In Polonia c’è una crisi democratica che mette in guardia l’Europa

Scenari
epa05067719 People carry the Polish national flags as they participate in the V March of Freedom and Solidarity, that went through the streets of Warsaw, Poland, 13 December 2015. This year's demonstration, organized on the 34th anniversary of the imposition of martial law, is an expression of support for the government and the president Andrzej Duda.  EPA/JACEK TURCZYK POLAND OUT

Dalle urne alle piazze, lo scontro tra liberali e populisti non si ferma. Ecco come è nato e perché preoccupa Bruxelles

In un Paese che da anni vive una guerra civile fredda, con liberali e populisti a darsele di santa ragione, era impossibile aspettarsi un trasloco a palazzo rapido e indolore, dopo la vittoria dei secondi – schiacciante – alle elezioni generali del 25 ottobre. Pronosticare la crisi costituzionale era invece più difficile.

Ma è a questo punto che la Polonia è arrivata e le manifestazioni tenutesi nel fine settimana, sia a favore che contro il governo, sono la variabile di piazza di questa brutta storia. Da Bruxelles la si osserva con attenzione. Al punto che era emersa la possibilità, poi decaduta, di tenere una discussione sulla Polonia durante la sessione plenaria di questa settimana all’europarlamento.

Il pomo della discordia è la nomina di cinque dei quindici giudici della Corte costituzionale, intorno alle quali si è sviluppata un’escalation di forzature. La prima è stata compiuta dai liberali della Piattaforma civica (Po), che hanno nominato i loro giudici mentre il Paese votava, sapendo bene che li avrebbe mandati a casa dopo due legislature al potere. Tre delle nomine erano legate alla fine del mandato. Le altre sono state sottratte al nuovo parlamento e la stessa Corte costituzionale le ha inesorabilmente bocciate. Non ha invece avuto modo di pronunciarsi sulla rottura ancora più rumorosa di cui è stato protagonista Diritto e Giustizia (Pis), il partito populista, guidato da Jaroslaw Kaczynski, che il 25 ottobre ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. Pis ha promulgato una contro-misura che azzera le nomine dei giudici vicini a Po, ai quali il capo dello Stato, Andrzej Duda, eletto a maggio in quota Pis, non ha mai concesso le credenziali. Ha invece fatto giurare i togati voluti dalla sua formazione politica.

Tutto questo ha portato alla nascita del Comitato per la difesa delle democrazia (Kod), gruppo espressione della società civile. Sono stati i suoi rappresentanti a convocare, sabato a Varsavia, il corteo anti-governativo cui hanno preso parte circa 50mila persone. Nella stessa giornata ci sono state dimostrazioni in altre città polacche. Il giorno dopo si è marciato a Danzica, sempre con l’obiettivo di denunciare quello che, secondo il Kod, è il primo passo verso la “democratura”, cui si vincolano le posizioni sui rifugiati (il Pis non li vuole), la volontà di portare una parte del mondo della stampa sotto il controllo pubblico e qualche altro spostamento di pedine, sulla scacchiera dello Stato, seguito al voto di ottobre.

Parallelamente, a Varsavia, il Pis ha chiamato a raccolta i suoi sostenitori, trasformando in una contro-prova di forza la tradizionale parata con cui la Polonia, ogni 13 dicembre, ricorda l’approvazione delle leggi marziali del 1981. A quanto pare anche in questo caso sono sfilate circa 50mila persone.

La tesi di Jaroslaw Kaczynski è che una Corte suprema espressione della fazione liberale saboterebbe le riforme che Diritto e Giustizia ha in testa. Tra le più sensibili ci sono l’abbassamento dell’età pensionabile (innalzata dal precedente governo), il blocco dei finanziamenti alla fecondazione assistita, assegni familiari più sostanziosi, regolarizzazione dei tanti contratti di lavoro atipici (punto importante della campagna elettorale) e una mezza stangata nei confronti di banche e grande distribuzione, settori controllati da capitale prevalentemente straniero. Le riforme proposte dal Pis riflettono la sua carica statalista, populista, nazionalista e clericale (qualcuno sostiene che i populisti polacchi abbiano analogie con il Fidesz di Viktor Orban), ma comportano specie su quelle legate a spesa e pensioni anche dei costi notevoli. Il timore di Kaczynski è che la Corte suprema possa affossarle accampando la motivazione della sostenibilità finanziaria.

