Immigrazione: Forti (Caritas), l’Europa non ceda ai populismi e lavori unita

Tiber
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Intervista al responsabile immigrazione della Caritas italiana

Parla Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas italiana. Populisti e destre, dice, alimentano l’allarme sociale, le immagini dei migranti sulla rotta balcanica hanno fatto da detonatore e lasciato il segno nell’immaginario collettivo. Eppure i flussi sono stabili e anzi calano leggermente. Dall’Ungheria un segnale di speranza. Bene il ‘migration compact‘ proposto dal governo, ma bisogna tutelare i diritti umani. In Gran Bretagna e Germania il problema è anche l’immigrazione da altri Paesi europei, Il tema del fondamentalismo islamico è marginale.

La paura dell’immigrazione percorre l’Europa, da cosa nasce una drammatizzazione così evidente del fenomeno?
Quello che mi trovo sempre più spesso a dire quando vado a parlare di immigrazione è che c’è questa discrasia fra realtà e rappresentazione, perché da un lato è vero che i flussi sono sostanzialmente stabili, anzi in leggera diminuzione, rispetto allo scorso anno, ma nonostante questo monta un timore frutto almeno in parte di una eredità, quella della vicenda balcanica (i flussi di profughi in buona parte siriani, che hanno attraversato a piedi i Balcani superando le frontiere di vari Paesi nel 2015, ndr) , che ha scosso l’immaginario collettivo. Ma ricordiamo che il nostro Paese non è stato minimamente toccato dalla rotata balcanica, l’abbiamo però vista in televisione. Contestualmente, noi, abbiamo continuato a fare i conti con gli sbarchi. Poi c’è tutto un altro pezzo di questa storia che è il populismo crescente in Europa da parte soprattutto di alcune destre che continuano ad alimentare l’allarme migratorio pure quando non ce n’è motivo.

Come quella del governo ungherese guidato da Viktor Orban…
La vicenda di Orban un po’ dimostra quanto stavo dicendo: è vero che il referendum non ha raggiunto il quorum, però il 95% di quelli che sono andati a votare hanno scelto il ‘no’ al ricollocamento, e parliamo di poco più di mille persone (sarebbe la quota di migranti che spetterebbe all’Ungheria in base all’accordo Ue sul ricollocamento, ndr). La questione dunque è ormai quasi solo ideologica. Poi c’è il muro di Calais, l’Austria pronta ad alzare le barriere in caso di afflusso massiccio e via dicendo. La vicenda balcanica ha certamente toccato quei nervi scoperti che erano stati fino ad oggi governati anche rispetto ai media, alla comunicazione relativa alle migrazioni.

Il referendum ungherese sembrava però avere una strada spianata, la maggioranza degli ungheresi invece non è andata a votare, c’è stato una sorta di ammutinamento rispetto all’impostazione voluta dal premier Viktor Orban…
Sì, e questo è anche un segnale di grande speranza perché vuol dire che l’Europa solidale costruita in cinquant’anni non si è completamente persa. E’ per questo che anche un Paese come l’Ungheria che sembrava quasi del tutto piegato alle logiche di Orban, con questo voto dice invece al suo premier: sì, è vero, l’immigrazione è un tema centrale ma non tale da convincermi ad andare alle urne per dire solamente no al piano di ricollocamento, ci sono cose più importanti.

Secondo i dati più recenti dell’Oim, Organizzazione mondiale migrazione, nel 2016 in Europa sono sbarcati circa 300mila migranti fra Italia e Grecia, come stanno cambiando i flussi migratori?
Questo dato è frutto anche dell’accordo fra Ue e Turchia entrato in vigore poco prima dell’estate, che di fatto ha bloccato l’arrivo di tanti profughi dalla Turchia verso i Paesi europei. Per altro dei circa 150 mila sbarcati in Grecia, la maggior parte è arrivata nei mesi precedenti l’entrata in vigore di questo accordo. Il fronte che rimane aperto è il nostro, quello italiano, il nostro Paese non ha infatti attivato misure di contrasto all’ingresso, anzi compiamo operazioni di salvataggio in mare.

Chiusa la via turca, arrivano meno siriani, da che Paesi provengono i migranti che attraversano il Mediterraneo?
Sì, i siriani via mare non sono arrivati quasi ma, hanno preferito sempre la rotta balcanica. Noi abbiamo continuato a ricevere quasi esclusivamente cittadini dall’Africa sub sahariana, in particolare da Mali, Nigeria, Niger, Ghana, Eritrea. Si tratta di nazionalità note che pure in passato avevamo già intercettato.

