Crisi Russia-Ucraina? Quanto ci rimettono le aziende italiane

Fronti italiani
epa04958520 Russian President Vladimir Putin speaks during his meeting with members of the Presidential Council for Civil Society and Human Rights at the Alexadrovsky Hall  in the Kremlin in Moscow, Russia, 01 October 2015. Russia said 30 September that it had begun airstrikes against the Islamic State terrorist group in war-torn Syria, but the Syrian opposition alleged that the raids had hit territory held by other rebel groups and killed civilians.  EPA/YURI KOCHETKOV / POOL

Bruciati 872 milioni di euro in un anno tra import ed export. L’Italia non può fare molto per riportare la pace, ma sta lavorando sul piano diplomatico con Mosca e Kyev

La crisi commerciale tra l’Occidente e la Russia, variabile dipendente della contesa politica in corso, scoppiata a causa della questione ucraina, va avanti. Almeno fino al prossimo gennaio, quando l’Unione europea dovrà decidere se rinnovare le sanzioni nei confronti di Mosca. Che dal canto suo mantiene in vigore l’embargo sull’agroalimentare comunitario.

russiaUna tale contesa ha generato un clima glaciale sul fronte dell’interscambio e degli investimenti euro-russi, capace di contaminare anche i settori non direttamente colpiti dalle restrizioni in atto. Il contraccolpo per le aziende italiane è violento. In agosto le esportazioni verso la Federazione russa hanno visto una contrazione del 19% rispetto allo stesso mese del 2014. La flessione è invece del -16% per quanto riguarda le importazioni. Quanto al volume complessivo dell’interscambio, sono stati bruciati 872 milioni di euro. Lo si evince dagli ultimi dati dell’Istat sul commercio con l’estero. Allargando il raggio, viene fuori che nel secondo trimestre 2015 l’export ha perso 28,5 punti percentuali e l’import 14,3.

Senza girarci troppo intorno: è un disastro. Le imprese stanno perdendo punti d’appoggio importanti in un mercato che ha sempre attratto, restituendo ottimi risultati a chi ha scelto di puntarci. Il fatto che anche la Germania ci stia rimettendo – l’export verso la Russia è crollato del -29,7% nel periodo gennaio-luglio, riporta il Wall Street Journal – non può consolare.

Come uscire dal vicolo cieco? Molto, quasi tutto, dipende dallo scenario a Kiev. Del resto è l’origine di questo momento complicato. Una fonte, ben addentro alle cose ucraine, ci illustra gli ultimi sviluppi. «Senz’altro è da salutare positivamente il fatto che nell’ultimo mese e mezzo gli scontri sono praticamente cessati. Si ritirano le armi pesanti dalla linea del fronte e nel paese cresce la voglia di stabilità», dopo ormai due anni di tensioni, iniziate con le proteste di Kiev, proseguite con la fuga del presidente Viktor Yanukovich e con la secessione della Crimea, sfociate in una guerra vera e propria che ha causato morti e portato centinaia di migliaia di persone a lasciare le proprie abitazioni.

Eppure questo desiderio legittimo di tranquillità non prelude a una pacificazione imminente. La Russia ha molte leve capaci di rendere a Kiev la vita difficile, può azionarla in ogni momento. E poi c’è la situazione politico-economica interna dell’Ucraina, tutt’altro che fluida. Il governo è tenuto ad attuare le riforme per il rilancio dell’economia (c’è recessione pesante e il Fondo monetario internazionale sta prestando molti soldi) e dare efficacia alle misure previste dagli accordi di Minsk sulla normalizzazione nelle aree ribelli Donbass, quelle controllate dai filorussi. Non è una missione facile, viste le resistenze dei gruppi radicali e delle oligarchie.

ucrainaLa prossima domenica in Ucraina ci sono le elezioni amministrative. Aiuteranno a capire se il presidente Petro Poroshenko e il governo guidato da Arseni Yatseniuk dispongono del consenso necessario a portare avanti questo processo. Il cui esito non potrà mai riportare indietro le lancette del tempo. «L’Ucraina non sarà mai più la stessa. Ha perso un pezzo del suo territorio e quell’equilibrio tra est e ovest, Russia e Occidente, sempre precario ma tutto sommato costante, non è replicabile nel breve periodo, forse neanche nel medio». Ma in un modo o nell’altro Kiev dovrà per forza di cose trovare dei compromessi con Mosca. E questo vale pure per l’Europa.

Veniamo così all’Italia. Che ruolo può giocare per fluidificare la situazione in Ucraina? Verrebbe da dire che Roma non ha molta voce in capitolo, se non altro perché è esclusa dal cosiddetto “formato Normandia”, il quartetto (Germania, Francia, Russia, Ucraina) che per mezzo di colloqui e incontri diretti di alto livello sta cercando di sistemare i pezzi del domino. Ciononostante, una dote da spendere c’è. Da un lato si può giocare sul rapporto rodato con la Russia, che risente senz’altro delle sanzioni, ma riesce al contempo a “resistere” a esse. Dall’altro c’è da segnalare una forte attenzione del governo Renzi verso l’Ucraina. Martedì prossimo il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni dovrebbe essere a Kiev. È la sua seconda visita nell’ex repubblica sovietica. E un’altra era stata effettuata da Federica Mogherini prima che assumesse l’attuale incarico di titolare della diplomazia europea. Lo stesso Matteo Renzi è stato a Kiev. Nel marzo scorso, subito prima di recarsi a Mosca e qualche mese dopo aver presieduto un faccia a faccia tra Poroshenko e Putin a Milano, lo scorso ottobre. Erano anni che a Kiev non si vedevano politici italiani di prima categoria. Si lavora anche a una visita di Poroshenko in Italia, veniamo a sapere. Dovrebbe tenersi a novembre.

 

(infografiche di Massimo Caliendo)

Vedi anche

Altri articoli