La Cina è scoppiata? Meglio ignorarla e rilanciare il piano Juncker

Economia
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Un colosso di proporzioni enormi è entrato in crisi. Ma l’Europa ha l’occasione per rilanciare i suoi investimentio

Bastano quattro cifre per spiegare quanto può far male e non solo ai mercati lo scoppio della bolla cinese. Pechino acquista l’11 % del petrolio mondiale, il 57 % del rame estratto nel pianeta, i due terzi del ferro e ha una quota di Pil globale pari quasi a quello americano. Altro che Lehman Brothers.
E’ inevitabile che i mercati europei siamo tracollati insieme agli asiatici e a Wall Street come non si vedeva dall’agosto del 2011, anno dell’attacco all’euro: gli analisti vogliono sapere se la bronchite che ha contratto il paese che è diventato il carrello della spesa di tutti noi può diventare una polmonite o qualcosa di peggio. Il problema è che nessuno sa davvero cosa pensare dell’affanno che ha colpito la seconda economia mondiale, proprio quando i piani del presidente Xi (che a settembre andrà in visita a Washington) sembravano andare per il meglio.
La realtà che sembra apparire da un mega-stato che si certifica in casa tutti i dati statistici, è che non cresce più a botte del 7%, vede frenare export e indice manifatturiero, non riesce a riempire le megalopoli costruite per stiparvi forzatamente milioni di ex contadini, non trova la spinta giusta per alimentare ancora i consumi di 100 milioni di nuovi rappresentanti della classe media, nonostante un preoccupante sistema ombra bancario.
Solo questo basterebbe a far venire un coccolone al più scafato degli speculatori, ma in fondo l’ennesimo (l’ottavo negli ultimi dieci anni) agosto di paura sulle borse e il nuovo lunedì nero rappresentano anche un’occasione irripetibile per liberarsi di titoli scomodi. Un tempo le pulizie si facevano a fine semestre, oggi si aspetta l’estate perché le banche sono gonfie ancora di debiti e sofferenze da scaricare su qualcuno.
Se il dragone non sputa più fuoco e se nemmeno le banche centrali potranno far nulla per frenare questa decrescita improvvisa e infelice della Cina, sarebbe meglio rimboccarsi le maniche nella nostra cara e vecchia Europa e anche in Italia; tanto, se scoppio di bolla deve essere, ci sarà poco da fare e sembra che i goffi tentativi delle autorità di Pechino di vietare le vendite, suggerendo gli acquisti e svalutando lo yuan, lo stiano dimostrando. Meglio ripartire dalla timida ripresa che c’è e tentare di catturare un bel po’ di quei 400 miliardi di dollari che fuggono dal paese asiatico convincendo Jean Claude Juncker che oltre alle belle intenzioni e agli editoriali sui giornali è il momento di rilanciare l’omonimo piano di investimenti per l’Ue, letteralmente sparito dai radar.
Siamo schiacciati tra due sistemi economici che al momento non ci possono aiutare: da una parte, l’economia digitale americana, che ha portato un’azione Facebook a valere il doppio di un barile di petrolio, dall’altra, un sistema capitalistico che è appeso per la sua sopravvivenza alle decisioni del politburo del Partito comunista cinese. Ci sarebbe davvero poco da stare allegri con 27 milioni di disoccupati e i paesi iper-indebitati, se non fosse che per fortuna di queste tempeste noi europei ne abbiamo viste più degli altri nella nostra storia secolare. Stavolta l’esperienza, l’ingegno, la capacità di essere uniti dovranno prevalere. Se la bronchite cinese peggiora sarà il caso di mostrare di che pasta siamo fatti, perché sarà molto più dura di qualsiasi altra crisi, che ormai con cinica puntualità ogni sette anni mette in difficoltà il nostro sistema economico. E’ la globalizzazione, bellezza,  e non puoi farci niente.

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