La crisi in Libia è anche economica: quali sono i contraccolpi sull’Italia

Fronti italiani
epa01974672 General view of one of al-Fakka Oil wells at the border between Iraq with Iran outside Amara north of Bsara south of Baghdad, Iraq on 25 December 2009. ANSA / HAIDER AL-ASSADEE

In alcuni comparti il volume di affari tra le due sponde del Mediterraneo è calato anche del 70%. Per il nostro Paese si prepara un ruolo di primo piano

Guerra civile o guerra tra fazioni. Dipende dai punti di vista, ma la sostanza non varia. La Libia di oggi è un paese devastato economicamente, martellato dal confronto in armi e diviso politicamente. A est comanda il governo con sede a Beida, internazionalmente riconosciuto. A Tripoli, nell’ovest, ha in pugno la situazione quello islamista. Le sue milizie hanno preso la capitale lo scorso agosto. Da allora è in atto questo scisma istituzionale.

Potrebbe ricomporsi, ma non sarà facile. Il mediatore (uscente) delle Nazioni Unite, lo spagnolo Bernardino León, ha presentato l’8 ottobre un piano per sanare le fratture, fondato sulla nascita di un governo di unità nazionale. Come primo ministro è stato scelto Faiez al-Serraj, membro del parlamento di Tripoli. Eppure sia lì che a Beida sono molto scettici sulla proposta di León, su cui ci si esprimerà la prossima settimana. Molto basse le probabilità che passi. Assai probabile, invece, l’avvio di nuovi negoziati con cui dall’una e dall’altra parte della barricata si cercherà di spuntare dividendi migliori. Così dice a Unità.tv una fonte, con anni di esperienza di questioni libiche e frequentazione del Paese. «Si aprirà una trattativa, ma penso che alla fine arriverà un accordo. Tutti sono stanchi di spararsi addosso e la situazione, nella vita quotidiana, è segnata da mille difficoltà».

Variazione Pil Libia 2010-2014L’economia, per esempio, è in frantumi. Il Prodotto interno lordo, nel 2010, dunque prima dell’uscita di scena di Gheddafi, era pari a 74 miliardi di dollari. Nel 2014, secondo la Banca mondiale, ha superato a malapena quota 40. Incide tantissimo l’andamento della produzione del greggio, cui il Pil libico è legato quasi totalmente. Anche qui la flessione è micidiale. A luglio, secondo l’Opec, se ne sono sfornati 373mila, a fronte delle cifre da più di un milione precedenti la rivoluzione e la caduta di Gheddafi. Il tutto è aggravato dal vistoso calo dei prezzi sul mercato mondiale, ormai in corso da mesi.

In tutto questo si delinea un chiaro contraccolpo sull’Italia, primo partner commerciale del Paese nord-africano e consolidato acquirente di greggio. «Paghiamo un prezzo molto elevato», afferma Gianfranco Damiano, presidente della Camera di commercio italo-libica. «Gli affari non si sono interrotti, ci sono ancora forniture in corso. Il volume in alcuni comparti è calato però anche del 70%». I settori più colpiti sono quelli delle costruzioni, degli impianti e delle forniture alimentari.

Produzione di greggio in LibiaC’è poi ovviamente la questione dei migranti. In Italia, da inizio anno, ne sono arrivati più di 130mila e quasi tutti sono salpati dalle coste libiche, ha fatto sapere due settimane fa il ministro dell’Interno, Angelino Alfano.

Sicurezza energetica, proiezione imprenditoriale, migrazioni: l’Italia è inevitabilmente molto esposta sul “fronte” libico. È chiaro che c’è l’esigenza che la contesa si plachi e che il Paese imbocchi la strada, pur lastricata di insidie, della stabilizzazione.

I tempi saranno necessariamente lunghi e il nodo non è solo quello della nascita del governo. Il modello economico che prenderà forma è un’altra grossa incognita. Quello di epoca gheddafiana, centralista, con macchina statale forte e manovalanza appaltata agli immigrati, specialmente quelli dell’Africa nera, è non ripristinabile.

Investimenti in Libia dall'esteroL’Italia può dare il suo contributo in ragione dei rapporti pregressi molto intensi, che le permettono tra l’altro di avere antenne sul territorio. «Monitoriamo. È normale che lo si faccia», sostiene la fonte. Tuttavia «sarebbe opportuno che il governo sia più attento e che abbia una condotta di peso maggiore a livello internazionale», commenta Gianfranco Damiano, lasciando intendere che ci si sarebbe forse aspettati che il successore di Bernardino León non fosse tedesco (Martin Kobler è pronto a prendere servizio), ma italiano.

Eppure non pochi pensano che il via libera a Kobler, da parte italiana, sia stato dato nella convinzione che la Libia potrebbe aver bisogno di una missione di peacekeeping. E in tal caso Roma potrebbe giocare un ruolo di primo piano. «Meglio farlo, comunque sia, solo se il governo libico lo richiederà formalmente. Non è il caso di imporre una soluzione del genere dall’estero», chiosa la fonte. Anche lo stesso León, dopo aver incontrato il ministro Paolo Gentiloni giovedì scorso, ha confermato che se l’accordo tra le fazioni libiche dovesse essere accettato “entreremo in una fase nuova in cui l’Italia avrà un ruolo decisivo alla guida del processo di stabilizzazione”.

 

(infografica di Massimo Caliendo)

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