In Italia sempre meno “sì”: matrimoni in calo nel Paese

Società
He put the wedding ring on her finger

Aumentano le convivenze e, tra le coppie sposate, le separazioni

“Vi dichiaro marito e moglie”: una frase ormai desueta in Italia. Nel Paese, infatti, sono sempre di più le coppie che decidono di convivere senza sposarsi. I numeri arrivano dall’Istat che rileva come il calo sia iniziato già dagli anni ’70 con un’importante accelerazione del ritmo della riduzione. Dal 2008 al 2014 si è registrato un calo del 3,8% dei matrimoni rispetto al -1,4% tra il 2002 e il 2008.

Una diminuzione dei “sì” che dal 2008 si osserva su tutto il territorio, con differenze comunque rilevanti di zona in zona. Bolzano, ad esempio si registra un aumento dei matrimoni mentre il calo più forte è in Sardegna (-5,7%), in Umbria e nelle Marche (-4,9%).

La diminuzione dei matrimoni, rileva l’Istat, è in larga parte attribuibile alla progressiva contrazione del numero dei primi matrimoni. A partire dal 2008 questo fenomeno si è ulteriormente accentuato: le nozze tra celibi e nubili sono passate da 212.476 nel 2008 a 159.127 nel 2014. Una diminuzione legata alla prolungata diminuzione delle nascite dagli anni ’70 e per 30 anni ha interessato il Paese con una riduzione di quella popolazione con fascia d’età che d, ha infatti determinato una netta riduzione della popolazione nella fascia di età (16-34 anni) in cui le prime unioni sono più frequenti; una popolazione che nel 2014 contava circa 11 milioni di persone, oltre 1 milione e 300mila in meno rispetto al 2008.

In generale, comunque, i giovani che decidono di sposarsi sono sempre di meno e la scelta deriva dal mutamenti della società e in particolare la posticipazione dei tempi di costituzione della famiglia. Cambiamenti, questi, provocati dall’aumento diffuso della scolarizzazione, dall’allungamento dei tempi formativi, dalle difficoltà che incontrano i giovani nell’ingresso nel mondo del lavoro e dalla condizione di precarietà del lavoro stesso, oltre alle difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni.

L’età media degli italiani al primo matrimonio è, secondo gli ultimi dati, di 34 anni per gli uomini e 31 per le donne (entrambi un anno in più rispetto al 2008). L’età è in aumento, ma non si tratta necessariamente di una scelta “ideologica”, ma più dettata dalla necessità e dalla congiuntura economica che il Paese ha attraversato negli ultimi anni. I giovani italiani, infatti, restano sempre più a lungo in famiglia: nel 2013-2014, vivono nella famiglia di origine il 78,6% dei maschi 18-30enni (oltre 3 milioni e 200mila) e il 68,4% delle loro coetanee (oltre 2 milioni e 700mila) con un aumento, rispetto al 2008, delle giovani donne di circa 48mila unità. Di conseguenza, sono diminuite di circa 41mila le spose alle prime nozze tra 18 e 30 anni.

Ad articolare i percorsi familiari, commenta l’Istat, è in particolare la diffusione delle unioni libere, che in alcuni casi rappresentano una fase di preludio al matrimonio, ma che possono anche ricoprire un ruolo ad esso del tutto alternativo. Le unioni di fatto sono più che raddoppiate dal 2008, superando il milione nel 2013-2014. In particolare, le convivenze more uxorio tra partner celibi e nubili arrivano a 641mila nel 2013-2014 e sono la componente che fa registrare gli incrementi più sostenuti, essendo cresciute quasi 10 volte rispetto al 1993-19942 . I dati sulla natalità confermano che le libere unioni sono una modalità sempre più diffusa di formazione della famiglia: oltre un nato su quattro nel 2014 ha genitori non coniugati.

Per chi decide di sposarsi, sempre più frequente è la scelta del rito civile rispetto a quello religioso con una percentuale dei matrimoni celebrati civilmente: 36,8% nel 2008, 43,1% nel 2014. La propensione a separarsi, però, risulta essere molto inferiore nei matrimoni celebrati con il rito religioso.

