Justin Bieber e il lato oscuro dei teen idol

Musica
Justin Bieber poses at the MTV Europe Music Awards (EMA) 2015 held at the Forum of Assago near Milan, Northen Italy, 25 October 2015. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Vera star degli ultimi MTV European Music Awards 2015, a 21 anni Bieber si lascia dietro, oltre i record e i premi, una lunga scia di procedimenti giudiziari

Capitalizzare gli ormoni delle adolescenti è un business connaturato alla musica pop. Dalla mitologia dei wet seats durante la Beatlemania fino agli One Direction, c’è un filo conduttore che attraversa centinaia di boy band, teen idol e progetti musicali assemblati più o meno scientificamente per esercitare un forte appeal su una determinata fascia di pubblico. In questo senso il prefisso teen, prima ancora che una fase dello sviluppo fisico dell’individuo, indica un target commerciale per l’industria, e addirittura, nel mondo metafisico dello showbuiness, assurge a categoria dello spirito.

Nel mondo della produzione discografica gli strumenti sono affilati dal metodo sperimentale; gli studi di registrazione lavorano per esaltare le teen frequency, la cui percezione acustica è esclusivamente appannaggio di un orecchio giovane.

A seconda della stimolazione sonora e della fisiologia di chi ascolta vengono attivate differenti regioni del cervello, e prima o poi (il sogno di ogni discografico) verrà scoperta la formula magica: la rispondenza esatta tra una particolare musica e la necessità di comprarla. Sempre che ciò non sia già avvenuto con Justin Bieber. La popstar canadese è la gallina dalle uova d’oro del mercato discografico: insieme sintesi ed evoluzione del concetto di teen idol. Ma vedremo che per questo c’è un prezzo da pagare.

Vera star degli Mtv EMA 2015, 73 milioni di like su facebook, 20 milioni di copie vendute, il più ricco patrimonio del mondo per un under 25 (stimato intono ai 200 milioni di dollari), Justin Bieber esordisce 6 anni fa con ancora le guanciotte rubiconde del 15enne; lo accompagneremo fino ai suoi 21 anni, in un proliferare di addominali, tatuaggi, e peluria che simula dei baffetti: un po’ come abbiamo fatto negli anni novanta con Macaulay Culkin, il bambino di “Mamma ho perso l’aereo”. E non facciamo questo nome a caso: proprio come l’attore americano, Bieber sembra rimanere impigliato in un’adolescenza molto difficile. Si lascia dietro, oltre ad una lunga scia di premi e record di vendite, un cospicuo numero di bravate, risse e aggressioni, alcune delle quali culminate in procedimenti giudiziari.

Tra il 2012 e il 2014 è protagonista di tre aggressioni, vittime rispettivamente un fotografo, l’autista della limousine che lo stava portando in albergo e quello di un furgone, che dopo essere stato tamponato viene assalito dalla popstar. Tutti e tre avrebbero avuto la peggio e sporto denuncia contro Bieber. Tra il 2013 e il 2014 comincia il suo rapporto “poco cordiale” con il vicinato: la location è la sua villa a Calabasas, nord ovest di Los Angeles. Due gli episodi incriminati: nel primo caso un’aggressione, nel secondo un lancio di uova contro l’abitazione del vicino e, pare, 20 mila euro di danni. Questa volta si becca 2 anni e 80 mila euro di multa: il  giudice della California gli imporrà di scontare cinque giorni di lavori socialmente utili a settimana e un programma di gestione della rabbia di 12 settimane. A Gennaio del 2014 la goccia che fa traboccare il vaso. Ubriaco, fatto di droghe e senza patente, affitta una Lamborghini a Miami Beach, e comincia una gara di velocità contro la Ferrari del suo amico cantante Khalil: viene beccato in flagrante. L’opinione pubblica americana non tollera più i suoi eccessi; parte una petizione che raccoglie 180mila firme: i promotori affermano di sentirsi “rappresentati in maniera sbagliata nel mondo della cultura pop”, e aggiungono “vorremmo vedere il pericoloso, incauto, distruttivo e consumatore di droghe Justin Bieber cacciato e la sua ‘green card’ revocata”. La Casa Bianca si pronuncerà con un “No Comment” ma la frattura fra il teen idol canadese e molti americani pare irreparabile.

E poi ci sono le bravate e i comportamenti da censurare, anche non legalmente perseguibili; varie paternità attribuitegli da ragazze dopo presunte relazioni mordi e fuggi; episodi deprecabili, come l’aver costretto i piloti del suo jet privato a indossare maschere antigas per il fumo di marijuana; l’accusa di una certa disumanità, che lo vedrebbe totalmente insensibile nell’ignorare i nonni ridotti all’indigenza; il patto di riservatezza da firmare all’entrata dei suoi festini, valido legalmente, che sancisce una multa di 5 milioni di dollari per chi trasgredisce. Di contro, è possibile trovare una lunga lista di attività umanitarie alle quali ha aderito, tra visite agli ospedali e appoggio alla comunità LGBT. Alla fine di questa carrellata di nefandezze, più che formulare un giudizio su Justin Bieber, ci si potrebbe chiedere quale possibilità di scelta abbia avuto: un individuo che si trova a potere e volere tutto prima ancora di aver costruito un’identità stabile può esercitare una capacità di giudizio autonoma?

E’ indubbio che tale successo porti con sé un prezzo da pagare in termini di stabilità psichica; ed è il volto che il music business vuole nascondere, in una finzione che rimuove le dicotomie. E a meno che non si impari a cavalcarle, rendendole funzionali ad un meccanismo commerciale (come fa per esempio Miley Cyrus), il rischio è quello di finire nervi per aria come Britney Spears qualche anno fa.

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