La risposta Isis all’offensiva su Mosul: il venerdì nero di Kirkuk

Reportage
In this image made from video, smoke rises from a building where two militants are believed to be holed up, according to Rudaw TV, in Kirkuk, Iraq, Friday, Oct. 21, 2016. Militants armed with assault rifles and explosives attacked targets in and around the northern Iraqi city of Kirkuk early on Friday in an assault quickly claimed by the Islamic State group and likely aimed at diverting authorities' attention for the battle to retake IS-held Mosul. (Rudaw TV via AP) [CopyrightNotice: Rudaw TV]

La risposta dell’isis: attacchi multipli in piena notte, partiti dall’interno della città, dai quartieri arabi e dai campi di sfollati

L’ attacco è avvenuto in piena notte fra giovedì e venerdì – il giorno della festa musulmana – fra le tre e le quattro. Gli assalitori non hanno avuto bisogno di superare posti di blocco e check-point, perché venivano dal cuore stesso della città, dai suoi quartieri meridionali abitati dagli arabi e dai campi di sfollati arabi costruiti a ridosso della città. Non miravano solo a colpire, ma anche a suscitare una sollevazione in proprio favore degli arabi sunniti della città. Hanno prima tenuto delle concioni in tre moschee presentandosi come il Califfato, enunciando le loro prescrizioni «morali», e poi si sono sparpagliati per dare inizio alla loro impresa. Prima i suicidi, poi i cecchini e i gruppi.

Sono stati attaccati molti bersagli, con autobombe, armi da fuoco leggere e cinture esplosive. L’episodio più sanguinoso è avvenuto a Dibis, un centro vicino a Kirkuk, famoso perché vi è legata la prima «scoperta» del petrolio della regione, un secolo fa. La mattina tre assalitori hanno investito una centrale elettrica e una stazione di gas sequestrando dei lavoratori, facendosi guidare da tecnici iraniani – quattro ingegneri e alcuni operai – e trucidandoli, almeno 13 persone. All’arrivo della polizia si sono fatti esplodere.

Nella città hanno preso di mira un posto di polizia, occupandolo brevemente, il palazzo del governo, senza penetrarvi, ed edifici in costruzione, sui quali si sono annidati dei cecchini. A lungo non si è avuta idea di quanti fossero e si è parlato di sei o sette, presto neutralizzati: morti facendosi esplodere dopo essere stati feriti o uccisi dalla reazione dei poliziotti o dei peshmerga e poi dei cittadini che sono accorsi armati nei luoghi degli scontri. Alla fine della giornata, quando alcuni non erano ancora stati snidati dai ripari da cui continuavano il fuoco, si parlava di cento assalitori, o addirittura di centinaia. Ufficiali curdi parlano di cinquanta Daesh uccisi, tutti foreign fighters.

Sulla zona più toccata dal fuoco, la vasta area del mercato sotto il «Castello», la bellissima e malandata cittadella, era stato decretato il coprifuoco dalla mattina, e tagliate le forniture elettriche. Nel resto della città i negozi erano aperti ma si raccomandava alla gente di starsene al chiuso. Fra i morti e i feriti curdi alcuni erano usciti solo per assistere agli scontri a fuoco: ma a sera non erano ancora fornite cifre delle vittime tra la cittadinanza. Molte, si teme, e si deduce dai messaggi di Facebook, nei quali erano postate molte fotografie di cadaveri di miliziani Daesh, oscurate dalle autorità. 90 feriti gravi peshmerga sarebbero stati trasportati negli ospedali di Erbil e Suleimaniah.

Girava voce che uomini dell’Isis fossero entrati in case private e tenessero gli abitanti in ostaggio, per venirne fuori la notte prossima a colpire. Nei quartieri a nord, la parte cui si arriva da Erbil, la situazione era più calma, salva la paura che fossero in giro autobomba dissimulate e pronte a fare strage. Registro anche una voce di strada, senza alcuna verifica, e forse solo fantastica, ma che è corsa molto.

Alle due di notte si sarebbe sentito un rumore di elicotteri che atterravano e poi ridecollavano. E che poco più tardi si sarebbero mostrati nella città gli armati dell’Isis, in una foggia inconsueta, con capelli e barbe lunghe «da più di un anno»: dunque non potevano essere di Kirkuk. La voce vuole dire che il centinaio – o le centinaia- di foreign fighters siano stati scaricati «dagli americani». Ma qualcuno si cautela ricordando che «anche Iraq e Iran hanno gli elicotteri».