Scendono i matrimoni misti con spose italiane. Nelle coppie miste, infatti, la tipologia più frequente è quella in cui lo sposo è italiano e la sposa è straniera; questo tipo di matrimoni riguarda il 7,2% delle celebrazioni a livello medio nazionale e quasi il 10% nel Nord-est e nel Centro. Le donne italiane che hanno scelto un partner straniero sono 3.845 nel 2014, il 2,0% del totale delle spose: quest’ultima tipologia di unioni mostra la flessione più marcata (erano oltre 6.300 nel 2008). Tra le spose straniere, invece, una su due è cittadina di un paese dell’Est Europa: gli uomini italiani che nel 2014 hanno sposato una cittadina straniera hanno nel 19,6% dei casi una moglie rumena, nel 10,7% un’ucraina e nel 6,6% una russa. Nel complesso una sposa straniera su due è cittadina di un paese dell’Est Europa. Le donne italiane che hanno sposato un cittadino straniero, invece, hanno scelto più spesso uomini provenienti dal Marocco (13,5%), dall’Albania (8,2%) e dalla Tunisia (6,3%). Complessivamente, in questa tipologia di coppia, quasi tre sposi stranieri su 10 sono cittadini di un paese africano. Un altro 22% è rappresentato, invece da cittadini dell’Europa occidentale o degli Stati Uniti.

Tra i matrimoni di cittadini stranieri quelli tra rumeni sono i più numerosi. Le nozze celebrate in Italia tra cittadini entrambi stranieri sono 6.724 (il 3,5% dei matrimoni totali) e si riducono di molto quando si considerano solo quelli in cui almeno uno dei due è residente (4.728 nozze in totale). Il nostro Paese esercita, infatti, un’attrazione per numerosi cittadini provenienti soprattutto da paesi a sviluppo avanzato, che lo scelgono come luogo di celebrazione delle nozze. I matrimoni tra rumeni4 sono i più diffusi in valore assoluto (940 matrimoni nel 2014, pari al 19,9% del totale dei matrimoni tra sposi stranieri residenti), seguiti da quelli di nigeriani (395 nozze, l’8,4%) e di moldavi (273 matrimoni, il 5,8%). Tenendo conto dell’ammontare delle diverse comunità si rileva la più alta propensione a sposarsi in Italia per i cittadini nigeriani (5,5 matrimoni ogni mille residenti) seguiti dai moldavi (1,8 per mille) e dai rumeni (0,8 per mille). In altre comunità immigrate, altrettanto numerose, ci si sposa in Italia meno frequentemente, come ad esempio tra i cittadini marocchini o gli albanesi (0,5 matrimoni per mille residenti). Le ragioni di questi diversi comportamenti vanno ricercate, secondo l’Istat, nei progetti migratori e nelle caratteristiche culturali proprie delle diverse comunità. In molti casi i cittadini immigrati si sposano nel paese di origine e i coniugi affrontano insieme l’esperienza migratoria, oppure si ricongiungono nel nostro Paese quando uno dei due si è stabilizzato.

Diminuiscono anche le seconde nozze. Le seconde nozze rappresentano un importante indicatore della diffusione di nuove forme familiari. La loro evoluzione è stata caratterizzata da un continuo aumento fino al 2008; quindi si è registrato un rallentamento, seguito da una lieve diminuzione. Nel 2014 sono stati celebrati in Italia 30.638 matrimoni con almeno uno sposo alla sua seconda occasione, circa il 10% in meno rispetto al 2008.

Se da un lato i matrimoni risultano in diminuzione negli ultimi vent’anni, dall’altro le separazioni sono aumentate del 70,7% e i divorzi sono quasi raddoppiati. Questo trend registra nel periodo più recente un rallentamento: le separazioni nel 2014 sono a livelli pressoché analoghi a quelli medi degli ultimi 4 anni, mentre i divorzi del 2014 sono circa 2000 in meno rispetto al 2008. La congiuntura economica sfavorevole può verosimilmente agire da deterrente nello scioglimento dei matrimoni, che com’è noto comporta spesso un rischio di peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie. Per quanto riguarda gli aspetti normativi, negli anni più recenti si sta intensificando il ricorso da parte dei cittadini italiani allo scioglimento della propria unione coniugale in altri paesi dell’Unione europea, ottenibile con una riduzione dei tempi (e generalmente anche dei costi) e senza necessità di “passare” per la separazione. In Italia, per i divorzi concessi nel 2014, l’intervallo di tempo intercorso tra la separazione legale e la successiva domanda di divorzio è stato pari o inferiore a cinque anni nel 60,2% dei casi. Per ottenere una misura della propensione alla rottura dell’unione coniugale al netto degli effetti di struttura occorre rapportare, per ciascuna durata di matrimonio, le separazioni o i divorzi registrati in un anno di calendario all’ammontare iniziale dei matrimoni della coorte di riferimento (anno in cui si sono celebrate le nozze).

