Europa. In pochi anni si è dissipato un patrimonio

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Sondaggio esclusivo SWG: svanito negli anni della crisi il sogno degli Stati Uniti d’Europa

Il sogno europeo si è lentamente spento. Il patrimonio europeista che ha caratterizzato il nostro Paese dagli anni Novanta dello scorso secolo, è stato dissipato. In poco più di dieci anni, dal 2002 al 2013, la percezione dell’ingresso nell’Unione come vantaggio per l’Italia è svanita.

Nel 2002 il 70% dell’opinione pubblica giudicava positivamente la partecipazione dell’Italia alla Ue. Questo patrimonio di consenso si è via via prosciugato, giungendo alla quota del 19% di oggi. Sempre nel 2002 le persone che vedevano negativamente la nostra partecipazione al consesso europeo era una risicata minoranza, pari al 15%. Oggi il gruppo dei delusi è diventato numeroso e rasenta la metà dell’opinione pubblica (47%). All’interno di questo ammasso di disillusi si è consolidato un folto nucleo di duri euro-scettici, che arriva a quota 35%. Si tratta di un raggruppamento socialmente e politicamente trasversale che coinvolge, in primis, gli elettori della Lega Nord e di Forza Italia (54% del loro elettorato), ma tocca anche il 47% delle persone che vota per il movimento di Beppe Grillo. L’evoluzione del rapporto tra gli italiani e la Ue, sollecita alcune riflessioni generali.

Oggi ci troviamo a fare i conti con tre fallimenti. Il primo è quello del liberalismo economico, il secondo è quello del sogno europeo, il terzo è quello della classe dirigente europea.

La crisi, il suo perdurare e le opzioni adottate dai governi per affrontarla, hanno sgretolato alcuni pilastri intorno ai quali si era consolidata la nostra società negli anni Novanta. È crollata l’idea che il mercato, senza vincoli, possa autoregolarsi, dare stabilità e diffondere ricchezza e benessere. Gli eventi degli ultimi anni hanno dimostrato gli effetti dell’assenza di regole: crisi, ingiustizie, ineguaglianze sempre più accentuate, cadute e crack. Non solo. È emerso chiaramente che il modello liberista puro non garantisce ricchezza diffusa, ma ingigantisce le distanze tra quanti hanno di più (pochi) e quanti hanno di meno (molti). La crisi, tuttavia, ha messo sotto accusa l’intero assetto capitalistico. Ha evidenziato i danni e le distorsioni generate dal capitalismo parassitario, che produce ricchezze facendo perno solo sul potere finanziario. Un capitalismo che ha generato un’economia immaginaria, virtuale, che ha indebolito (anzi, infiacchito) il capitalismo produttivo che puntava alla creazione di beni e servizi. Nel corso degli ultimi anni, nell’opinione pubblica nazionale, è cresciuta la consapevolezza di questi problemi ed è lievitata l’esigenza di nuove regole (per controllare il mercato) e, soprattutto, di nuove forme di gestione degli scambi tra le persone (più collaborative, cooperative e comunitarie).

Il secondo fallimento è il crollo della speranza europea. La caduta dell’idea che l’Europa potesse essere l’esempio realizzato di un modello di sviluppo virtuoso. Il sogno europeo, come ci ricorda Rifkin, era basato su una main promise a tre punte: prediligere lo sviluppo sostenibile, garantire l’integrazione sociale, ampliare la responsabilità collettiva. Un impegno che si è infranto per la manifesta incapacità dell’Europa di essere al passo con quanto proposto e di affrontare la crisi pensando alle persone e non solo agli equilibri di bilancio o alla tenuta delle banche.

Il terzo fronte di fallimento è quello delle classi dirigenti europee. La difficoltà dei governi di fronte agli eventi finanziari, l’incapacità di avere una visione unitaria e di lungo periodo, la mancanza di equilibrio tra il tema (giusto) del rigore con quello dell’equità, hanno generato un interregnum, di gramsciana memoria, in cui il vecchio mondo non funziona più, ma di quello alternativo non se ne vedono i contorni

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