Immigrati residenti, per l’Italia un tesoretto da 2,2 miliardi

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Dossier statistico Idos: 5,5 milioni gli stranieri stabili. Saldo positivo rispetto ai costi sostenuti per loro. Ormai sono di più gli italiani all’estero

La verità passa dai numeri. Quelli messi in fila dal dossier Idos sull’immigrazione 2016, curato dalla rivista Confronti in collaborazione con l’Ufficio nazionale anti discriminazioni e sostenuto dalla Chiesa valdese con l’8 per mille. Uno su tutti: l’immigrazione in Italia è fatta soprattutto di stranieri presenti in modo stabile – 5,5 milioni a fine 2015, tra residenti e iscritti all’anagrafe – che pagano la pensione a ben 685 mila italiani e portano nella casse pubbliche un saldo positivo (rispetto ai costi sostenuti dallo Stato) di 2,2 miliardi l’anno.

Lavoratori dunque (il tasso di occupazione è del 58,9%, e rappresentano il 10,5% degli occupati totali). Che però percepiscono ancora un salario inferiore del 28% a quello degli italiani: la retribuzione media mensile è di 979 euro contro 1.362. Altra realtà: nel 2015, per la prima volta dopo molti anni, il numero di cittadini italiani residenti all’estero (5,2 milioni) ha superato quello degli stranieri residenti in Italia: solo un anno prima, le due cifre si equivalevano.

A questi numeri va aggiunto quello degli italiani di origine straniera, in crescita: 1 milione 150 mila, e si stima che con l’attuale tasso di acquisizione della cittadinanza nel 2020 raggiungeranno i 6 milioni. Anche per questo, sottolinea il Dossier, è quanto mai urgente ripensare all’immigrazione in termini strutturali. E capire come razzismo e xenofobia siano oggi – oltre che inammissibili dal punto di vista etico – anche «disfunzionali».

Perché, in termini puramente economici, l’immigrazione all’Italia conviene. Il nostro saldo demografico continua a essere negativo, e lo sarebbe ancora di più senza le 72.096 mila nascite del 2015 da genitori stranieri (pari a un settimo del totale dei nuovi nati) e il flusso di immigrati. Non solo: il 79% degli stranieri presenti in Italia ha meno di 44 anni e dunque, per ragioni anagrafiche, questa popolazione incide solo per lo 0,3% sulle pensioni (di invalidità e vecchiaia), nonostante versi contributi previdenziali di tutto rispetto –10,9 miliardi nel 2015.

Parlare di immigrati solo come rifugiati dunque impedisce di vedere l’apporto che gli stranieri portano alla crescita dell’Italia. Quanto a profughi e richiedenti asilo, chi grida all’invasione dovrebbe ricordare come l’Occidente ne accolga ben pochi rispetto ai milioni ospitati in Asia o Medio Oriente.

E l’Europa dovrebbe rivalutare l’apporto di quella che è quasi sempre una forza lavoro giovane e dinamica, come già ha fatto la Germania. Sulla temuta invasione islamica: il 48% degli stranieri presenti in Italia è cristiano (il 21,6% è cattolico, il 21,5% ortodosso e il 4,1% protestante); il 32% musulmano, percentuale che sale al 36% in Lombardia dove però si registra «il rischio di vessazioni e sfratti» delle comunità islamiche, come conseguenza diretta della legge regionale antimoschee.

Il dinamismo degli stranieri

Ma che lavoro fanno gli immigrati? Presenti soprattutto in Lombardia (1 milione 149 mila stranieri residenti) e Lazio (645 mila), dove rappresentano l’1 1,5% e l’11% della popolazione (ma li supera l’Emilia-Romagna, con il 12%), nel 2015 gli stranieri rappresentavano il 23,8% degli assunti e il 28% dei nuovi assunti. Ben il 74% è assorbita dalla piccola e media impresa, ma risultano importanti anche in agricoltura e nel lavoro domestico, in cui è impiegata metà delle donne immigrate. Da segnalare la crescita delle imprese gestite da stranieri: +5% sul 2014 (addirittura +23% dal 2011), oggi sono a quota 550 mila. Il 20% di questi imprenditori è donna. E allora, se «nessuno pensa che accogliere queste persone sia semplice – riconosce il presidente di Idos Ugo Melchionda – c’è un dinamismo degli immigrati che è un catalizzatore».

Puntare su accoglienza in famiglia

Da qui occorre insomma ripartire, per ripensare completamente il sistema dell’accoglienza oggi in Italia, se si vuole gestire un fenomeno che «non è emergenziale ma strutturale», riconosce il sottosegretario all’Interno Domenico Manzione. Il rapporto Idos indica una possibile inversione di rotta: «I costi per l’accoglienza rappresentano solo lo 0,14% della spesa pubblica. Nel 2015 sono stati pari al 3,3 miliardi: questa somma considerevole può in buona misura essere destinata alle famiglie se queste, adeguatamente formate, verranno chiamate a concorrere all’ordinaria accoglienza dei profughi, dando seguito a ipotesi finora sperimentali».

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