La débâcle di Sinistra italiana sconfessa i vertici di Sel

Amministrative
Stefano Fassina (s), Nicola Fratoianni e Giorgio Airaudo durante un incontro sul Job Act con una delegazione RSU Lombardia, su una terrazza di Palazzo Montecitorio, Roma, 25  novembre 2014. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Le amministrative dimostrano come la linea della rottura con il Pd di Renzi voluta dai leader nazionali li conduce in un vicolo cieco

Il primo turno delle elezioni è passato e il giorno dopo molteplici sono le analisi sui risultati nei comuni italiani. Un dato evidente è l’inconsistenza dimostrata dal progetto politico di Sinistra italiana. Già da mesi si dibatte sugli spazi a sinistra del Pd, su come una forza possa conquistarli e avere percentuali, almeno, a ridosso della doppia cifra. Dall’inizio, in seno agli esponenti di quell’aria politica è stato aperto un dibattito sull’opportunità di chiudere con le alleanze con i dem o continuare a sostenere candidati unitari del centrosinistra.

Le due aree politiche governano insieme in moltissime città e regioni, spesso queste esperienze sono veri e propri modelli di buona amministrazione, come ribadito mesi fa attraverso una lettera dai sindaci d’area Doria, Pisapia e Zedda. Questa linea è stata respinta dai vertici nazionali di Sinistra italiana, ma le urne sembrano confermare che questa sarebbe stata invece la scelta giusta.

Dove la sinistra ha deciso di allearsi con il Partito democratico i risultati si sono visti, Milano e Cagliari su tutti, mentre dove ha deciso di correre da sola non ha avuto risultati soddisfacenti. L’eccezione è Napoli, ma bisogna ammettere che da parte di Sel si è salito sul carro del vincitore annunciato, quel Luigi De Magistris contro cui la stessa Sel si era candidata 5 anni fa.

Analizzando i dati delle principali città italiane si vede come l’area a sinistra del Pd rischi l’irrilevanza. A Roma Stefano Fassina si è fermato al 4,47%, una percentuale al di sotto delle aspettative della vigilia (e una parte di Sel l’aveva già abbandonato più o meno ufficialmente per sostenere Giachetti). Torino Giorgio Airaudo, che puntava ad una percentuale a due cifre, ha fatto anche peggio fermandosi al 3,7%. Un po’ meglio è andata a Bologna con Federico Martelloni, che nonostante l’endorsement del leader di Podemos Pablo Iglesias, ha chiuso al quinto posto raccogliendo il 7% dei voti. Potremmo fare altri esempi, ma questi 3 bastano per dimostrare l’inesistenza di uno spazio autonomo a sinistra del Pd.

Ora Sinistra italiana dovrebbe riflettere e resettare la tattica impostata. Le percentuali dimostrano che l’operazione è fallita, anche quella non detta: fare più danni possibili a Renzi, al suo partito, al suo governo (semmai questi vengono dal M5S o da “cani sciolti” come de Magistris). Al di là dei numeri, la sensazione è che manchi un vero e proprio progetto politico, che vada oltre l’avversione al presidente del Consiglio.

La posizione assunta è inspiegabile anche per i loro elettori di riferimento: come si fa a governare insieme nelle regioni Lazio, Piemonte ed Emilia Romagna e non allearsi nei capoluoghi di regione? Come si fa a spiegare, in special modo a Torino e Bologna, che l’amministrazione precedente è stata un disastro, quando si è amministrato insieme per anni? I cittadini hanno capito che questa scissione non era legata a motivi programmatici e al bene delle città, ma a pura ripicca politica.

Il tempo per resettare c’è, ma è anche agli sgoccioli. Sinistra italiana ora deve decidere cosa farà da grande e deve farlo in fretta. Il primo passo, che spetta soprattutto ai vertici nazionali di Sel, è assumersi la responsabilità di una débâcle annunciata.

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