Integrazione, un modello che funziona

Immigrazione
Uno dei rifugiati che questa mattina ha pulito il parco dell'Acquasola nel centro di Genova. 22 settembre 2015
ANSA/LUCA ZENNARO

La collaborazione tra lo Stato centrale e gli enti locali nell’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo sta dando i primi risultati positivi. Lo dimostra il rapporto presentato ieri al Viminale

Da ultima, è stata la vicenda di Vaprio D’Adda a riaprire le polemiche sulla scarsa sicurezza collegata alla presenza di immigrati nelle nostre città. Inutile negare che il tema esista e che sia compito di tutti affrontarlo e risolverlo. Negarlo o lasciarlo cadere nell’indifferenza porta alla sfiducia dei cittadini e alle reazioni eccessive, come spiegava bene ieri a Unità.tv il sindaco della cittadina dell’hinterland milanese.

Il modello della destra prende sempre più forma in maniera chiara. La leadership di Matteo Salvini si sta imponendo su un’area politica più ampia, geograficamente ed elettoralmente. Questo pone il Carroccio di fronte a decisioni che dovranno essere prese al più presto per chiarire l’identità del movimento di fronte agli elettori, ma soprattutto sta trascinando buona parte del centrodestra verso posizioni sempre più anti-immigrati. Il premier ungherese Orban, tanto per fare un esempio, sta diventando un modello non solo per i leghisti che, come riferisce oggi Libero, sono andati a prendere lezioni dal suo partito proprio su come bloccare i flussi migratori, ma anche dentro quel che resta di Forza Italia.

E a sinistra? Da questa parte si sono incontrate spesso difficoltà a tradurre nel concreto il concetto di “integrazione”. Non solo, infatti, è più complicato raccogliere consensi su questa linea, anziché su quella più “istintiva” della paura, ma applicarla quotidianamente con scelte politiche e amministrative conseguenti richiede investimenti economici e, soprattutto, strategici. Investimenti che, però, non sono a fondo perduto.

Lo dimostra il rapporto presentato ieri dal ministero dell’Interno dedicato alla “accoglienza dei migranti e rifugiati in Italia”. Un lavoro che per la prima volta viene realizzato direttamente dal governo per studiare “il sistema di accoglienza, come si è organizzato per rispondere ad una sfida che lo impegnerà per molti anni a venire, quali risposte abbia dato alle esigenze delle persone per le quali è stato messo in piedi, quali e quante risorse abbia richiesto”, come spiega il sottosegretario Domenico Manzione.

Al di là dei centri di accoglienza (Cara/Cda, Cpsa e Cie), sigle ormai note per il rilievo mediatico che hanno assunto, un’attenzione particolare è riservata ai progetti Sprar, che collegano una rete di enti locali, che accedono a fondi del Viminale per realizzare progetti territoriali dedicati appositamente a richiedenti asilo e rifugiati. Una forma di integrazione più capillare e meno invasiva che sembra funzionare.

Il rapporto dimostra infatti che – a parità di costo pro capite rispetto ai centri, con circa un terzo della spesa destinata alle retribuzioni degli operatori – le province a più alta concentrazione di progetti di questo tipo non solo non sono state penalizzate sul piano economico, ma hanno dimostrato di subire meno drasticamente rispetto alle altre gli effetti della crisi, soprattutto per ciò che riguarda l’occupazione. Indipendentemente dalle propensioni produttive locali, infatti, laddove è più forte la presenza di posti Sprar, vi è una maggiore tenuta dei posti di lavoro, non tanto degli stranieri quanto piuttosto degli stessi italiani.

Si dimostrano infondate, inoltre, le preoccupazioni relative alla sicurezza: sia l’incidenza del numero di furti e rapine che di quello degli omicidi, infatti, non varia in maniera significativa tra le province interessate dai progetti di accoglienza e quelle meno o per nulla coinvolte. Insomma, la presenza di più rifugiati non comporta un rischio in più per la popolazione residente.

Il modello, quindi, sembra funzionare. Tanto che il governo ha deciso di potenziare il fondo destinato a questo servizio, ampliando i posti disponibili di altre diecimila unità. Gli enti locali possono presentare domanda fino al 14 gennaio.

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