La crisi coniugale non risparmia nemmeno gli over 60. Nel 2014 all’atto della separazione i mariti hanno mediamente 47 anni e le mogli 44. La classe più numerosa è quella tra i 40 e i 44 anni sia per le mogli (18.986 separazioni, il 21,3% del totale) sia per i mariti (18.013 pari al 20,2%). Nel 2000, invece, il maggior numero delle separazioni ricadeva sia per i mariti sia per le mogli nella classe 35-39 anni. Parallelamente, sono andate aumentando, sia in valori assoluti sia percentuali, le separazioni delle classi di età più elevate, con almeno uno sposo in età di 60 anni e oltre. Le separazioni che riguardano uomini ultrasessantenni sono passate da 4.247 del 2000 a 11.337 del 2014 (dal 5,9% al 12,7% del totale delle separazioni). Per le donne di 60 anni e oltre, nello stesso periodo, si va dalle 2.555 del 2000 (pari al 3,6%) alle 7.267 del 2014 (8,1%).

Tra i separati del 2014 prevalgono i coniugi con titolo di studio medio-alto: il 57,2% dei mariti e il 63,7 delle mogli dispone di un diploma di scuola media superiore o di un titolo universitario. Tale distribuzione è il risultato, in parte, del progressivo aumento del livello di istruzione riscontrabile per la popolazione generale e, quindi, anche di quella per quella dei coniugati.

La crescita dell’instabilità dei matrimoni fra coniugi di diversa cittadinanza è un fenomeno relativamente recente, dovuto all’aumento dei matrimoni “misti”, ovvero che coinvolgono cittadini italiani e stranieri. Nel 2014, le separazioni di coppie miste hanno raggiunto in termini assoluti un massimo pari a 8.334 (in termini relativi 9,3% di tutte le separazioni, percentuale simile a quella registrata nel 2000). In sette casi su dieci (69,7%), la tipologia di coppia mista che arriva a separarsi è quella con marito italiano e moglie straniera (o che ha acquisito la cittadinanza italiana in seguito al matrimonio). Questo risultato appare strettamente connesso con la maggiore propensione degli uomini italiani a sposare una cittadina straniera.

La tipologia di procedimento prevalentemente scelta dai coniugi è quella consensuale: nel 2014 si sono chiuse con questa modalità l’84,2% delle separazioni e il 75,9% dei divorzi. Ma la litigiosità tra le coppie che decidono di porre fine alla loro unione matrimoniale si differenzia abbastanza sul territorio. Se al Centro e al Nord poco più di 1 separazione su 10 si chiude con rito giudiziale (13% circa), questa proporzione sale a 1 su 5 per le separazioni nelle Isole (il 21,4%) e addirittura a quasi 1 su 3 per i divorzi in tutto il Mezzogiorno (31,9%). Nel 2014 68.089 separazioni (76,2% del totale) e 34.241 divorzi (65,4% del totale) hanno riguardato coppie con figli. I figli coinvolti sono stati 119.763 nelle separazioni e 55.220 nei divorzi. Poco meno della metà (52,8%) delle separazioni e un terzo (32,6%) dei divorzi riguardano matrimoni con almeno un figlio minore di 18 anni. Il numero di figli minori che sono stati affidati nel 2014 è stato pari a 71.118 nelle separazioni e a 22.228 nei divorzi. Nelle separazioni, il 55,2% dei figli affidati ha meno di 11 anni. In caso di divorzio i figli sono generalmente più grandi: la quota di quelli al di sotto degli 11 anni scende al 32,5% del totale.

Nel 2014 le separazioni con figli in affido condiviso sono l’89,4% contro l’8,0% di quelle con figli affidati esclusivamente alla madre. La quota di affidamenti concessi al padre continua a rimanere su livelli molto bassi. Infine, l’affidamento dei minori a terzi è una categoria residuale che interessa meno dell’1% dei bambini.

Per quanto riguarda gli assegni di mantenimento, le separazioni che prevedono un contributo economico per il coniuge sono il 23,5% del totale delle separazioni (nel 97,3% dei casi l’assegno viene corrisposto dal marito); una percentuale rimasta abbastanza stabile nel tempo. La quota di separazioni con assegno è più alta nel Sud e nelle Isole (rispettivamente 30,5% e 27,8%), mentre nel Nord si assesta sul 19,6%. Quando ad essere corrisposto è solo il contributo economico al coniuge (e non anche ai figli) la quota scende all’11,8%.

Nel 2014 gli assegni di mantenimento per i figli vengono corrisposti nel 46,6% delle separazioni e nell’88,2% di quelle con figli minori (nel 2000 rispettivamente il 69,8% e l’87,1%). È il padre a versare gli assegni nella quasi totalità dei casi (94,1%), anche tale caratteristica appare decisamente stabile nel tempo: era pari al 94,9% nel 2000. Nel 34,8% delle separazioni – quota che arriva al 66,0% se si considerano solo le separazioni con figli minori – l’unico assegno ad essere corrisposto è proprio quello per i figli. L’importo medio mensile dell’assegno corrisposto al coniuge in caso di separazione è nel 2014 di 485 euro, mentre per i figli è di 488 euro.

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