La “bufala” di Gandolfini sulla felicità e le unioni civili

Unioni civili
Massimo Gandolfini, organizzatore del Family Day, prende la parola dal palco al Circo Massimo, Roma, 30 gennaio 2016. 
ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Il promotore del Family Day attacca la legge approvata ieri e a sostegno della sua tesi porta dati tutti da interpretare

Oggi Massimo Gandolfini, organizzatore del Family Day, ha rilasciato un’intervista ad Huffington Post italia in cui attacca senza riserve il disegno di legge sulle unioni civili approvato in via definitiva ieri dalla Camera. Oltre alle questioni note e già sollevate in occasione del dibattito parlamentare, per sostenere la bontà della sua battaglia Gandolfini spiega che la nuova norma non porterà maggiore felicità agli italiani.

 

“Penso che la legittimazione di questo comportamento disordinato non sarà foriera di felicità e benessere. Guardiamo ai paesi gay friendly come la Francia, la Germania, gli Stati Uniti, il Canada: non possiamo certo dire che dopo l’approvazione delle leggi a favore delle coppie omosessuali abbiano aumentato il proprio tasso di felicità. Voglio ricordare che l’Italia, considerata arretrata e retriva, si trova al 27mo posto nella classifica del tanto esecrato reato di femminicidio ed è preceduta proprio dalla Francia, dalla Germania, dalla Svezia e insomma dai paesi che consideriamo un faro nei diritti delle persone”
(Huffington Post Italia, 12 maggio 2015)

 

La risposta del neurochiurgo ci ha lasciati un po’ perplessi e con un dubbio: ma sarà vero? Abbiamo provato a controllare un po’ di dati e abbiamo scoperto che nessuna delle affermazioni che Gandolfini ha espresso era corretta.

Non è vero, ad esempio, che Francia, Germania, Stati Uniti e Canada – dopo aver approvato legislazioni a favore delle coppie omosessuali – sono diventati paesi tristi, disperati e infelici. Anzi, a guardare la classifica contenuta nel Rapporto Mondiale della Felicità del 2016, redatta dal Sustainable Development Solutions Network (Sdsn), organismo dell’Onu, sembra che la realtà sia un’altra. Innanzitutto i paesi citati da Gandolfini sono tutti davanti all’Italia (piantata al 50esimo posto). Mentre gli Stati Uniti, che l’anno scorso hanno reso legale il matrimonio gay in tutto il paese, sono balzati al tredicesimo posto, due posizioni più in alto rispetto all’anno precedente.

Certo, si potrà contestare che sono molte le variabili che concorrono a creare l’indice della felicità. Ma è curioso che tra tutte le grandezze prese in considerazione – Pil, supporto sociale, aspettativa di vita in salute, generosità, corruzione e libertà di scelta – l’Italia accumuli il suo gap proprio proprio in quest’ultima: la libertà di scelta, appunto.

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Gandolfini poi cita una classifica in cui, per dimostrare che l’Italia non “un luogo dove la famiglia è inibitoria e conservatrice”, si dice che è un modello per quanto riguarda il reato di femminicidio. Infatti nell’ultimo rapporto sull’argomento, datato 2014 e  realizzato dell’Agenzia Ue per i diritti fondamentali (Fra) sulla violenza contro le donne, i dati sembrano mettere in buona luce il nostro paese, specialmente se messo a confronto con quelli del nord Europa.

Eppure già all’epoca, il rapporto aveva fatto sorgere qualche dubbio. Non sulla correttezza dei dati, ma sul tipo di risposta che veniva fornita dalle donne intervistate. Dubbi che aveva sintetizzato bene Elena Tebano sul Corriere e che evidenziava come i più alti tassi di violenza «riferita» sono nei Paesi in cui la condizione della donna è migliore.

 

“Possibile che il tasso della Polonia sia solo del 19% contro il 52% della Danimarca? «Questo tipo di indagini serve ad aggirare il fatto che i reati di violenza hanno le più basse percentuali di denuncia, ma la percezione di chi risponde può comunque influenzare i risultati», dice la psicologa Anna Costanza Baldry, che su questi temi forma anche le forze dell’ordine. «I bassi tassi nell’Europa dell’Est sono un’eredità del socialismo reale: l’ideologia dell’epoca negava la violenza domestica perché il comunismo “doveva” aver realizzato l’uguaglianza, anche quella tra uomini e donne», spiega Marina Calloni, docente dell’Università Bicocca di Milano e ambasciatrice per l’Italia della fondazione Edv contro la violenza sulle donne. Gli abusi, quando non sono «previsti», vengono anche percepiti meno”
(Corriere.it, 5 marzo 2014)

 

Dunque, alla fine, l’unico pilastro su cui si reggeva l’attacco di Gandolfini alla legge Cirinnà  era basato su dati e classifiche che, o erano sbagliate, o erano lette con spirito fin troppo propagandistico.

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