Jarrett le manie di un talento assoluto

Musica
jarret

Concerti al buio per impedire al pubblico di scattare le foto, show interrotti per un colpo di tosse: i mille tic di un gigante del Novecento

Gli ultimi italiani a fare i conti con la bellezza e la suggestione della sua musica sono stati i napoletani al Teatro San Carlo, ormai a maggio scorso. Sul palco c’erano un pianoforte gran coda e un uomo, ormai occhialuto, con i capelli corti e brizzolati, ma sempre con un’energia potente e le stesse, solite intemperanze nei confronti degli spettatori che ama e odia. Ha sempre dichiarato che “il pubblico è fondamentale per i miei concerti, ma per la mia musica serve il silenzio assoluto”. Una bella faccia tosta, se pensiamo a come nasce e si sviluppa il jazz dal vivo in ogni parte del mondo, cioè in mezzo alle serate fumose e caotiche dei jazz club. Tuttavia Keith Jarrett è un pianista scrupoloso e di formazione classica. Perciò ha sempre avuto l’ambizione (almeno nella sua carriera solista) di affrancare il jazz dalla caotica vitalità della strada ed equipararlo alla classica, soprattutto nelle sue esibizioni concertistiche .Adesso Keith Jarrett torna in Italia. In Europa, per la precisione.

Con una mini tournée di quattro date: il 13 novembre a Bruxelles, il 17 a Dublino, il 20 a Londra e il 23 a Firenze. Saranno concerti di piano solo che, mistero del music business, costano per gli organizzatori lo stesso prezzo di un concerto in trio di Jarrett. Quel trio che da anni è ormai diventato un classico della storia del jazz: Gary Peacock al contrabbasso e Jack de Johnette alla batteria. Ma forse il segreto del successo nelle esibizioni al piano solo di questo pianista eccentrico, che passa dal blues a Bach, da Stravinsky all’improvvisazione e mescola musica colta e popolare a linee melodiche di rara intensità, sta nel fatto che da decenni è famoso nel Vecchio Continente per una delle performance musicali più evocative di sempre, quel Koln Concert inciso da ECM alla fine degli anni Settanta.

Un concerto che ormai è più di un set musicale di piano solo, più di un cd: è un tema di struggimento emotivo e di discussione intellettuale sulla musica di improvvisazione del Novecento. Anche per questo ogni sua presenza solitaria sui palcoscenici mondiali è un evento che richiama gli appassionati e fa il “tutto esaurito” settimane e settimane prima della performance. Tutti cercano emozioni musicali che Jarrett riesce a dispensare in maniera eccelsa. E tuttavia gli stessi spettatori si trovano a fare i conti con le intemperanze artistiche ed eccentriche del maestro americano. È noto il carattere bizzoso dell’artista: non accetta che la gente lo fotografi, per esempio. E in tempi di smartphone che scattano foto e fanno video è sempre più difficile obbligare il pubblico a sfuggire alla tentazione di rubare alcune immagini del loro beniamino. Ma Jarrett trova rimedi fantasiosi e bizzarri anche a questo, come quando nel 2013 a Umbria Jazz decise di suonare al buio e di spalle al pubblico, in modo che nessuno potesse fotografarlo mentre si esibiva. Ma sempre a Perugia, in una precedente performance in trio, nel luglio del 2001 ai Giardini del Frontone, poco prima di finire il concerto, mentre la gente applaudiva a piene mani e i tre musicisti raccoglievano gli applausi, qualcuno ebbe idea di tirare fuori telefonini e macchine fotografiche e immortalare il pianista in uno scatto fotografico.

E lui, con grande impeto, cominciò a mostrare il dito medio a tutti, imprecando contro gli spettatori ormai in piedi per l’euforia del concerto, ma certamente stupiti per la reazione violenta di Jarrett, che già aveva brontolato tra un set e l’altro della serata perché aveva visto qualche spettatore fumare – lamentela non proprio pertinente visto che lo spettacolo era in uno spazio all’aperto, ben ventilato e ossigenato dagli alberi. Ma si sa, l’uomo non è avvezzo alle mezze misure. E quella sera dopo essersi infuriato uscì dal palco imprecando e lasciando da soli Gary Peacock e Jack De Johnette a riscuotere gli ultimi applausi del fine concerto.

