Il vertice di Bratislava

Europa
epa05537503 Participants attend the EU Informal Meeting of Ministers for Agriculture and Fisheries (AGRIFISH) in Bratislava, Slovakia, 13 September 2016.  EPA/FILIP SINGER

I cittadini europei chiedono politiche per la sicurezza, l’occupazione, a sostegno di ricerca, cultura e istruzione. Ed è sulle politiche che può essere costruita una prospettiva

Domani ventisette leader Ue si riuniscono a Bratislava per un vertice «informale». Un appuntamento che può diventare importante. Il rischio palese è che al sovraccarico di aspettative segua quello delle delusioni. I vertici sembrano ciliegie: uno tira l’altro. Può anche essere un bene che nessun vertice sia del tutto e su tutto risolutivo. Per così dire: dopo Bratislava ci sarà un’altra Bratislava. Non perché questo vertice sia destinato a fallire, ma perché è dalla continuità «di pedalata» che la bicicletta-Europa può procedere nelle salite più dure. A condizione di mantenere una direzione e sapere, quando serve, alzarsi sui pedali. L’Unione si è già fatta politica e come tale fa dividere, anche chi la guida, sulla strada da seguire. Impegna i leader europei in prima persona a pedalare su quella bicicletta. Per la sua realtà politica, l’Unione suscita paure e gelosie.

Non manca chi vorrebbe interrompere la salita, e tornarsene a casa. C’è chi ne preferisce una da bambini, con le rotelle. Ma possiamo restare bambini in un mondo che cambia e cresce velocemente? In un suo libro, il presidente tedesco Joachim Gauck, scrive che «responsabilità è il termine degli adulti per la libertà». Dobbiamo, appunto, togliere le rotelle alla bicicletta europea: e assumerci maggiori responsabilità. È proprio per questo che è lecito aspettarci coraggio da parte di tutte le Istituzioni, a partire dalla Commissione. Forse, mai come ora diventata soggetto di governo politico, e nel mirino di alcune amministrazioni frustrate dal suo ruolo. È un buon momento per confermare la propria natura politica. Il discorso del presidente Juncker da questo punto di vista ha offerto valide idee per trovare lo slancio che la salita impone. Due soli giorni prima, a Trento, Mario Draghi ha tracciato da par suo un chiaro e lungimirante percorso per il futuro. Soprattutto, l’incontro tra Renzi, Hollande e Merkel a Ventotene ha dato un riferimento ideale e politico che incoraggia a una visione alta. Aria dal mare di Ventotene dunque, per trovare le energie indispensabili per affrontare le salite di vecchie e nuove responsabilità.

Questo è un buon momento anche per ricordare che i vertici delle istituzioni europee sono nati da un accordo politico. È importante che non siano rimessi in discussione, perché di continuità c’è bis ogno. I cittadini europei chiedono politiche per la sicurezza, l’occupazione, a sostegno di ricerca, cultura e istruzione. E sulle politiche che può essere costruita una prospettiva. Dalla società europea viene una domanda di innovazione e orientamento al futuro dell’economia e della stessa società che la politica europea coglie ancora a fatica. Si scrive molto sul risultato di un movimento anti-europeo in un piccolo Land tedesco, poco sul fatto che un cuore industriale e economico (il Baden Wuerttemberg) ha una salda guida ecologista.

Si può dunque guidare la bicicletta europea guardando nello specchietto retrovisore e facendosi frenare dalle pulsioni euroscettiche o alzando lo sguardo verso il futuro. Davvero non siamo capaci di accelerare sulla via del finanziamento comune di beni pubblici europei e di politiche di responsabilità nei confronti del resto del mondo, a partire dall’Africa? Non si rivolgeva anche all’Africa la dichiarazione Schuman che nel 1950 parlava, appunto, di responsabilità europea nei confronti di quel continente (seppur in un contesto storico diverso)? Davvero non abbiamo sufficiente fantasia per lavorare sulla dimensione sociale e ideale dell’Europa, costruendo un pilastro sociale e rilanciando programmi di formazione e mobilità professionale e civile, a partire dalle idee venute in particolare da parte italiana e riprese dalla Commissione? Qualcosa di importante finalmente si sta muovendo in ambito di sicurezza e difesa, oltre che di definizione di una strategia globale dell’Unione e di crescente ruolo dell’A l to rappresentante.

Forse un giorno non lontano vedremo non solo forme di cooperazione più integrata degli eserciti europei, ma anche qualcosa di simile ai Peace Corps ideati da Kennedy per formare al volontariato internazionale i giovani americani. Perché per gli europei del futuro può valere il detto di Alexander Von Humboldt: la visione del mondo più dannosa è quella di chi si rifiuta di vedere il mondo. L’Europa di oggi è stata costruita nelle Istituzioni e nella cultura del lavoro e imprenditoriale dei nostri nonni e, in tanti casi, delle loro valigie da migranti. Oggi quelle Istituzioni devono farsi carico dei sogni e dei progetti di generazioni che si muovono con la rete nel palmo della mano. Non possono restare prigioniere di timori e divisioni. «Vedere il mondo in un granello di sabbia», recita una poesia inglese. Oggi quei granelli di sabbia sono i ragazzi e le ragazze che si muovono con coraggio nella società europea per costruirsi, a fatica, un futuro. Speriamo che quei granelli di sabbia vincano sui muri di cemento e filo spinato che alcuni costruiscono, illudendosi che esista libertà senza responsabilità

 

 

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