta malissimo e la mamma l’ha portata alla manifestazione per farle capire che “sono tanti i delusi”.

Marciano famiglie, bambini, nonni con nipoti. Non c’è nulla di violento. “Finché marciano di giorno andrà sempre bene” ragiona un poliziotto della Nypd. “Il problema sarà quando decideranno di muoversi con il buio”. Alle cinque il corteo è sotto la Trump Tower, il grattacielo residenza del costruttore ma anche conduttore tv Donald J. Trump. “America is not a reality show” ricorda un cartello al mattatore di The Apprenctice.  Il regista Michael Moore è riuscito ad entrare nel grattacielo nonostante la blindatura militare. Da un megafono assicura che “Trump non andrà oltre i due anni di mandato”.Ma c’è da fare i conti prima di tutto col presente. Trump ha vinto, nonostante gli oltre due milioni di voti in più ottenuti dalla Clinton. Indietro non si torna. Queste marce però ricordano al presidente che deve fare i conti anche con l’altra metà del paese che non l’ha votato. E non è un caso che già oggi gli immigrati in marcia sembrano molti meno di due giorni fa.

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