Immagina Lennon genio bifronte

Dal giornale
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L’8 dicembre 1980 l’ex Beatles fu ucciso a New York. Da allora c’è chi ha provato a infangare la sua figura e chi lo ha reso un santino

Era stato un lungo pomeriggio, per il giovane fan venticinquenne, quel lunedì 8 dicembre di 35 anni fa, passato ad aspettare il suo idolo, all’incrocio tra la 72ma strada e Central Park West. L’aveva speso in compagnia di tre cose: una copia del “Giovane Holden”, che aveva continuato a leggere nell’attesa; un autografo ottenuto poco dopo le 17 di quel pomeriggio, allungando all’uomo che insieme amava e odiava una copia del nuovo Lp di quest’ultimo, “Double Fantasy”, uscito due settimane prima, dopo un silenzio durato anni; infine, una pistola Charter Arms, una calibro 38 maneggevole e facile da usare. Più i 2000 dollari in contanti che gli restavano per pagarsi l’albergo e le spese nella costosa Manhattan, dove era arrivato una settimana prima da Honolulu, nelle Hawaii.

Un vero e proprio corredo di banalità per un giovane americano afflitto dal desiderio di riscattarsi dal suo essere “un nulla”: dal romanzo generazionale di Salinger, con l’eroe antisociale Holden Caulfield, all’arma da fuoco, che gran parte dei cittadini statunitensi considera un’appendice naturale, fino alla passione per il rock e, in questo caso, per i britannici Beatles e per John Lennon. Nel pomeriggio, il fotografo David Goresh aveva immortalato l’autografo e la mano di John Winston Ono Lennon che stringeva quella di David Mark Chapman. Quest’ultimo se ne era rimasto lì, ad aspettare il ritorno a casa di John e Yoko fino alle 22,50, quando premerà il grilletto scaricando a freddo 5 colpi, dopo aver urlato: «Hey, Mister Lennon, sta per entrare nella storia!».

Tra i soccorritori arrivati in fretta e furia, gli agenti del Dipartimento di Polizia New York, James Moran e Bill Gamble, si erano subito resi conto della gravità della situazione e avevano deciso di trasportare Lennon, ferito e a terra, direttamente al St. Lukes’s Roosvelt Hospital, invece di aspettare un’ambulanza. Ma John, nonostante gli sforzi di Gamble per tenerlo cosciente, era arrivato già morto. Nel frattempo, Jose Perdomo, il portiere di turno del lussuoso Dakota Building, dove i Lennon risiedevano, aveva urlato a Chapman, che assisteva impietrito e impassibile: «Ti rendi conto di cosa hai fatto?» . «Sì – era stata la laconica risposta di Chapman, che si era lasciato arrestare senza opporre resistenza – ho ucciso John Lennon».

Il killer e il mito. Così, mentre la notizia faceva il giro del mondo, i fan si ritrovarono nella gelida notte newyorkese a pregare sotto il Dakota, in memoria di quello che era e sarebbe stato sempre considerato uno dei simboli mondiali del pacifismo, prima ancora che una rockstar planetaria; e nessuno riusciva a trovare un perché per il gesto di un anonimo ragazzotto senz’arte né, parte, con un passato problematico e una dichiarata depressione, che si era auto identificato nel ruolo di “vendicatore”. Vent’anni dopo, in una famosa intervista, spiegherà lui stesso perché era arrivato a considerare Lennon un “traditore”: «Mi sentivo tradito, ma a un livello puramente idealistico. Vagando per le biblioteche di Honolulu mi ero imbattuto in John Lennon: “One Day at the Time”. Quel libro mi aveva ferito, perché mostrava un parassita che viveva la dolce vita in un elegante appartamento di New York. Mi sembrava sbagliato che l’artefice di tutte quelle canzoni di pace, amore e fratellanza potesse essere tanto ricco. La cosa che mi faceva imbestialire di più era che lui avesse sfondato, mentre io no. Eravamo come due treni che correvano l’uno contro l’altro sullo stesso binario. Il suo “tutto” e il mio “nulla” hanno finito per scontrarsi frontalmente. Nella cieca rabbia e depressione di allora, quella era l’unica via d’uscita. L’unico modo per vedere la luce alla fine del tunnel era ucciderlo».

Che Chapman fosse un assassino psicopatico (e mitomane) sembra abbastanza evidente. Così come è fuori discussione che Lennon sia stato un talento enorme: autore di brani immortali, da solo e in coppia con Paul McCartney, ma anche supporter e partecipe di giuste e universali cause riassunte in tanti proclami per la pace (“Give Peace a Chance”, “(Merry ‘Xmas) War is Over”, “Imagine”…), nella critica alla disuguaglianza sociale (“A Working Class Hero”) o nel sostegno esplicito alle battaglie femministe di sua moglie Yoko Ono (“Woman Is The Nigger Of The World”).

