Il Papa in Kenya: “La disperazione alimenta il terrorismo”

Papa Francesco
Pope Francis boards an airplane at Rome's Fiumicino International Airport,  25 november 2015. Pope Francis is leaving for a trip that will take him to Kenya, Uganda and the Central African Republic. ANSA / TELENEWS

Un viaggio denso di significati, di attese, e di rischi anche, in cui il Papa parlando di diritti umani affronterà il tema dei conflitti che devastano l’Africa e che hanno riflessi globali

Papa Francesco è arrivato in Kenia. “Mungu abariki Kenya! Che Dio benedica il Kenya!”, ha twittato il Pontefice giunto nel primo pomeriggio a Nairobi.

“Violenza, conflitto e terrorismo si alimentano con paura e disperazione” che “nascono da povertà e frustrazione”, ha sottolineato Papa Francesco rivolgendosi al presidente del Kenya Uhuru Kenyatta e alle autorità e al corpo diplomatico del Paese, nel suo pimo discorso in terra africana.

L’Anno Santo comincia dunque in Africa. Papa Francesco ha iniziato infatti un viaggio complesso e importante, quanto non privo di rischi, che lo porterà in tre grandi Paesi del continente: Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana; qui, nella capitale Bangui, aprirà la prima porta santa del prossimo Giubileo. Una scelta in linea con un pontificato che ha messo al centro del proprio magistero le periferie del mondo, “gli scartati”, l’umanità degli esclusi.

Nel corso della trasferta africana Francesco affronterà i temi della convivenza fra comunità appartenenti a religioni e etnie diverse, chiederà alla Chiesa cattolica coerenza con i valori del Vangelo e spirito evangelizzatore in un contesto difficile, fatto anche di violenze e persecuzioni, incoraggerà i missionari e le moltissime istituzioni educative cattoliche presenti nella regione e sostenute da un laicato forte e diffuso; toccherà il tema dei conflitti che devastano l’Africa e hanno riflessi globali, parlerà di diritti umani e di una religione che non può mai suscitare violenze in nome di Dio.

Affronterà il tema dell’ambiente, della tutela del Creato, collegandolo alla battaglia contro la povertà estrema, lo sfruttamento irrazionale e non di rado predatorio delle risorse, secondo la prospettiva che egli stesso ha indicato nell’enciclica “Laudato sì”.

Incontrerà rifugiati in fuga dalle guerre e visiterà quartieri dove si vive nel disagio sociale, e avrà modo, soprattutto, di rivolgere la sua parola di primo papa del sud del mondo, all’Africa.

 

In tre Paesi per dire no alle guerre di religione

Un viaggio dunque denso di significati, di attese, e di rischi anche. Se da ultimo ha fatto scalpore l’allarme lanciato dai servizi d’intelligence francesi circa la sicurezza del papa in questa trasferta africana (ma uno scambio d’informazioni in merito fra Vaticano e Santa Sede era in corso da tempo), va detto che da molti mesi ormai in Vaticano ci si interroga sull’opportunità soprattutto della tappa centrafricana. Il Paese è stato scosso da una lunga serie di conflitti dovuti fra le altre cose alla lotta per il controllo delle risorse naturali come diamanti, oro e miniere di uranio.

Ora si procede a fatica verso una normalizzazione avviata, parzialmente, dopo l’intervento militare francese; non mancano però tensioni e recrudescenze a sfondo politico-religioso nelle quali ritorno il dualismo islamo-cristiano. Nella Repubblica Centrafricana, insomma, si tocca con mano il tema di una religione che diventa scusa per conflitti di potere fra diverse fazioni o gruppi, e di questo anche parlerà Francesco.

Sul terreno sono presenti 900 caschi blu francesi che garantiscono la sicurezza in particolare nella zona dell’aeroporto, 300 caschi blu del Senegal sono poi già stati dispiegati in vista delle prossime elezioni in programma alla fine dicembre. Se queste sono le truppe più addestrate, altre migliaia di soldati africani con mandato Onu si muovono nel Paese, tuttavia questo fatto da solo non è fonte di tranquillità assoluta. Di fatto, nonostante siano stati compiuti tutti gli sforzi da parte di autorità locali e internazionali per garantire il pacifico svolgimento della visita, è evidente che un margine di rischio resta.

Tanto che lo stesso Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha osservato pochi giorni fa come per la tappa centrafricana si valuterà il quadro della situazione fino all’ultimo momento. La prudenza è d’obbligo dunque, anche se il portavoce vaticano padre Federico Lombardi, ha sottolineato come non siano giunti fino ad ora segnali di allarme specifici. Il Papa del resto non è intenzionato a rinunciare a questa visita che avviene a pochi giorni di distanza dagli attentati di Parigi e in Mali, in un momento in cui la tensione internazionale e il problema terrorismo hanno occupato d’imperio le agende di tutte le cancellerie del mondo.

