Jefferson Airplane, i padrini acid blues della generazione hippie

Musica
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Ripercorriamo, tramite 5 brani storici, alcuni momenti fondamentali nella carriera della band dello scomparso Paul Kantner

Tra tutte le realtà musicali che segnano la seconda metà degli anni sessanta e i primi settanta, i Jefferson Airplane rappresentano un capitolo a parte. In pochi, infatti, riescono perfettamente a incarnare, come fecero loro, le aspirazioni, quasi utopiche, di una generazione multiforme, che rivendica per sé l’amore libero, sperimenta i rituali collettivi delle droghe lisergiche, agita la bandiera della contestazione politica che può sfociare anche nella lotta armata.

A livello musicale, la riuscita sintesi di folk, blues e rock, virata in chiave psichedelica (corrente di cui sono tra i pionieri), comincia a ingranare dal secondo disco della band, Surrealistic Pillow, album il cui titolo prende ispirazione da una battuta di Robert Wyatt, che definisce la musica degli amici Airplane “surrealista come un cuscino”. L’entrata nella band della storica cantante Grace Slick, che ben presto assurge a icona del movimento hippie, regala al gruppo una voce duttile, capace di abbinare potenza e compostezza, una liricità quasi classica ad un’anima nera e ruggente. Anche il suono della band, fino a quel momento derivativo del folk rock dei Byrds, sterza decisamente verso un blues dalle tinte acide, e i due brani di maggior successo di Surrealistic Pillow fanno scalpore: due canzoni di breve durata, in perfetto equilibrio tra melodia e asprezza rock.

Il primo dei due è questa White Rabbit, una marcia onirica intrisa di riferimenti agli effetti dell’acido lisergico.

 

Il secondo brano invece è la famosissima Somebody to Love, che vi proponiamo nella versione live a Woodstock.

È di dicembre del 1967 uno dei dischi più riusciti e importanti di tutta la carriera dei Jefferson Airplane, After bathing at baxter’s. Anno chiave per la storia del rock, il ’67 vede l’uscita di dischi fondamentali come The Piper at the Gates of Dawn dei Pink Floyd, l’esordio dei Velvet Underground, Are you Experienced di Jimi Hendrix, Absolutely Free di Frank Zappa e Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles: quest’ultimo, in particolare, viene accolto come un evento che travalica i semplici confini dell’arte, una sorta di fenomeno messianico che eleva il rock a categoria privilegiata per interpretare la realtà.

Si colloca in questo clima di fermento l’album più coraggioso e vario della band di San Francisco, in linea con la tendenza dell’epoca di fare della forma canzone un territorio dal quale esplorare le più disparate derive sonore: tutto il lavoro trasmette una sensazione di superamento di vincoli artistici, che riflette anche un certo afflato anarchico diffuso nella cultura hippie.

Questa Martha, tratta dal disco in questione, è una dimostrazione della capacità di songwriting dei nostri, che riescono a tirare fuori una raffinata ballata delle molteplici sfumature timbriche.

 

 

È del 1969, dopo la definitiva consacrazione commerciale e la partecipazione a Woodstock, il disco più apertamente politico dei Jefferson Airplane, Volunteers. A livello sonoro un’altra sintesi perfettamente bilanciata di tutti i più utilizzati stilemi del rock dell’epoca: le linee guida dell’opera sono dettate dal cantante e chitarrista Paul Kantner, il più ideologizzato del gruppo, e l’album si chiude con questo celeberrimo inno antimilitarista, che dà il titolo all’intero album.

 

 

Volunteers rappresenta un turning point per la carriera del gruppo: qualcosa comincia a sfaldarsi nella band, che continuerà la sua carriera fino allo scioglimento, che avviene nel 1973. Ma già il loro celebre disco del ’69 rappresenta in qualche modo il canto del cigno di una generazione e della sua utopia di sogno americano, che continua il suo declino con l’ingresso nel nuovo decennio. Anche i Jefferson Airplane, assurti a icone di quel mondo, seguono lo stesso percorso, naufragando insieme alle istanze che si trovano a rappresentare; forse nella storia del rock questa caratteristica li relega in uno spazio di minore importanza rispetto ad altri gruppi coevi: si pensi a nomi come i già citati Pink Floyd, o agli stessi Beatles, la cui impronta riverbera tuttora oltre le epoche storiche.

Ma tutto questo non può cancellare il notevole peso specifico che la band di San Francisco esercita sul suono di un’intera epoca, arrivando a toccare vertici che contribuiscono all’elevazione della pop music a forma artistica di primo livello.

 

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