Ma è altrettanto vero che, aldilà del giudizio morale o di valore, la figura di John Lennon è stata una figura densa di contraddizioni e di contrapposizioni. E se milioni di persone gli riconoscono il valore e il peso di un modello e di una guida ideale, altri, come il biografo “non autorizzato” Albert Goldman, arrivano perfino a delinearne un ritratto al limite dell’infamia. Nel 1988, infatti, il prematuramente scomparso professore di inglese della Columbia University pubblica “The Lives of John Lennon”, un best seller che attacca ferocemente quel mito e descrive un altro Lennon: un «omosessuale represso» e «pedofilo clandestino», che sarebbe stato spesso impegnato a rimorchiare ragazzini nei club underground di Manhattan; uno spaccone anoressico e narcisista, che avrebbe ucciso una o forse due persone in gioventù e che avrebbe provocato un aborto a sua moglie Yoko, per averle rifilato un calcio nello stomaco durante una lite; un padre disattento e interessato solo ai suoi disegni e ai suoi gatti, che non seguiva l’educazione del piccolo Sean Ono; un eroinomane incallito e recidivo.

Un quadro sconfortante per qualunque fan: «Un mare di falsità» secondo Paul McCartney, seccamente bollato come «pornografia» dallo scrittore Gore Vidal e definito «un genocidio culturale» dall’autorevole critico musicale Greil Marcus. Eppure un quadro di recente rinverdito dai tabloid grazie ad un’antica testimonianza di Dorothy Jarrett, cameriera dei Lennon ai tempi del primo matrimonio, allegata alle carte per il divorzio e recentemente mandata all’asta dopo la morte della donna, il 4 marzo di quest’anno.

Secondo la testimonianza, Lennon avrebbe spesso picchiato il primo figlio, Julian (poi nemmeno menzionato nel testamento, salvo un’«offerta» postuma di Yoko di 20 milioni di sterline, comunque rifiutata da Julian perché «troppo bassa») e avrebbe maltrattato platealmente la prima moglie, Cynthia Powell (recentemente morta di cancro in Spagna), tradendola con chiunque, fino a lasciarla per poi sposare Yoko Ono, con la quale John si era anche fatto trovare a letto nella camera nuziale che condivideva con Cynthia.

Chi era davvero John? Chi era dunque veramente John Lennon? Un uomo dolce e sofferente, che aveva vissuto tutta l’infanzia e l’adolescenza senza un padre (imbarcato su navi da crociera) e con una madre, Julia (a cui dedicherà i versi strazianti di “Mother”), troppo immatura per occuparsi di un figlio sensibile e fragile, affidato per questo alle cure della zia Mimi e dello zio George? Oppure uno spaccone senza criterio e senza regole, che le sparava grosse ed era arrivato a definire i Beatles «più famosi di Gesù Cristo», in occasione del loro primo tour americano? Era davvero un autore straordinario, capace di trarre melodie nostalgiche e immortali, come “Strawberry Fields Forever” e “Imagine”, oppure uno che passava il tempo a “scopiazzare” i classici del rhythm’n’blues? Era un uomo sensibile, che sposava cause umanitarie e restituiva alla Regina il titolo di Baronetto «come protesta contro il coinvolgimento della Gran Bretagna nell’affare Nigeria-Biafra» e «contro il nostro sostegno all’America in Vietnam» o un egotico privo di remore, impegnato solo a far parlare di sè, che nel restituire la prestigiosa MBE a Buckinghan Palace se ne aveva a male anche perché il singolo “Cold Turkey” stava «perdendo posti in classifica»? Era un provincialotto di Liverpool, insicuro succube della radicalità superchic di Manhattan, oppure un sincero interprete di battaglie per i diritti civili e la liberazione della donna? Probabilmente, come sempre in questi casi, la verità deve comprende tutte le possibili alternative.

Rocchettaro antisociale. Lennon era un rocchettaro nel profondo del suo io e – come il giovane Holden, tanto ammirato da Chapman – un antisociale per definizione, trasgressivo quanto lo richiedeva la capacità e la forza dirompente (e antisociale) del primo e più vero “rock’n’roll”. Il suo anticonformismo (probabilmente alimentato anche dal dolore infinito della sua infanzia) era sincero, a rischio di scadere nell’ingenuità. Al punto che, nel 1972, John aveva deciso di andare controcorrente (e contro i suoi stessi interessi) producendo un album di bellissime intuizioni come “Some Time In New York City” , che però verrà fatto a pezzi dalla critica. Un album i cui temi attireranno sulla coppia Ono/Lennon, trasferitasi a New York l’anno precedente, l’occhio dell’Fbi, che a gennaio del 1972 aprirà un fascicolo su di loro obbligando poi Lennon a una lunga battaglia legale per ottenere la Green Card e il diritto di soggiornare negli Usa.

A New York, infatti, John e Yoko erano subito entrati in contatto con gli attivisti politici più in vista del momento, ovvero Jerry Rubin e Abbie Hoffman. Poi avevano partecipato al concerto per John Sinclair, detenuto per aver offerto uno spinello a una poliziotta in borghese. Avevano preso una dura posizione anti-inglese nella questione nord irlandese (“The Luck of The Irish”) e rilasciato dichiarazioni contro la violenta repressione della rivolta dei detenuti nel carcere di Attica (nel quale – ironia della sorte – verrà poi rinchiuso a lungo anche Chapman) e contro l’incarcerazione di Angela Davis (“Angela”) attivista nera, militante del movimento per i Diritti Civili.

