L’Isis nei Balcani? Il rischio c’è, ma l’allarme è esagerato

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Su oltre 20mila foreign fighters, sono 875 quelli provenienti dai Paesi balcanici. Da quelle parti l’Islam è “sereno”, ma le difficili condizioni economiche possono radicalizzarlo

Quanti sono i combattenti stranieri, i cosiddetti foreign fighters, che si arruolano nelle file dello Stato islamico? La precisione è impossibile da raggiungere. Ci sono governi che raccolgono con rigore informazioni e altri che mancano di risorse. Forse anche di volontà politica. Inevitabilmente, le cifre fornite dalle varie fonti divergono. Nel complesso, tuttavia, si sta quasi sempre sopra le ventimila (la tendenza è alla crescita). Numero che costituisce – su questo i dubbi sono pochi – la netta maggioranza delle unità a disposizione del califfo in Siria e Iraq.

Di queste persone soltanto 875 vengono dai Balcani, almeno secondo un recente rapporto nel quale il Soufan Group, società americana che fornisce consulenza nei campi della sicurezza e dell’intelligence, ha cercato di conteggiare, regione dopo regione del mondo, Paese dopo Paese, il contributo fornito allo Stato islamico. L’Europa occidentale per esempio dà allo Stato islamico cinquemila combattenti. Come quelli, grosso modo, che arrivano dalla Russia e dalle repubbliche post-sovietiche. Molti di più, nell’uno e nell’altro caso, rispetto a quelli partiti dai Balcani.

Il margine d’errore può essere più o meno ampio e lo stesso Soufan Group ritiene che i foreign fighters balcanici siano più di quelli indicati, forse il doppio. Ma questo studio rafforza comunque l’idea che l’enfasi riposta in questo periodo sulla legione balcanica dello Stato islamico e in senso più ampio sul ruolo dei Balcani come grande laboratorio europeo del jihadismo, sia contaminata da esagerazioni.

Se ridimensionare è doveroso, sottovalutare è sbagliato. «La questione c’è, non va rimossa. Ma stiamo parlando di una minoranza esigua di persone radicalizzate, poi recatesi a combattere in Medio Oriente. Il loro teatro operativo non sono i Balcani. Nella regione si fa reclutamento», spiega Lavdrim Lita, analista e giornalista albanese (in Italia scrive su East Journal), aggiungendo che la stampa regionale tratta questi temi con taglio da cronaca giudiziaria, dando conto delle diverse inchieste in corso, alcune più efficaci, altre meno, che a Tirana, Sarajevo e altre capitali della regione vengono istruite nei confronti di predicatori, estremisti e reclutatori.

Personaggi come questi non sono una novità, oltre Adriatico. In Bosnia Erzegovina, durante la guerra, comparvero milizie mediorientali armate di Corano e fucile. Formarono brigate, impegnandosi a fianco dei musulmani di Bosnia contro le forze serbo-bosniache e croato-bosniache. «Fu una prova generale del jihad. Questo però non significa che i musulmani bosniaci, la componente maggioritaria del paese, condividessero le loro idee e le ragioni del loro impegno in armi. Tutt’altro. Li guardavano con sospetto», riferisce Giovanni Punzo, ex ufficiale degli alpini che da riservista ha servito nelle missioni internazionali di pace in Bosnia Erzegovina e Kosovo. Punzo, che ha recentemente dato alle stampe un libro, Dobro, in cui memorie, aneddoti e analisi si compenetrano, è del parere che l’arrivo al fronte di questi reparti islamisti sia indice dell’ambiguità delle autorità musulmano-bosniache (lo permisero anche perché sauditi e altri hanno finanziato in seguito anche la ricostruzione del Paese), ma anche un’evidenza della necessità di tenere testa agli avversari, che potevano contare su risorse militari e finanziarie più importanti, messe a disposizione da Belgrado e Zagabria.

Alcuni di questi guerriglieri sono rimasti in Bosnia Erzegovina dopo la guerra (va comunque detto che nel corso del tempo il governo ha effettuato numerose espulsioni) e si sono create, intorno a loro e altrove, piccole sacche di radicalismo. Il discorso non coinvolge la sola Bosnia Erzegovina. Il fatto che anche Albania e Kosovo abbiano popolazioni in maggioranza musulmana, cosa che riguarda anche l’ovest della Macedonia e il versante meridionale della Serbia, è stato visto dai registi del jihad globale come un elemento strategico. L’interesse a creare una presenza nei Balcani, azionando la leva sulla religione, è difficilmente negabile.

Bisogna però evitare gli equivoci. Il fatto che in queste società si professi l’Islam non significa che queste stesse società siano ontologicamente inclini alla causa radicale. Se Sarajevo dopo la guerra è divenuta una città dove l’Islam è una presenza evidente e tangibile non dipende dalla guerra santa dei combattenti venuti dal Medio Oriente, ma dal fatto che l’intera Bosnia Erzegovina, anche nelle sue aree serbe e croate, è stata attraversata da processi volti a blindare le caratteristiche delle sue tre nazioni principali. La religione ne è stato strumento. È a questa stessa questione che si vincola l’immagine – suggestiona sempre molto – delle moschee nuove di zecca che sorgono in alcuni villaggi poveri e isolati dei Balcani. Non è prova automatica di scivolamento verso l’estremismo. «Quello dei Balcani è un Islam sereno, più culturale che religioso, di origine ottomana e quindi sotto certi aspetti laico», specifica Punzo.

Insomma, il radicalismo è solo una parte di una corteccia la cui permeabilità, eventualmente, è data più da un quadro socio-economico non stabile che dalla diffusione della religione islamica. Tra l’altro è proprio guardando al primo che, dopo i conflitti, certe Ong islamiche, schermate dal paravento della carità, hanno cercato di fare proselitismo.

Parla ancora Punzo. «Sicuramente c’è la questione della precarietà economica. La crisi l’ha aggravata, ma già da prima c’erano squilibri rilevanti. Dobbiamo inoltre considerare i traumi politici. C’è stato il comunismo, poi la guerra, in seguito la transizione al libero mercato e la costruzione di Stati nazionali calati in un contesto storicamente plurinazionale. Tutto questo genera scombussolamento. La crisi economica può accentuarlo. Di conseguenza, qualcuno potrebbe vedere nel jihadismo una risposta o un rifiuto alla e della società».

Eppure questo fenomeno «non è comparabile con altri problemi come corruzione, clientelismo, mala-giustizia o altro», tiene a precisare Lavdrim Lita, confermando in sostanza che il contenimento del radicalismo – tema manipolato ma esistente, è il caso di ripeterlo – passa dal lavoro su altri terreni: l’occupazione, le infrastrutture, lo sviluppo economico, la coesione sociale. È difficile pensare che a farsene carico, possibilmente con rinnovato impegno, non debba essere l’Europa: la prima fonte di sostegno economico, finanziario e politico della regione.

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