Delirio a Peruga. Ma quella di Perugia non è stata l’unica occasione in cui Jarrett ha mandato il pubblico a quel paese… Per un salutista come lui che odia il fumo, era sempre più difficile suonare nei locali jazz europei, dove fino a qualche lustro fa si beveva, si fumava e si chiacchierava durante i set e i concerti. Altra cosa sono i teatri, dove il pianista ha trovato la soluzione, apparentemente valida, alle sue idiosincrasie. Ma anche i teatri possono avere i loro inconvenienti, come accadde nel primo concerto di Jarrett in piano solo in Italia, organizzato dal promoter Gianni Pini a Firenze, al Maggio musicale nel 1985, esattamente trent’anni fa.Il Teatro Comunale fiorentino era pieno. L’emozione era palpabile tra gli appassionati di jazz e di classica: arrivava un mostro del pianismo mondiale per una performance col pianoforte Steinway & Sons gran coda, nel tempio di una delle rassegne di musica colta più longeve e importanti d’Italia.Il concerto doveva iniziare alle 20 e ormai venti minuti dopo l’orario stabilito cominciava un forte brusio in sala. Si presentò sul palco il manager di Jarrett, spiegando che il maestro sarebbe uscito di lì a pochi minuti e quindi era necessario mantenere il massimo silenzio possibile. Religiosamente la sala cercò di assecondare la richiesta. Jarrett salì sul palco e si mise seduto al pianoforte come in meditazione di fronte alla tastiera, pronto per cominciare la sua esecuzione. Ma improvvisamente si aprì una porta della platea e qualcuno entrò dal foyer.

Un ritardatario, uno che era andato in bagno, una maschera di sala? Keith Jarrett voltò la faccia verso il pubblico. Si alzò dallo sgabello e se ne andò nei camerini. Nessuno capiva cosa stesse accadendo. Si riaccesero le luci, cominciò più alto che mai il brusio degli spettatori che non riuscivano a capacitarsi del comportamento del pianista. Così uscì di nuovo il manager per dire che si raccomandava il massimo silenzio e che nessuno si alzasse per entrare o uscire dalla platea.Jarrett tornò sul palcoscenico. Si piazzò di nuovo a sedere davanti al piano gran coda. Piegò la testa e pose le mani sulla tastiera, accennando a un primo fraseggio musicale. Ma qualcuno in sala tossì. Era una tosse composta da due suoni rauchi. Bastò perché Jarrett si alzasse nuovamente dallo sgabello per tornare dietro, nei camerini. A questo punto il concerto pareva ormai a rischio.

Pubblico impaziente. Era passata quasi un’ora dall’orario di inizio; il pubblico era impaziente. L’artista costernato, tornò sul palco il manager con la voce ormai disperata e si raccomandò, si premurò, quasi si inginocchiò per chiedere al pubblico il massimo silenzio, arrivando a dire che chi pensava avrebbe tossito faceva meglio a uscire subito dalla platea. La situazione era davvero bizzarra. Ma un quarto d’ora dopo, mentre il pubblico non fiatava e anche le mosche, se c’erano, sembravano essersi adeguate alla bisogna, si fece di nuovo buio in sala e il Teatro Comunale era diventato silenzioso come una bara. Qualcuno dai palchi udì perfino il lontano rumore di un motorino che passava per strada, tanto era il silenzio interno. Ma non si poteva certo bloccare il traffico…Keith Jarrett tornò sul suo sgabello.

Cominciò a suonare, ad aggrovigliarsi sulla tastiera, a mugolare e emettere suoni animaleschi, a montare quasi sul pianoforte, come volesse possederlo fisicamente; la ginnastica amorosa aveva avuto inizio. Si era finalmente davanti a un evento musicale assoluto: l’irrequietezza aveva costruito l’attesa e adesso l’orgasmo delle note dava libero sfogo al piacere.Dunque il pubblico italiano che avrà la fortuna di assistere al concerto del 23 novembre al Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze è avvisato. Keep silence, please!

Vedi anche

Altri articoli