In Polonia tutti (finalmente) uniti nella protesta, ad ogni costo

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Le proteste di questi mesi sono un po’ insolite e controcorrente, mai prima di ora si erano registrati troppi episodi di dissenso, men che meno sulle piazze. Perché adesso la tendenza si inverte?

Si è votato il 25 ottobre, il governo si è insediato a metà novembre e la prima dimostrazione si è tenuta il 12 dicembre. Era un sabato, e da allora si è manifestato molte altre volte contro misure, posture e proposte dell’esecutivo: un monocolore di Diritto e Giustizia (PiS), il partito populista che ha la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Lo guida Jaroslaw Kaczynski. Ed è lui che dirige il coro di governo, pur senza ricoprire cariche istituzionali. Beata Szydlo, il primo ministro, è considerata un po’ da tutti una testa di legno.

Uniti (finalmente) nella protesta 

Domani alle 13 va di scena un nuovo corteo, l’ennesimo. E il più composito, tra quelli a oggi promossi. Lo organizzano infatti partiti di opposizioni e movimenti della società civile. Finora non avevamo mai trovato la colla giusta per presentarsi insieme sulla piazza, che domani, proprio per via di questa molteplicità, potrebbe contare più persone del solito.

Il tema della parata – “Noi siamo e saremo in Europa” – indica la convinzione che le scelte sin qui fatte dal governo creino distanza tra Varsavia e Bruxelles. E in effetti la Commissione Ue ha aperto a gennaio una procedura di monitoraggio sullo stato di diritto, dopo che l’esecutivo, forzando nuove nomine al Tribunale costituzionale e modificandone composizione e meccanismi, ha alterato – questa la tesi di Bruxelles – il quadro di pesi e contrappesi. Da allora le cose sono soltanto peggiorate. Il Tribunale ha giudicato incostituzionali le mosse del governo; il governo rifiuta l’autorità del Tribunale. Ci sono due giustizie parallele.  

A tutto questo s’aggiungono, tra le tante cose, le polemiche su libertà di stampa e aborto. Le prime sono state innescate dalla legge, varata a fine 2015, che ha fatto cessare il mandato dei vertici della radio-tv di stato (sostituiti da gente in quota PiS). Le seconde sono il frutto dell’iniziativa della potente conferenza episcopale, con cui i populisti giocano spesso di sponda, che vuole una legge che vieti in modo assoluto l’aborto, oggi già fortemente limitato.

L’esempio del Kod

Le proteste di questi mesi sono un po’ insolite e controcorrente, dato che nel periodo delle coalizioni liberali, tra il 2007 e il 2015, in Polonia non si erano registrati troppi episodi di dissenso, men che meno sulle piazze. Perché adesso la tendenza si inverte? Da un lato incidono i provvedimenti e le idee messe in campo dal governo, spesso di rottura, quasi sempre divisive. Dall’altro, va dato atto al Comitato per la difesa della democrazia (Kod), il movimento che ha dato il là alla stagione della protesta continua, di aver dato un po’ a tutti adrenalina.

Il Kod è un movimento della società civile. Si ispira al quasi omonimo Comitato per la difesa dei lavoratori (Kor) che al tempo del regime comunista e prima di Solidarnosc, di cui può essere considerato precursore, iniziò a organizzare mobilitazioni, far circolare petizioni, strutturare presidi territoriali, creando una prima forma di opposizione diffusa e dandole continuità. Il Kod ritiene che questo modo di rivendicare – ieri il rispetto dei lavoratori da parte di un regime sfruttatore, oggi la tutela della democrazia – sia ancora valido e attuale. E così è arrivata una prima manifestazione, il 12 dicembre. E poi ce ne sono state due a gennaio. E un’altra ancora a febbraio. E adesso il Kod, che ha comunque organizzato iniziative in tante altre città del Paese, non solo nella capitale, figura tra i promotori della marcia di oggi.

A ciascuno la sua piazza

Quelle del Kod, a ogni modo, non sono state le uniche proteste di questi mesi. Ce ne sono state molte altre, esplose spesso in merito a singole questioni. Per esempio, dopo l’appello dei vescovi per il no assoluto all’aborto, qualche migliaia di persone hanno invaso le strade di Varsavia. Si sono mobilitati anche gli ecologisti, sotto l’egida di Greepeace. Questo perché il governo ha permesso di triplicare il volume di legno tagliato nella foresta vergine di Bialowieza, l’unica in Europa, motivandolo come passo necessario per combattere una recente epidemia, causata da un parassita, che ha ucciso molte piante. È solo una concessione alla lobby del legno, hanno denunciato gli ecologisti.

E a una concessione molto, troppo favorevole – ma verso il settore del carbone – hanno gridato anche gli operatori dell’eolico, quando hanno protestato a Varsavia a metà aprile. Si sono scagliati contro la bozza di legge, secondo i più esageratamente restrittiva, che impedisce di installare turbine nel raggio di due chilometri da zone abitate o foreste, chiudendo molti spazi e tarpando potenzialmente le ali a un settore che sta andando molto forte.

Non finisce qui. Nelle scorse settimane si sono fiondati in strada anche i titolari dei mutui in franchi svizzeri, che pretendono dal governo la conversione in valuta locale (zloty), promessa solenne della campagna elettorale. Il tema dei mutui in franchi è enorme: sia perché sono stati accesi da 500mila polacchi, che pagano oggi rate altissimi a causa dell’apprezzamento della moneta elvetica; sia perché se la misura passasse le banche andrebbero in perdita e sarebbero guai per loro, ma anche per le attività economiche, che faticherebbero un po’ di più a chiedere prestiti.

Anche i proprietari dei piccoli supermercati hanno scelto la via della piazza, a febbraio. La loro rabbia è data da una legge, in procinto di essere approvata, che tassa gli incassi mensili del settore della distribuzione, controllato dai grossi operatori stranieri. Secondo il governo in questi anni di crescita e di aumento della capacità di spesa hanno preso tanto senza dare molto in cambio, per giunta strozzando la capacità dei piccoli operatori locali di stare sul mercato. Da qui questa nuova tassa, ritagliata sulla metratura delle attività commerciali. Tende verso l’alto, ma il limite non è tale da mettere al riparo tutti i piccoli da questa imposta.

A ciascuno il suo pretesto, e la sua protesta. Va detto: i numeri di queste manifestazioni non sono mai stati alti. Solo quelle del Kod hanno portato qualche buona decina di migliaia di persone in piazza. Ma il fatto che ci siano costituisce un segnale di cui Jaroslaw Kaczynsky, che forse ancora deve smaltire bene l’ebbrezza da maggioranza assoluta, dovrebbe interpretare con minor sufficienza. La tenuta del governo non è minimamente in pericolo, ma un clima politico così tossico può procurare alla lunga parecchi grattacapi.

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