La cito perché c’è anche una storia delle voci,e non conta meno della storia dei missili o dei vertici di Ginevra. Veri elicotteri americani sarebbero intervenuti a colpire cecchini Daesh annidati in una caserma del pronto intervento e in una scuola. C’è stata dunque in città molta paura e molta rabbia. Kirkuk è una metropoli e un accampamento insieme. Nessuno sa quanti abitanti conti, un milione e trecentomila, si azzarda. La maggioranza netta, circa il 60 per cento, è di curdi. Kirkuk aveva storicamente una maggioranza curda ancora più netta. Poi, a partire dagli anni ’70, la campagna feroce di «arabizzazione» forzata condotta da Baghdad, e in prima persona da Saddam, prima come vice poi come presidente, cancellò fisicamente i villaggi curdi e discriminò e perseguitò i curdi della città costringendoli a lasciare, per sostituirli con arabi.

L’anno 1974 prese il nome dagli «arabi da diecimila», cui veniva regalata una terra e una somma di 10mila dinari, l’equivalente al cambio di oggi di 50-60mila dollari. Kirkuk è tornata lentamente curda dopo il 2003, e fra i suoi residenti oggi i turcmeni, divisi fra sciiti e sunniti e legati al patronato turco, sono circa il 20 per cento, e un po’ meno sono gli arabi, concentrati nei quartieri meridionali, nella direzione che va a Baghdad.

L’enorme complicazione viene dagli sfollati arabi, venuti dal distretto di Hawijia, vera roccaforte dell’occupazione dell’Isis, e da ogni altra parte, Tikrit, o le città distrutte della provincia di Anbar, Ramadi, Falluja… Ufficiosamente si tratta di 650mila persone, in realtà probabilmente di più: per lo più arabi sunniti. I curdi di Kirkuk, non solo per un immaginabile pregiudizio, sentono questa esuberante presenza araba – fra residenti e sfollati gli arabi di Kirkuk si avvicinano di nuovo alla maggioranza- come una minaccia quotidiana.

Sono persuasi che essi forniscano all’Isis e alle sue «cellule dormienti» l’acqua in cui nuotare, e sono irritati col governatore (un medico curdo vissuto a lungo negli Stati Uniti) responsabile, ai loro occhi, di aver accolto la moltitudine degli sfollati nella città, a ridosso dei residenti correligionari, piuttosto che in zone distanti e più facilmente controllabili.

Irritati da tempo, ieri furibondi, alla constatazione che gli assalitori venivano da dentro e alla notizia che alcuni di loro, uccisi e identificati, erano stati arrestati in passato come aderenti dell’Isis e rilasciati dai giudici perché le prove erano insufficienti. Ieri alcuni residenti avrebbero preso le armi e aperto il fuoco contro bersagli curdi nei quartieri arabi di Hai al Wasiti, al Uruba, Hai al Nasr, Dumiz.

La tensione costante in cui Kirkuk vive è stata ieri estrema, acuita dalla consapevolezza che l’assalto di questa volta aveva avuto una portata incomparabile con i tanti episodi precedenti, cruenti ma presto rintuzzati. A sottolineare la serietà dell’allarme ieri pomeriggio sono arrivati a Kirkuk rinforzi da Erbil e soprattutto da Suleimaniah, con alla testa il veterano «Leone del Kurdistan», Ali Rasul Kosrat, vicepresidente del Krg ed esponente di punta del Puk. Maè proprio quest’ultima notizia probabilmente a far entrare questa cronaca di ieri, per chi legge, dentro la cronaca di oggi. Lo scacco dell’attacco in forze di Daesh alla città riconquistata che è, ben al di là del petrolio, il gioiello della corona curda, può aver spinto le forze speciali dei peshmerga di Suleimaniah e di Kirkuk ad anticipare l’attacco atteso da tempo a Hawijia. Nel momento in cui leggete – spero che qualcuno legga, infatti quell’attacco può essere già avvenuto.

Hawijia è una città media, oltre tutto fortemente ridotta dei suoi abitanti per la violenza della sua condizione, ma è una base irriducibile dell’oltranzismo sunnita, poi qaedista, poi dell’Isis, quanto, fatte le proporzioni, lo era Fallujia. E se l’attacco dell’Isis a Kirkuk intendeva compensare almeno in parte propagandisticamente la morsa che ha cominciato a chiudersi a nord sulla grande Mosul, il contrattacco dei peshmerga su Hawijia glielo rivolgerebbe contro.

Stiamo dunque a vedere –e sentire, e raccontare. Sul decisivo fronte nord, quello di Mosul, la notizia maggiore l’ha fornita Ashton Carter, segretario alla Difesa, secondo cui «è stato raggiunto un accordo iniziale con l’Iraq sulle modalità di partecipazione turca alla battaglia per Mosul». Il sistema dei media è strano, comunque. Era inevitabile che oggi si parlasse tanto di Kirkuk. Ma che si tacesse pressoché del tutto su Mosul, segnala forse un eccesso di zelo. Giovedì era morto il primo militare americano coi piedi sulla terra, sul fronte di Mosul.

(Leggi qui i reportage precedenti pubblicati l’11, il 16, il 18, il 19, il 20, il 21 ottobre)

 

 

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