Il Western è vivo e torna sul grande schermo, da The Revenant a The Hateful Eight

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C’è ancora una volta il genere: “The Revenant” di Inarritu, che è magnifico, e “The Hateful Eight” di Tarantino, che è un autentico bagno di sangue

Come dicevamo in sede di pronostici per il 2016, il western è tornato. Ma come è cambiato, mamma mia! La riscoperta del genere più classico del cinema americano – quindi del cinema tout court – è in realtà, in America, l’evento di fine 2015. Revenant – Redivivo di Alejandro Inarritu e The Hateful Eight di Quentin Tarantino sono usciti in dicembre, in tempo per concorrere all’Oscar e ai Golden Globes. Il primo è stato il trionfatore dei Globes, i premi assegnati dai giornalisti stranieri che lavorano a Hollywood: miglior film drammatico, miglior regia, miglior attore (Leonardo DiCaprio).

Il secondo ha portato a casa un Globe comunque importante, soprattutto per noi italiani: la miglior colonna sonora, firmata da Ennio Morricone. Ora entrambi puntano forte sugli Oscar, anche per tener su un box-office per ora non esaltante: entrambi hanno finora incassato negli Usa circa 41 milioni di dollari, rispetto a un budget extra-large nel caso di Revenant (135 milioni) e ad una spesa più contenuta, ma comunque assurda visto che il film si svolge sostanzialmente tutto in una stanza, per Hateful Eight (62 milioni).

Inutile dire che il premio sul quale tutti si stanno interrogando è quello al miglior attore: la sensazione forte è che Leonardo DiCaprio vincerà o stavolta o mai più. È già stato candidato 4 volte ed è sempre stato sconfitto. In Revenant non è soltanto bravissimo: il ruolo è estremo, viene quasi mangiato vivo da un orso, inseguito dagli indiani, sforacchiato da frecce e pallottole, cade da una montagna alta mille metri e non si fa nulla… è una di quelle interpretazioni sadomaso, un po’ alla Gatto Silvestro, che di solito piacciono molto ai membri della Academy. Spesso il Golden Globe anticipa i risultati degli Oscar, ma non si può mai dire: l’anno scorso Birdman, sempre del messicano Inarritu, fu snobbato ai Globes e poi vinse (secondo noi immeritatamente) l’Oscar. Quest’anno potrebbe succedere il contrario.

Dopo aver visto i due film, il vostro cronista è diviso: un secondo Oscar a Inarritu (regista a nostro parere assai sopravvalutato) ci sembrerebbe un’esagerazione, ma Revenant (a differenza di Birdman) è molto bello; in quanto a Tarantino, meriterebbe il premio San Marzano per la quantità di salsa di pomodoro usata nel film, uno dei più truculenti che si siano mai visti. Ma non anticipiamo. Revenant esce sabato, 16 gennaio, distribuito dalla Fox. Tarantino è previsto per il 4 febbraio, distribuzione 01. I due film sono diversissimi. Revenant è un’avventura “en plein air”, girato negli spazi abbaglianti dello stato canadese dell’Alberta; copre un arco temporale molto ampio e racconta un viaggio di decine e decine di miglia che Hugh Glass, il personaggio interpretato da DiCaprio, compie strisciando, camminando, cavalcando, nuotando nelle rapide, scivolando nei burroni. The Hateful Eight si svolge nell’arco di 24 ore e, a parte qualche esterno innevato del Colorado, vede gli “otto pieni di odio” del titolo ammazzarsi prima di chiacchiere, poi di revolverate nel chiuso della stazione di posta dove si è fermata la loro diligenza. Liberiamoci dal giudizio (anche perché su Tarantino torneremo): Revenant è un film solenne e a tratti magnifico, antico nella trama e moderno nella realizzazione; The Hateful Eight è un’inutile esibizione di macelleria, e trascorrere quasi tre ore in una stanza in compagnia di otto personaggi tutti odiosi, psicopatici e assetati di sangue ci è sembrata, da parte di Tarantino, una sadica e gratuita tortura.