Ci sono pure arrivi dall’Afghanistan, dal Pakistan, da quell’area in generale?
Certo, ma arrivano via terra. Due settimane fa siamo stati a fare una visita studio fra Slovenia e Austria per vedere da vicino questa rotta; ora c’è un controllo maggiore ma c’è un flusso di afghani che arrivano a Gorizia, Trieste, Udine.

Possiamo fare un quadro sintetico dei provvedimenti, di cui si parla da tempo, ma che potrebbero essere presi per una gestione più umana e più razionale dei flussi?
C’è bisogno di un approccio complessivo: la misura di lungo respiro è quella di cui si parla da anni e che ha cercato di rimettere in campo anche il nostro governo con il ‘migration compact’, ovvero l’intervento nei Paesi d’origine con attenzione anche alle attività di cooperazione che si fanno. Il ‘migration compact’ in tal senso indica la strada degli aiuti in cambio di un controllo delle frontiere. E noi aggiungiamo che bisogna verificare bene come si fa questo controllo, perché se viene demandato a polizia e forze di sicurezza che adottano strumenti e procedure che palesemente violano i diritti umani, allora questo non è possibile. Però è evidente che un investimento serio per decenni soprattutto in Africa, potrebbe ridurre i flussi e non solo in termini di contenimento del fenomeno, perché l’obiettivo è evitare che la gente fugga da questi Paesi.

Si parla molto di canali umanitari…
Bisogna utilizzare al meglio gli strumenti che già abbiamo, come per esempio i dispositivi di salvezza e soccorso in mare, che quindi vanno rafforzati, per altro verso c’è il modello dei corridoi umanitari,che  noi stiamo per sperimentare, affinché soprattutto le persone più vulnerabili e più deboli possano entrare con vie legali e sicure in Europa attraverso un corridoio umanitario, in questo caso a chi arriva viene rilasciato un visto umanitario per l’ingresso nel nostro Paese. E’ una soluzione umanitaria doverosa, ma dalla forte valenza politica perché fa capire che c’è la possibilità di un ingresso ordinato e sicuro che non mette a rischio la vita di queste persone soprattutto dei bambini, scoraggiando i trafficanti. Poi, certo, ci sono gli aspetti relativi alla politica estera, ai conflitti che si trascinano da anni come in Siria o in Libia; è chiaro che pacificando quelle aree avremmo un contesto in cui la stessa gestione del fenomeno migratorio potrebbe avvenire in modo più ordinato, anche con la collaborazione di questi Paesi. In Libia oggi non ci sono le condizioni minime per questo.

Su tutto questo però pesa in modo negativo il fattore Europa. L’Ue non sembra riuscire a ingranare la marcia sul problema migrazioni, eppure a questo punto non converrebbe a tutti un maggiore coordinamento?
L’Europa viene speso considerata un’entità unica ma non lo è ancora, e al suo interno ci sono sensibilità molto diverse. Per esempio il Regno Unito con il muro di Calais sta cercando di scoraggiare l’ingresso di qualche migliaio di migranti; ma l’atteggiamento duro su questo tema, è legato soprattutto all’immigrazione intracontinentale: la preoccupazione sono i lavoratori polacchi, italiani e via dicendo. In Gran Bretagna si sta creando un clima di timore perché magari questi lavoratori accettano salari più bassi, sulla falsa riga del famoso ‘ci rubano il lavoro'; oppure accedono a tutte le misure di welfare pur ‘non avendone diritto’ secondo la vulgata; in Germania paure simili riguardano gli albanesi e i kosovari entrati nel Paese con i siriani lungo la rotta balcanica. Problemi concreti in tal senso ci sono stati manifestati dai sindacati tedeschi per lavoratori immigrati che magari trascorrono solo un periodo in Germania. Si tenga conto, per capire, che 800mila greci hanno lasciato il loro Paese lo scorso anno. Tutti coloro che si muovono cercano una miglior sorte, e naturalmente i Paesi che possono garantire più opportunità si sentono maggiormente sotto attacco e reagiscono in modo scomposto. Dobbiamo quindi ragionare bene sul fenomeno, perché non ci sono solo i profughi dall’Africa ma c’è anche una mobilità intraeuropea che ha il suo peso.

Il panico del legame immigrazione-terrorismo quindi è infondato in questo quadro?
E’ residuale: anche ieri Orban ha detto che dire no alle quote di immigrati è un modo per salvaguardare l’Europa cristiana dall’islamizzazione, e questa è la classica modalità per trovare il capro espiatorio. Figuriamoci se per noi il siriano che arriva costituisce un problema in quanto musulmano. Dico sempre: se questo non è un problema per il Papa, perché dovrebbe esserlo per Orban? Sarà più legittimato il Papa ad esprimere questo tipo di preoccupazione, no? La verità è che siamo di fronte a comportamenti strumentali ed elettorali.

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