“In memoria di una signora amica”, l’opera di Giuseppe Patroni Griffi torna in scena

Teatro
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In scena al Teatro Mercadante di Napoli fino al 15 novembre

Non ci sono solo Eduardo, Raffaele La Capria e Enzo Moscato a legare questo lavoro a quello degli ultimi anni, come dichiara Francesco Saponaro nelle note di regia a In memoria di una signora amica, lo spettacolo dal testo del 1963 di Giuseppe Patroni Griffi che ha inaugurato la stagione del Teatro Mercadante di Napoli. C’è anche Šostakovič, il ‘folle santo’ a cui il regista dedicò un memorabile affresco con Tony Laudadio, e che qui risuona con la Sinfonia n° 5 in re minore che apre lo spettacolo, e che ritorna poco dopo con il IV Movimento, a contrappuntare con le sue tinte grottesche l’entrata in scena della serva-prostituta.

Vero è che il personaggio del maestro di musica, interpretato dal sempre bravo Tonino Taiuti, è sintonizzato su Schönberg e la nuova musica dodecafonica, negletta ai suoi concittadini, ma l’utilizzo prolungato di Šostakovič mi è parso una divertente rivendicazione di imprinting prima di vestire il ruolo di regista ligio e filologico nei confronti di una commedia datata, ma senz’altro godibile.
Non tanto per il contenuto che fotografa la società napoletana dopo la seconda guerra mondiale, divisa e contaminata tra i bassifondi dei quartieri spagnoli e le terrazze di Posillipo, tra il desiderio di partire e quello di restare, tra le ansie dei giovani e la nostalgia degli adulti, ma per tutto il corredo di battute e battutine che Patroni Griffi mette in bocca a questa piccola o grande borghesia sgangherata che prova ancora a fare il verso a se stessa.

“Un oggettino in mano a voi è roba rubata, in mano a me è roba di famiglia”, dirà la signora del titolo interpretata da Mascia Musy alla giovane prostituta (Clio Cipolletta) a cui affitta il proprio talamo, in virtù delle stesse ‘leggi economiche’ per le quali affitta il tavolo da pranzo alle amiche per la partita a carte.
Le signore che giocano al tavolo verde è la prima delle quattro scene della commedia, ed è visivamente simultanea a quella della camera con letto a castello- una pacifica allusione di promiscuità e emergenza-, in cui il figlio della signora attende con indolenza l’arrivo della fidanzata, dopo che noi spettatori lo avevamo visto dalla buca d’orchestra mimare con enfasi la direzione della Quinta di Šostakovič.
Euforia e rassegnazione: sono un po’ questi i due umori, ora rimessi a una generazione ora all’altra, che muovono la commedia e i suoi personaggi, che si spostano da Napoli a Roma per poi ritornare, di nuovo, disillusi e delusi dalle promesse che la capitale non ha mantenuto, a intenerirci con esclamazioni che meritano da sole la trasferta partenopea (“Me la immaginavo meglio questa resurrezione”).
Il pregio di questa lettura, ubbidiente alla poetica dichiarata del suo autore (“Io credo nel teatro dei personaggi più che delle storie”) è avere preservato l’anima dei personaggi prima ancora di averne accompagnato le storie, e l’avere sottolineato certi bei momenti di testo, certe belle parole e battute che non sono scivolate via senza lasciare traccia. Merito anche di una compagnia di buon livello in cui segnaliamo, accanto alla Musy, Imma Villa, Fulvia Carotenuto, Antonella Stefanucci, Valentina Curatoli e Edoardo Sorgente.

Le scene di Lino Fiorito puntano su una giustapposizione al servizio di segmenti narrativi simultanei e si valgono di pannelli mobili dipinti come paesaggi trompe l’oeil che dividono e caratterizzano i singoli spazi.
Dopo Napoli, lo spettacolo sarà al Franco Parenti di Milano dal 17 al 22 novembre.

 

(foto credit: Marco Ghidelli)

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