Eppure questo non è l’unica benzina di questo incendio. Bisogna analizzarlo tenendo conto delle furibonde lotte politiche registrate in Polonia dopo il 1989. Dapprima lo scontro è stato tra gli eredi del comunismo e quelli di Solidarnosc. Ovvie le ragioni. Poi, quando i primi sono diventati elettoralmente irrilevanti, nel 2006, la partita s’è giocata tra le vecchie costole del partito-sindacato guidato da Lech Walesa. Donald Tusk, che prima di accasarsi a Bruxelles, ha guidato la Piattaforma civica e il governo polacco, viene da quella moderata dei Walesa, dei Mazowiecki, dei Geremek. Kaczynski da quella più radicale, convinta che le trattative che portarono alla transizione e che diedero al comunismo la possibilità di riciclarsi e controllare qualche pezzo del sistema economico, abbiano inquinato la natura della democrazia polacca.

Nel 2006, quando Diritto e Giustizia vinse le elezioni, ci fu un primo tentativo di trasformare il Paese e fare pulizia, tanto nei confronti dei sopravvissuti del comunismo, quando dei “trattativisti” ex Solidarnosc. Stavolta il proposito non è stato annunciato a voce alta e anzi, Kaczynski ha mandato in prima linea Andrzej Duda e Beata Szydlo (l’attuale primo ministro), i volti nuovi e un po’ sconosciuti del partito, cercando di renderlo più competitivo. Eppure l’impressione, da questi primi provvedimenti, dalle nomine di qualche rinomato falco al governo, dalle idee di riforma che circolano, dalle parole pesanti sui rifugiati (potrebbero islamizzare il paese e diffondere epidemie), dal giro di nomine e dalla crisi costituzionale in corso, è che Kaczynski e il Pis covino progetti di trasformazione molto netti e non si curino troppo del dialogo con l’opposizione.

Sta assumendo una certa importanza anche la “religione di Smolensk”. Smolensk è la città russa nel cui aeroporto, nel 2010, si è schiantato l’aereo di Lech Kaczynski, gemello di Jaroslaw e capo dello stato. Stava andando a Katyn, il luogo in cui nel 1940 più di ventimila polacchi furono massacrati dai sovietici, che li avevano fatti prigionieri l’anno prima, quando si spartirono la Polonia d’intesa con Hitler. Jaroslaw Kaczynski e una fetta del Pis sono convinti che l’incidente aereo sia dovuto a manipolazioni russe. Viene in questo modo alimentata la sindrome del vittimismo, che permea ancora diversi segmenti della società civile e politica polacca, generando livore, sospetto, sete di rivincita.

La precedente stagione di Pis al potere durò poco più di un anno. I polacchi si stufarono presto della postura più di lotta che di governo dei gemelli Kaczynski, decidendo di affidarsi ai liberali. Stavolta che succederà? Lo scenario è complesso da decifrare. Da una parte Diritto e giustizia ha ampio consenso, avendo ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, anche grazie al clamoroso successo nelle città e tra i giovani, dove prima mai aveva sfondato. Dall’altra viene da pensare che la Polonia, rispetto al 2006, è un Paese che ha raggiunto, al netto di squilibri ancora esistenti, una certa quadratura economica. Bene prezioso da conservare, questo. I polacchi potrebbero disapprovare svolte politiche troppo forzate. Kaczynski spinge molto, ora. Forse perché è reduce dall’abbuffata di preferenze di ottobre e può permettersi qualche strappo. Ma più avanti potrebbe e forse dovrebbe moderarsi. Intanto c’è da risolvere questo pasticcio costituzionale.

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