“Some Time…” è sicuramente l’album meno amato dai fan di Lennon ma forse proprio quello che più crudamente metteva assieme le ingenuità, le aspirazioni, i tormenti e gli entusiasmi di un ragazzo preso per mano da una donna tanto forte, come Yoko, quanto universalmente detestata perché accusata di aver distrutto i Beatles e trasformato John nella foglia di fico delle sue indigeste performance artistiche. E in quel disco, radicale e tranciante, l’autore di “Imagine” (per ammissione dello stesso John, un brano «ricoperto di cioccolato per il piacere del pubblico»), non si era risparmiato, senza preoccuparsi di quali reazioni avrebbe provocato.

Eterno “doppio” Lennon: prima gradevole e tenero, come gli accattivanti violini della precedente “Imagine”, e subito dopo aspro e perfino un po’ sgraziato in “Woman Is The Nigger Of The World”, durissima denuncia femminista che le potentissime radio americane rifiutarono come singolo (tratto da “Some Time…”) per paura della controversia generata dalla parola “nigger” (negraccio), usata per paragonare la condizione della donna a quella di uno schiavo nero. Candidamente, Lennon ammetterà di essere stato un insopportabile maschilista, di aver sempre maltrattato le proprie ragazze (inclusa, evidentemente, la prima moglie Cynthia). E di aver accettato la totale parità tra uomo e donna solo grazie a Yoko Ono, una vera “supermadre”, la “donna primaria” di cui Lennon parla, tra le mille cose, nei giorni immediatamente precedenti la sua fine. La stessa “donna assoluta” (che nella quotidianità lui chiamava Mamma) alla quale si farà fotografare aggrappato e nudo, in posizione fetale, dalla straordinaria Annie Leibovitz, per la copertina di Rolling Stone, poche ore prima di essere freddato da Chapman. Ma anche la donna che John tradirà e poi lascerà per la sua assistente May Pang, salvo poi ricomporre con lei un lungo cammino matrimoniale culminato nell’album “Double Fantasy”, inteso da lui come il manifesto di una conquistata pace interiore, uscito poco dopo il suo quarantesimo compleanno.

Ancora una volta, questa dichiarata serenità veniva dopo l’immancabile opposto dell’album precedente, “Rock’n’Roll”, impregnato della sua più turbolenta e originaria anima di teddy boy. Una serie di cover di classici degli anni 50, da “Be Bop a Lula” a “Stand By Me”, con John in copertina, vestito con jeans a tubo e giubbotto di pelle sotto un’insegna al neon che si stagliava su uno squallido muro di mattoncini.

Una cosa appare certa: e cioè che la vita del Lennon solista (con 11 album contando anche i live) sarà un continuo ondeggiare dell’ago della bilancia, da un estremo all’altro della sua personalità. E a fermare per l’ultima volta l’istantanea sull’immagine più edulcorata, sebbene meravigliosamente pop, rappresentata da “Double Fantasy”, non sarà la presunta maturità dei suoi quarant’anni, bensì la follia omicida di uno sconclusionato delle Hawaii, che lo ha inchioderà per sempre alla sua commovente immagine pacifista.

In una delle sue spesso retoriche interviste, Yoko Ono aveva sentenziato anni fa, a proposito dell’allora presidente degli Usa, Jimmy Carter: «Gente come Carter rappresenta solo il suo paese. John e io, rappresentiamo il mondo». E per quanto urticante possa risultare il personaggio Yoko, persino i drammatici e recentissimi fatti di Parigi le hanno nuovamente dato ragione, quando un musicista desideroso di superare steccati e contrapposizioni tra culture, il giorno dopo l’assalto al Bataclan, ha trascinato in bicicletta il suo pianoforte dieci metri più in là, nella vicina Rue Lenoir, per intonare proprio “Imagine”, mentre una folla commossa gli si andava raccogliendo attorno. Con la stessa commozione, sicuramente ci sarà chi, martedì, tornerà a intonare quell’inno attorno a Strawberry Fields, che oggi non è più solo il nome del vecchio orfanotrofio nel cui giardino, a Liverpool, il piccolo John si ritrovava a giocare, bensì il nome del Memorial all’aperto, creato nel 1985 nel punto di Central Park, accanto alla 72ma Strada, dove si affollarono in veglia i fans di Lennon 35 anni fa, appena appresa la notizia della sua uccisione. Non c’è persona che, nel parco più famoso del mondo, non si fermi almeno a lanciare un’occhiata a quel mistico mosaico, realizzato in Italia da un originale pompeiano grazie ad artigiani locali e donato alla Città di New York dal comune di Napoli. Perché poi, caro John, per dirla coi tuoi stessi versi, si può dire che tu «sia un sognatore, ma non» sei «il solo…»

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