LA MUTAZIONE GENETICA I due film, però, hanno una cosa in comune. Ed è forse la cosa più importante, quella che da un lato fa sì che il western, come si diceva poc’anzi, torni in pompa magna sul grande schermo; dall’altro impone a questo genere tanto amato una sorta di mutazione genetica (che è prima di tutto, come vedremo, una mutazione tecnologica). Sia Inarritu che Tarantino chiedono a noi spettatori non di vedere un film, ma di vivere un’esperienza. L’esperienza è qualcosa di molto simile a un viaggio nel tempo: i due film vogliono portarci “là”, farci passare quasi tre ore (entrambi sono lunghissimi) nel vecchio West, farci sentire la puzza dei cavalli e del sangue, farci condividere la fatica, il dolore fisico, l’ininterrotta paura di essere uccisi che vivono i personaggi. Se tale viaggio nel tempo è un’immersione nel passato (il western è genere cronologicamente ottocentesco, con rare incursioni nel tardo Settecento e nel primo Novecento), esso è però possibile grazie alla cosa più moderna, più “anni Duemila” che esista: il computer.

IL VERO E IL FALSO La cosa è evidente soprattutto in Revenant: noi ci siamo molto divertiti ed emozionati vedendo il film, che è proprio un “westernone” classico come quelli di una volta (con gli indiani, poi!). Ma per tutta la durata della visione ci siamo continuamente posti una domanda che in qualche misura – perché negarlo? – spezzava la magia: cosa è vero, cosa è falso? Da un lato Inarritu e soci, obbedendo a un’astuta strategia di marketing, hanno sottolineato in mille interviste l’assoluto realismo delle scene: sono andati davvero in Canada, hanno girato al freddo e al gelo, neve vera, ghiaccio vero, foreste vere. Di più: Emmanuel Lubezki (messicano anche lui, un genio assoluto della fotografia) ha lavorato senza nessuna illuminazione artificiale, catturando la vera luce del grande Nord, con il piccolo problema che potevano girare solo un paio d’ore al giorno. Questo ha fatto sì che gran parte del film sia girato in piano-sequenza, con effetti straordinari soprattutto nelle scene di battaglia: anche grazie all’uso del grandangolo ti sembra che gli indiani ti arrivino addosso da tutte le parti, che le frecce possano infilzare anche te, che l’orsa che maciulla DiCaprio stia per azzannarti una caviglia. Realismo estremo, quindi. Con un piccolo dettaglio: è tutto finto! L’orsa è finta (e comunque DiCaprio, bontà sua, non è stato sbranato), il volo dal dirupo è finto, le frecce che si ficcano negli occhi delle persone sono finte, probabilmente anche i lupi che divorano vivo un bisonte sono finti… e quindi?

IL GENERE SI SPORCA E quindi, il western del XXI secolo è un genere che, anche per le sue intrinseche caratteristiche avventurose, è ormai equiparabile alla fantascienza, ai kolossal ispirati ai fumetti della Marvel o ai film di James Bond. Revenant racconta una storia vera, per altro già narrata da un vecchio western anni ’70, Uomo bianco va’ col tuo dio (Richard Sarafian, 1971): un cacciatore viene assalito da un’orsa e i suoi compagni di spedizione lo abbandonano, convinti che stia per morire; l’uomo invece sopravvive, a prezzo di atroci sofferenze, e farà tremenda vendetta. La storia vera è però narrata con un tono e con un profluvio di effetti digitali che stanno a metà tra il cinema di Terrence Malick e Il signore degli anelli. Inarritu, si vede benissimo, vorrebbe essere Malick: la tecnica di ripresa, con l’uso della luce naturale, è la stessa che portò un altro grande della fotografia, Nestor Almendros, a vincere l’Oscar per I giorni del cielo. Lubezki vincerà sicuramente il terzo Oscar consecutivo, dopo quelli per Gravity (di Alfonso Cuaron, altro messicano) e per Birdman. Dalla saga fantasy di Peter Jackson arrivano invece – paradossalmente ma non tanto – il realismo esasperato dei dettagli, l’apparente verità che coincide con il massimo del virtuale. La prossima volta che (ri)vedrete Il signore degli anelli, fate caso a quanto sono sempre sporchi i personaggi. Ecco, il nuovo western è sporco (anche Tarantino è così: per lo più, sporco di sangue). Invece John Wayne, nei classici di John Ford e di Howard Hawks, era pulito.

Se in quel cinema un personaggio era sporco, quello sporco era morale, non fisico (ad esempio, l’ubriacone Dean Martin in Un dollaro d’onore). Oggi invece la sporcizia è ovunque e la morale va cercata altrove. Inoltre, ai tempi d’oro il West era raccontato da gente che l’aveva conosciuto, come Raoul Walsh o Sam Peckinpah. Invece Tarantino è cresciuto vendendo videocassette nel Tennessee. Inarritu, invece, da ragazzo ha fatto il marinaio: forse si è davvero sporcato le mani e questo in Revenant, un pochino, si vede.

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