Cosa sta succedendo in Afghanistan, dove la pace non è mai arrivata

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epa04953956 Afghan security officials take position during an operation against Taliban and Islamic State (IS) militants in Achin district of Nangarhar province, Afghanistan, 28 September 2015. According to media reports, 85 Islamic State (IS) militants were killed after Afghan security forces launched offensive against Islamic State (IS) militants in Achin district of Nangarhar province on 28 September.  EPA/GHULAMULLAH HABIBI

Un raid aereo degli Usa sostiene la controffensiva del governo locale, dopo la conquista da parte dei Talebani della città di Kunduz. Mentre l’Isis avanza anche qui

La missione compiuta in Afghanistan era solo una finta. Dopo l’Iraq, dopo la Libia, ancora una volta la comunità internazionale si trova a fare i conti con una polveriera rimasta tale anche dopo la fine dei bombardamenti, dopo che le truppe occidentali hanno lasciato (quasi del tutto) quelle valli infernali, dopo che i media hanno ritirato gli inviati e staccato le telecamere.

Il rientro in patria dei militari occidentali, salutato con gioia dall’oltranzismo pacifista, ha lasciato infatti un Paese tutt’altro che pacificato, con il governo del presidente Ghani ancora non in grado di gestire la situazione e forze di polizia che faticano non poco a mantenere la sicurezza. Il tentativo di intavolare una trattativa ufficiale con i Talebani, se possibile, ha esacerbato ancora di più la situazione: se da una parte il mullah Mansour (successore di Bin Laden alla guida dei fondamentalisti) ha accettato di sedersi al tavolo, dall’altra i suoi uomini hanno aumentato e reso più cruenti i loro attacchi, per acquisire più forza diplomatica.

La conquista ieri della città di Kunduz, in una delle province afghane in cui è più radicata la presenza talebana, ha segnato l’apice della loro offensiva, la prima vera e più grande vittoria sul campo da quando gli Usa e gli alleati hanno iniziato la guerra, come reazione all’attentato dell’11 settembre. La controffensiva delle forze governative è già partita, per provare a riconquistare la città, con il supporto di un raid compiuto in mattinata dalla forze aeree statunitensi.

Un intervento che arriva a pochi giorni dall’appuntamento già fissato per la prossima settimana al Senato di Washington per decidere cosa fare dei 10mila soldati Usa ancora presenti sul territorio. Nell’ambito della missione Isaf della Nato, rimangono ancora in Afghanistan anche 750 militari italiani, con tanto di mezzi di manovra, di supporto, di aerei da trasporto e di alcuni elicotteri.​ Il compito rimasto loro, dopo la fine della missione di peacekeeping nel 2014, è quello di assistere le istituzioni politiche provvisorie afghane nel mantenimento di una sicurezza, che in realtà non è mai arrivata.

A complicare ancora di più la situazione, si è aggiunta l’avanzata dell’Isis, che secondo un recente report delle Nazioni Unite sarebbe ormai presente con propri nuclei combattenti in 25 delle 34 province afghane, tra le forze giunte da Siria e Iraq e quelle autoctone. Un radicamento che pone i militanti del Califfato in concorrenza anche con gli stessi Talebani, tra i quali starebbero però conquistando in parte simpatie e forze. Al centro della contesa c’è il controllo della coltivazione e dell’esportazione illecita dell’oppio, altro problema mai debellato in questo Paese.

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