Italia più semplice: prossima tappa, diminuire le Regioni

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Da 20 a 12: il governo (incassato l’ok del Parlamento) prepara il tavolo coi Governatori. Meno sprechi per almeno 2 miliardi

Il segnale dell’accelerazione da parte di Palazzo Chigi è arrivato all’improvviso, in modo apparentemente casuale. L’8 ottobre l’aula del Senato stava discutendo la riforma costituzionale, tra voti segreti, accordi interni con la minoranza del Pd, barricate della Lega e aventini dell’opposizione. Quando il senatore dem Raffaele Ranucci ha presentato un ordine del giorno sull’accorpamento delle Regioni, immediatamente fatto proprio dal governo e dunque non messo al voto.

Stupore generale, ma il fatto è stato presto dimenticato nella discussione al calor bianco sulla nuova architettura istituzionale. In realtà, la sponda del ministro delle Riforme Maria Elena Boschi è stata tutt’altro che estemporanea. Il progetto c’è ed è organico, pronto ad entrare in campo. Nasce della proposta di legge dello stesso Ranucci – che ha ritirato un emendamento ad hoc in modo che la materia possa essere affidata alla valutazione della commissione Affari Regionali, una “bicameralina” di rango costituzionale – e del deputato Roberto Morassut. Punta ad accorpare le venti Regioni esistenti in dodici macro-Regioni a seconda di abitanti e spesa pro capite, con le aggregazioni decise anche sulla base degli studi storici della Fondazione Agnelli. Dodici aree, omogenee per «storia, area territoriale, tradizioni linguistiche e struttura economica» capaci di garantire risparmi, minore burocrazia, semplificazione amministrativa.

Il timing scatterà dopo l’approvazione finale della riforma costituzionale, di cui questa potrebbe costituire una costola. A breve però il governo potrebbe incardinare un tavolo con le Regioni. «È la vera grande riforma del nostro Paese – commenta Ranucci – Regioni più forti ci renderanno più competitivi in Europa. Del resto, la Francia ha appena ridotto le sue da 23 a 12». Parola d’ordine, evitare spaccature: «Rispetteremo le autonomie locali. Gli statuti speciali a volte diventeranno Province. Credo che si troveranno convergenze sia in Forza Italia che nella Lega. Calderoli non è affatto contrario…». Un piano che potrebbe incarnare anche una seconda fase della spending review che al momento veleggia un paio di miliardi di euro sotto i dieci sperati dai commissari Yoram Gutgeld e Roberto Perotti.

Si calcola che il costo complessivo dei consigli regionali ammonti a circa 1.160 milioni di euro mentre l’aggregazione potrebbe farne risparmiare allo Stato almeno 400 milioni. I promotori della proposta di legge calcolano fino a due miliardi in meno. Ma ci sono studi che, partendo da risparmi sulla sanità che rappresenta l’80% della spesa regionale, ipotizzano cifre come 14-16 miliardi di spese minori. Fatto salvo il destino dei dipendenti, che hanno un loro costo, e che come si è visto nell’abrogazione delle Province, non è facile spostare ad altri compiti. I tempi per una riforma, però, sono maturi. Partendo anche dal fallimento della riforma del Titolo V prima e della devolution poi, le attuali Regioni barcollano sotto il peso dei debiti. L’ultimo caso è il Piemonte. Non solo non funzionano più, ma non riescono nemmeno a rappresentare l’interezza dei loro territori, il cui volto è profondamente cambiato con l’urbanizzazione sempre più intensa. E del resto, il sistema delle Regioni incarna, non da oggi, anche agli occhi dei cittadini un buco nero di sprechi, inefficienze e scandali politici.

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Secondo un rapporto di luglio scorso di Confcommercio, sarebbe possibile tagliare di 23 miliardi di euro di sprechi la spesa pubblica locale – che ammonta complessivamente a 176,4 miliardi – senza ridurre i servizi ai cittadini. Basterebbe adeguare il livello di tutte le Regioni a quello della Lombardia, che offre le migliori prestazioni ai propri abitanti, eliminando le inefficienze diffuse. Questo è solo un aspetto, ovviamente, ma non c’è dubbio che si tratti di un impianto datato e non più corrispondente alla geopolitica del terzo millennio. Al punto che l’esigenza di rivederlo, sotto il profilo del bilancio e della governabilità, è stata manifestata da diversi governatori, tra cui il piemontese Sergio Chiamparino e il laziale Nicola Zingaretti. Quest’ultimo, già tempo fa aveva osservato: «Le circoscrizioni regionali furono definite in un’altra era, quando la società era ancora molto agricola e non esisteva il mercato unico europeo. I confini regionali non corrispondono più ad ambiti ottimali per il buon governo: quasi 70 anni dopo che sono stati disegnati e dopo 40 anni di funzionamento, si può pensare a rivedere lo stato di cose». A protestare, sono soprattutto le piccole Regioni che perderebbero discrezionalità. Osserva ancora Ranucci: «A muovere obiezioni sono stati il Molise, che conta 300mila abitanti come Ostia, la Basilicata, il Friuli Venezia Giulia e la Val d’Aosta».

E dunque, secondo la nuova mappa, addio Piemonte, Val d’Aosta e Liguria, sostituite dalla Regione Alpina. Solo la Lombardia, che conta 10 milioni di abitanti, nella geografia dell’Italia settentrionale resterebbe al suo posto. Nascerebbe infatti il Triveneto dall’unione di Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige. Nel centro Italia, invece l’Emilia Romagna (conservando il nome) ingloberebbe dalle Marche la provincia di Pesaro mentre Toscana, Umbria e provincia di Viterbo si unirebbero per formare la Regione Appenninica. Marche, Abruzzo e Molise formerebbero la Regione Adriatica. Il Lazio scomparirebbe diventando un unico grande Distretto di Roma Capitale – già città metropolitana – e lasciando le province di Latina e Frosinone alla Regione Tirrenica che includerebbe anche la Campania. Nel Mezzogiorno, la Puglia guadagnerebbe dalla Basilicata trasformandosi nella Regione Levante. Calabria e Potenza formerebbero la Regione di Ponente. Resterebbero come prima Sicilia e Sardegna, mantenendo il privilegio dello statuto speciale.

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