La Cgil si rinnova. Camusso: mobilitati sulle pensioni

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Il segretario generale della Cgil Susanna Camusso durante la festa della Cgil a piazza Farnese. Roma 05 settembre 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Chiusa la Conferenza di organizzazione. La minoranza di Landini vota contro ma le modifiche su democrazia e contrattazione passano largamente

Mobilitazione da subito per chiedere al governo di rendere flessibile la riforma Fornero sulle pensioni e autoriforma interna per dimostrarsi più aperta, trasparente e democratica. Con 587 voti favorevoli – un po’ meno della maggioranza congressuale – 151 contrari – un po’ più della minoranza guidata da Landini – e 8 astenuti, la Cgil approva il documento alla base della Conferenza di organizzazione. Tenta di cambiare se stessa promettendo più spazio alla democrazia, al territorio, alla formazione, ai giovani e ai precari.

Un giorno e mezzo di discussione in cui il principale sindacato italiano – 5,6 milioni di iscritti – si è difeso, ha fatto autocritica, ha discusso e anche litigato, dandosi una priorità chiara: le pensioni per ridare lavoro ai giovani. Una due giorni conclusa con la relazione conclusiva a tutto campo di Susanna Camusso divisa equamente tra tematiche d’attualità e quelle interne all’organizzazione.

Un discorso riflessivo, pieno però di messaggi politici precisi. La premessa è «la crisi europea che è la crisi del pensiero economico, è crisi del capitale dalla sua finanziarizzazione in avanti». Una crisi che si è trascinata dietro tutto: anche il sindacato. A partire dalla Ces – la confederazione europea che terrà a Parigi dal 29 settembre al 2 ottobre il suo congresso che eleggerà l’italiano Luca Visentini, 46enne della Uil come nuovo segretario generale – «che ha il compito di rompere l’idea dominante anche in molti sindacati che la soluzione alla crisi sia chiudersi nei propri paese»: «serve un pensiero alternativo all’austerità, ma finora a parte qualche economista, non si vede», annota pessimista Camusso. In «una situazione così complessa» la Cgil ha bisogno di «una stella polare». E il tentativo di mettere al centro del dibattito politico la creazione diretta di posti di lavoro è fallita – «non siamo stati all’altezza del nostro Piano del Lavoro, l’abbiamo considerato solo come una delle tante campagne che facciamo» – allora «il nuovo orizzonte unico e solo sono le pensioni».

Una piccola svolta per un sindacato che, per mediare con la Cisl, contro l’approvazione della riforma Fornero decise di fare solo 3 ore di sciopero generale il 19 dicembre 2011. Da quel giorno qualunque sindacalista Cgil cheva ad una assemblea se lo sente rinfacciare. Forse con un po’ di ritardo, Susanna Camusso ieri l’ha riconosciuto, rilanciando: «La lacerazione fra noi e i lavoratori è venuta sulla riforma Fornero: non possiamo permettercene un’altra». Per questo la priorità diventa «la flessibilità sulle pensioni innanzitutto per ricostruire la possibilità per i giovani di tornare a lavorare nei luoghi tradizionali, ora bloccati dal mancato turn over e poi perché senza flessibilità il debito pensionistico renderà impossibile dare le pensioni ai giovani. L’Europa ci dice no? Ce lo dice anche sull’abolizione delle tasse sulla casa. Costa? Costruiamo dinamiche di solidarietà diverse all’interno di un sistema pensionistico pieno di ingiustizie. Ma non facciamo pagare i costi di una legge sbagliata come la Fornero ai lavoratori».

La seconda parte del discorso è invece legata ai temi interni. Se la parola cambiamento è stata centrale negli interventi dei tanti delegati e dirigenti nella due giorni – «abbiamo il diritto di difenderci dagli attacchi, abbiamo il dovere di cambiare», ha sintetizzato Carla Cantone, applaudita come nuovo segretario dei pensionati europei della Ferpa – Susanna Camusso cita molte volte gli interventi delle Rsu del settore pubblico: «Serve trasversalità perché nella sanitàormai è tutto un sommarsi di pubblico e privato, serve conoscerci e riconoscerci sentendo come più importante l’appartenenza alla casa comune – la Cgil e non le categorie – non chiamando più i compagni dei servizi – Caf, patronati, Inca – come tecnici per tenere l’equilibrio tra movimento e organizzazione». Gli obiettivi dei cambiamenti – approvati poi dal Direttivo che si è tenuto nel pomeriggio – sono «la riduzione della burocratizzazione e della verticalizzazione, conquiste non da poco, evitando che il controllo del territorio sia lasciato solo alla Spi e ai servizi». Serve dunque «mescolanza e sperimentazione – dice riferendosi alla contrattazione inclusiva di sito che cercherà di portare diritti comuni a tutti i lavoratori coinvolti in un ipermercato, in un ospedale o in una biblioteca. Per rimanere «organizzazione di massa», Camusso sprona «anche i dirigenti a fare proselitismo, a fare deleghe».

Infine arriva il passaggio sul rinnovamento: «I giovani vanno promossi non a tutti i costi, ma non dobbiamo più essere una organizzazione monogenerazionale – solo un segretario confederale, Serena Sorrentino, su sette a meno di 40 anni – a tutti i livelli»: è venuto il tempo che qualcuno faccia qualche passo indietro o laterale e bisogno puntare tanto sulla formazione». Chiude citando la conclusione della relazione di Nino Baseotto: «Noi esistiamo solo grazie ai delegati che sui giornali non ci vanno mai». In realtà la battaglia sugli emendamenti è stata meno dura del previsto: dai quasi 400 presentati alla fine ne sono stati votati una decina e tutti respinti. La minoranza con Maurizio Landini, Gianni Rinaldini e Nicola Nicolosi ha contestato il cambio di statuto senza voto degli iscritti. «Noto un avvicinamento fra la Camusso e Renzi: il nostro segretario ha motivato le riforme interne alla Cgil con le stesse motivazioni con cui il premier motiva le sue riforme istituzionali», ha chiosato Landini.

In mattina gli autoconvocati della Cgil hanno contestato «un gruppo dirigente che ha sbagliato tutto e non può riformare l’organizzazione», attacca Ciro D’Alessio, operaio Fiat di Pomigliano: «Ma quale segretario eletto dai delegati e lavoratori: i pochi delegati in più saranno cooptati, noi chiediamo almeno il 70 per cento di delegati veri».

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