Italiani rapiti, Gentiloni: “L’Italia lavora nel massimo riserbo per risolvere il caso”

Libia
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La pista è dunque sempre quella di una banda di criminali comuni slegata dai jihadisti di al Qaida e del Califfato

Nel caos libico si rincorrono voci ed ipotesi sul sequestro dei tre tecnici della Con.I.Cos. a Ghat. Mentre intelligence e diplomazia sono al lavoro in silenzio per risolvere il caso e non risultano per ora rivendicazioni o contatti con i rapitori, a parlare è il colonnello Ahmed al Mismari, portavoce delle forze armate libiche legate a Khalifa Haftar: “i due italiani sono stati sequestrati da una banda criminale e dietro c’è l’impronta di al Qaida”.

Da chi segue il caso non arriva alcuna conferma. Ed anche Hassan Osman Eissa, del Consiglio municipale di Ghat, dopo aver riferito che il Governo di Tripoli non si e’ messo in contatto con le autorita’ locali, fa sapere all’Ap che si tratta di “notizie senza fondamento. Le informazioni iniziali indicano che i rapitori sono un gruppo locale di fuorilegge”.

La pista è dunque sempre quella di una banda di criminali comuni slegata dai jihadisti di al Qaida e del Califfato.

“A noi – ha spiegato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni – non risulta che dietro al rapimento dei nostri due connazionali in Libia ci sia al Qaida. In questo momento non siamo in grado di confermare o smentire affermazioni di questo genere”. Sulla stessa linea il ministro della Difesa, Roberta Pinotti: “Le fonti libiche hanno parlato di criminalità comune. Detto ciò, quello che possiamo fare in questi casi è lavorare con il massimo riserbo”.

Un lavoro reso non certo facile dalla situazione in cui versa il Paese africano, dilaniato dallo scontro tra il governo di unità nazionale di Tripoli, sostenuto dall’Onu ed il Parlamento di Tobruk, dietro cui c’è proprio il generale ex gheddafiano Khalifa Haftar.

Il Fezzan, l’area in cui è avvenuto il sequestro di Bruno Cacace, Danilo Calonego e del collega canadese, è lontano – non solo geograficamente – sia da Tripoli che da Tobruk. Un territorio desertico dominato da tribù tuareg e da trafficanti di ogni genere, privo di strutture statali. E dunque le parole attribuite al portavoce di Haftar possono segnalare il tentativo del generale di far pesare la sua autorità presso l’Occidente schierato col premier Serraj.

In assenza di enti governativi ufficiali, nella zona di Ghat l’uomo forte è il sindaco Komani Mohamed Saleh, che fin dall’inizio sembra avere preso in mano la vicenda dei rapiti accreditandosi come interlocutore degli 007 italiani – un team guidato da un vicedirettore dell’Aise – inviati sul posto.

Le indagini sembrano essere concentrate sugli uomini che hanno garantito la sicurezza ai dipendenti dell’azienda italiana impegnati in lavori all’aeroporto conclusi proprio il giorno del sequestro. Qualcuno della scorta – tre autisti e quattro militari, tutti armati – potrebbe aver ‘venduto’ gli occidentali ad un gruppo criminale che ha agito a colpo sicuro ed e’ intenzionato a chiedere un riscatto.

Si sta cercando il contatto giusto con la banda. Non sempre i mediatori individuati sono affidabili e dopo il tragico precedente dei quattro operai della Bonatti, si va con i piedi di piombo. Che in quell’area di confine con l’Algeria si registrino presenze di elementi di Al Qaida nel Maghreb islamico è un fatto noto. Così come la delicatezza della posizione dell’Italia che in questi giorni sta completando il dispiegamento di 300 militari per l’allestimento di un ospedale da campo a Misurata, città alleata di Serraj. Da qui l’interesse a circoscrivere la vicenda nell’alveo della criminalità comune ed a risolverla al più presto, prima che possa diventare strumento di rivendicazione politica.

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