D’altro canto se Bergoglio aveva parlato per primo di “guerra mondiale a pezzi” denunciando il moltiplicarsi di conflitti locali le cui conseguenze avevano però ricadute generali, il cardinale Parolin ha messo in guardia dalla prospettiva “di una pace a pezzi”, costruita cioè senza dare risposte di fondo ai problemi dai quali nascono fattori di crisi tanto vasti e anzi facendo prevalere gli interessi particolari e l’unilateralismo al posto delle soluzioni concertate in sedi internazionali.

Dunque il nodo terrorismo-fondamentalismo sarà presente in vari momenti del viaggio del Pontefice, tanto più che in Kenya opera il gruppo estremista di Al-Shabaab, responsabile di alcuni tremendi attentati in tempi recenti, fra cui quello al Garissa Universty College dove hanno perso la vita circa 150 persone. Da non dimenticare infine che Francesco, se il programma sarà mantenuto, visiterà a Bangui, in Centrafrica, anche la moschea più importante della città e incontrerà la comunità musulmana locale. Un gesto da leggersi insieme all’apertura della porta santa per il Giubileo della misericordia.

Africa, speranza del cristianesimo

Ma l’Africa è, per la Chiesa di Roma, anche una delle aree del mondo in cui secondo studi e proiezioni demografiche convergenti, il cristianesimo crescerà in modo importante: da qui al 2050 proprio nell’Africa sub-sahariana si passerà da 517 milioni di fedeli a oltre un miliardo, il 38% dei cristiani di tutto il mondo vivranno in questa regione. Lo stesso avverrà per l’Islam che anzi ha indici di crescita demografica più rapidi (anche se resterà ancora la seconda religione del mondo); di certo la fede cristiana attraverso le sue varie denominazioni, ha in quest’area del Pianeta la sua culla futura. La stessa Chiesa cattolica da qui al 2040 potrebbe vedere raddoppiati i suoi fedeli nel continente arrivando a toccare i 460 milioni di persone; molte di loro in effetti già si trovano nei tre Paesi cui il Papa farà visita. Si tenga conto poi che, complessivamente, sempre nel 2050, il 60% dei cristiani a livello globale vivrà in Africa, Caraibi e America Latina (senza contare il processo di urbanizzazione che tocca anche la fede cattolica). Non solo: il cattolicesimo nordamericano sta vivendo un forte processo di ‘ispanizzazione’ in ragione dei flussi migratori provenienti dal Sud America. Vista in questa luce l’elezione di un Papa argentino viene forse compresa forse meglio.

Allo stesso tempo però in Africa vi sono problemi specifici per la Chiesa di Roma: c’è tutto il tema dell’inculturazione del Vangelo, del rapporto fra culture locali e dettami etici e morali, e poi questioni come l’omosessualità, la visione familiare, il ruolo del clan, le convivenze prolungate, il confronto con la poligamia musulmana, e anche le liturgie, la modalità di dire la messa, le forme dell’annuncio del Vangelo, i fenomeni di corruzione interna, il clero con figli, gli scontri interreligiosi, sono oggetto di revisione e studio da parte della Chiesa. Una problematica intricata e ampia emersa bene al recente sinodo sulla famiglia dove la complessità africana – non sempre traducibile in uno schema conservatori-progressisti – si è manifestata con forza.

Da Nairobi a Parigi contro il “global warming”

Infine fra le grandi questioni che il Papa toccherà c’è quella dell’ambiente, particolarmente sentita da molte realtà politiche ed ecclesiali africane che hanno visto in Francesco l’interprete finalmente autorevole e ascoltato di una preoccupazione per il riscaldamento climatico globale (global warming) che colpisce in modo concreto diversi Paesi della regione. Per questo fra l’altro è previsto che Bergoglio intervenga nel quartier generale dell’Onu in Africa che ha sede appunto a Nairobi ed è specializzato sulle questioni ambientali.

In prospettiva c’è l’importante conferenza mondiale sul clima (Cop21) che si terrà a Parigi all’inizio di dicembre (comincerà il 30 novembre, il giorno in cui termina il viaggio africano di Francesco), dalla quale ci si attende un accordo globale per la riduzione delle emissioni inquinati. Un appuntamento al quale la Santa Sede ha lavorato in modo intenso negli ultimi mesi a partire dalla pubblicazione dell’enciclica verde di papa Francesco; da quel momento la diplomazia vaticana ha messo in moto una articolata tessitura di alleanze con vari Paesi e governi, in stretta collaborazione con lo stesso Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, per fare in modo che il summit di Parigi non sia un fallimento.

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