La democrazia in pericolo nel cuore dell’Europa?

Scenari
visegrad

Per la per prima volta l’Ue avvia una procedura sullo Stato di diritto nei confronti di un paese membro

Visegrad è la cittadina ungherese dove nel 1991 nacque l’omonimo gruppo. Il primo ministro magiaro Jozsef Antall e i presidenti polacco e cecoslovacco, Lech Walesa e Vaclav Havel, ne firmarono l’accordo istitutivo.

La loro idea era semplice. I tre paesi – divenuti quattro nel 1993 dopo la scissione tra Repubblica ceca e Slovacchia – avrebbero dovuto coordinare le proprie azioni in funzione, dopo l’obiettivo comune della lotta al comunismo, di un’altra sfida che li avrebbe riguardati: l’ancoraggio a Occidente.

Da quando l’obiettivo è stato agguantato, il gruppo Visegrad ha iniziato a perdere coesione. Non ha saputo rinnovare la sua funzione e aggiornare la sua missione. Almeno questo è stata la percezione che più è circolata, nel corso degli ultimi anni, tra quanti osservano da dentro o da fuori l’Europa centrale.

Ora però la crisi dei rifugiati – la ridistribuzione all’interno dell’Ue è stata criticatissima, nella meno umorale delle reazioni – e le pulsioni populiste che arrivano da Varsavia e Budapest, con la prima che vorrebbe importare un po’ degli esperimenti statalisti e decisionisti promossi da Victor Orban nella seconda, hanno trascinato i paesi dell’area Visegrad in un unico vaso, colmo di un impasto di nazionalismo, autoritarismo, fastidio nei confronti della separazione dei poteri, tendenze xenofobe. In altre parole, la tesi che si fa strada è che in questo spazio i pilastri della democrazia liberale e il senso profondo dello stare in Europa stiano oscillando pericolosamente.

Ma è davvero così? Prima, forse, è il caso di fare chiarezza sul “blocco” dell’Europa centrale. Smontando proprio questa stessa idea di “blocco”. Non si corre sullo stesso filo. La crisi politico-militare in Ucraina ne è un esempio. La Polonia sostiene convintamente le autorità di Kiev e la politica sanzionatoria dell’Ue; l’Ungheria e la Slovacchia la reputano invece del tutto sbagliata; la Repubblica ceca tende verso Mosca con il presidente Milos Zeman e ha un approccio più severo a livello di governo.

Sull’euro è un altro andare in ordine sparso. La Slovacchia lo ha adottato nel 2009 e pensa che questa sia stata la scelta giusta. La Repubblica ceca ha avuto nell’ex presidente Vaclav Klaus uno dei critici più severi della divisa comunitaria, ma ora – anche su pressione di Skoda, ovvero di Volkswagen – sta avviando una discussione. La Polonia compra tempo, l’Ungheria ancora di più.

Chiarito questo, si può tornare al punto precedente. Conviene rovesciare il discorso. Più che di svuotamento dei principi democratici, è forse più opportuno mettere l’accento sul fatto che il processo di radicamento della democrazia non si è ancora del tutto completato. Questi paesi sono usciti dal comunismo sono un quarto di secolo fa e hanno assorbito l’acquis communautaire a tappe forzate. La tecnica è andata spedita, il ricambio della classe dirigente e la rivoluzione delle mentalità non è potuto stare al passo.

Il piglio decisionista e muscolare degli Orban e dei Kaczynski, del primo ministro slovacco Robert Fico e del presidente ceco Milos Zeman potrebbero essere inquadrati anche in questa dimensione e visti quindi non come reazioni alla democrazia (per la quale Orban e Kaczynski si sono battuti mettendosi in prima linea al tempo del comunismo), ma al modo in cui essa si è andata stratificando oltre la vecchia cortina di ferro.

Tutto questo ha una sua evidente variabile economica, e non può essere diversamente. Il mercato, gli investimenti dall’estero, i fondi strutturali europei hanno trasformato questi paesi. A livello statistico non c’è dubbio: in meglio. La Polonia e la Slovacchia, da quando sono entrate in Europa, hanno raddoppiato il Pil. Ungheria e Repubblica ceca sono cresciute meno, ma anche la loro curva è rimarcabile. Si sta espandendo, ovunque, il perimetro della classe media. Il processo di convergenza con la “vecchia” Europa prosegue, anche se forse più lentamente del previsto. Ci sono unità territoriali dell’Est che superano ormai il nostro Mezzogiorno.

La crescita europea nel 1995-2012. NMS-10 indica i dieci paesi dell’Europa centro-orientale entrati nell’Ue tra il 2004 e il 2007.   Dati del Vienna Institute for International Economic Studies.

La crescita europea nel 1995-2012. NMS-10 indica i dieci paesi dell’Europa centro-orientale entrati nell’Ue tra il 2004 e il 2007. Dati del Vienna Institute for International Economic Studies.

Eppure questo fluire del progresso non è stato segnato dall’ordine assoluto. La transizione ha generato grandi scosse sociali. Ha creato vinti e vincitori. Oggi i vinti pretendono più giustizia sociale e i vincitori vogliono più welfare. Orban e Kaczynski hanno saputo intuire questi bisogni e le loro proposte – più Stato e più nazione, meno capitale straniero e meno “ingerenze” europee – hanno raccolto molti voti. La Slovacchia va alle urne a marzo e il copione potrebbe essere lo stesso, anche se Fico, che potrebbe vincere di nuovo, non è di destra come Orban e Kaczynski, che stavolta non ha voluto poltrone, ma dirige impettito l’orchestra di governo della Polonia.

Il prossimo passo? Non ci saranno rotture. Questi paesi vogliono rinegoziare il rapporto con Bruxelles, meglio dire rimodulare, senza tuttavia minarlo. Del resto l’Europa li nutre direttamente con i fondi strutturali e indirettamente con gli investimenti dei gruppi industriali e finanziari tedeschi, francesi, olandesi e ovviamente italiani. Anche se questo non deve prendere la forma di ricatto: sarebbe grave.

Bruxelles, da parte sua, potrà bacchettare, richiamare all’ordine o lavorare anche solo di bastone. Come è successo oggi con l’annuncio dell’avvio di una “valutazione preliminare” sulle riforme dei media e della Corte costituzionale in Polonia. I paesi interessati potranno non ascoltare e tirare la corda, ma in una qualche misura si adegueranno o cercheranno compromessi a loro non sfavorevoli. Ma queste sono le regole e le tensioni del gioco. Il guaio è se non dovessero funzionare.

 

(Nella foto Antall, Walesa e Havel firmano l’accordo che istituisce il gruppo Visegrad ©Peter Antall, Wikipedia)

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