Il valore delle parole belle

Papa Francesco
epa04947013 Pope Francis addresses a joint meeting of the US Congress in the House of Representatives Chamber on Capitol Hill in Washington DC, USA, 24 September 2015. Pope Francis is on a five-day trip to the USA, which includes stops in Washington DC, New York and Philadelphia, after a three-day stay in Cuba. Pope Francis added the Cuba visit after helping broker a historic rapprochement between Washington and Havana that ended a diplomatic freeze of more than 50 years.  EPA/TONY GENTILE / POOL

Papa Francesco parla dell’uomo e della sua integrità, del suo rapporto con la natura, dei suoi valori. Lo fa con accenti nuovi ai quali si accompagnano gesti che cercano di riportare la Chiesa in mezzo al suo popolo, in primo luogo agli ultimi, ai migranti, alle vittime della guerra.

In questi mesi, da par suo, Eugenio Scalfari ha richiamato l’attenzione sulla novità storica rappresentata dalle parole, dal pensiero, dai gesti del Papa. Lo ha fatto da laico, curioso, come chiunque dovrebbe voler essere, del punto di vista degli altri. Dal giorno della sua elezione Francesco ha segnato una profonda discontinuità con il passato. Dice niente la constatazione che a fianco al suo nome non c’è un numero perché mai nessuno prima aveva pensato, o deciso, di scegliere il nome di Francesco d’Assisi? Faccio una premessa. Il Papa non è una figura politica, cercare di tirarlo da una parte o dall’altra, a seconda delle proprie convinzioni, è esercizio infantile e strumentale. Non si misura, se si è non dico obiettivi ma semplicemente intelligenti, un pontificato solo dalla vicinanza delle parole pronunciate con i propri convincimenti civili e politici.

Da questo punto di vista dovrebbe allora, a uno sguardo semplificato, apparire forse inaccettabile il richiamo forte del Papa, nel discorso all’Onu, al «rispetto della sacralità di ciascuna vita umana, di ciascun uomo e di ciascuna donna; dei poveri, degli anziani,dei bambini, degli ammalati, dei non nati». L’elenco prosegue con i disoccupati e gli abbandonati. E un papa come Giovanni Paolo II, certo più rigido su molti temi di morale di quanto sia Francesco, è stato un gigante del dialogo interreligioso. Chiamò i musulmani “fratelli” dopo l’undici settembre, varcò la porta della Sinagoga, promosse molteplici occasioni di incontro tra le religioni. E lo stesso Ratzinger, pure impegnato nella riaffermazione persino puntigliosa dei punti fermi della dottrina della chiesa, non ebbe forse il coraggio di dire, in un bellissimo discorso al Parlamento tedesco: “Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé”?  

Qui secondo me è il punto centrale della storia di questo nuovo millennio. Il cuore del confronto ideale e culturale. Siamo in grado, nella stagione di radicali mutamenti antropologici e sociali ai quali ci sottopone la rivoluzione tecnologica in corso di mantenere fermi i valori fondamentali strappati a forza dal Novecento? Sono la cultura della libertà, libertà del pensare, dire, intraprendere. Quella dei diritti, specie per i più deboli. E la più difficile: la coscienza del limite della propria verità, religiosa o politica che sia.

Nel suo forte discorso al Congresso Usa il punto più alto, culturalmente, è stato il passaggio che Francesco ha dedicato ad uno dei grandi mali di oggi, forse il più pericoloso per il pensiero contemporaneo: la semplificazione integralista, la negazione della complessità e, con essa, della pluralità delle idee. Ha detto il Papa: «C’è un’altra tentazione da cui dobbiamo guardarci: il semplicistico riduzionismo che vede solo bene o male, o, se preferite, giusti e peccatori. Il mondo contemporaneo, con le sue ferite aperte che toccano tanti dei nostri fratelli e sorelle, richiede che affrontiamo ogni polarizzazione che potrebbe dividerlo tra questi due campi. Sappiamo che nel tentativo di essere liberati dal nemico esterno, possiamo essere tentati di alimentare il nemico interno. Imitare l’odio e la violenza dei tiranni e degli assassini è il modo migliore di prendere il loro posto».

Un religione che ama essere parte, che cerca chi non crede o crede altro, che include e postula un mondo di dialogo e non di verità assolute è esattamente il contrario dell’idea della vita racchiusa nel pugnale sgocciolante di sangue innocente che i militanti incappucciati dell’Isis sventolano al mondo per intimidirlo. Ma il Papa è andato oltre, parlando anche a chi questi valori ha scritti nel proprio Dna. Lo ha detto nella patria di una delle più belle Costituzioni democratiche del mondo, una Carta nella quale si definiscono diritti inalienabili «la vita, la libertà e il diritto alla felicità ». Lo ha detto in un paese che, tra i pochi nel mondo, non ha mai conosciuto dittature. Ai membri del congresso della nazione più potente del mondo ha scandito: «Se la politica dev’essere veramente al servizio della persona umana, ne consegue che non può essere sottomessa al servizio dell’economia e della finanza». E allora che si parli dei migranti, o delle bambine senza istruzione, dei diritti dei più deboli o di quelli «intrappolati nel cerchio della povertà» lo sguardo del Papa è alla persona umana.

È lo sguardo di Francesco d’Assisi, corroborato dalla coscienza storica. Il Pontefice non chiede giustizia sociale perché vuole sovvertire o mutare l’ordinamento sociale per fini ideologici o politici. Lo fa perché vuole includere chi è escluso. Perché rifiuta, come pastore e come uomo, che i beni siano distribuiti in modo ineguale, tanto da escludere dal diritto di mangiare, crescere, educarsi centinaia di milioni di esseri umani. Quando Francesco si occupa, dall’enciclica Laudato si’ fino al discorso all’Onu, dei temi dell’ambiente non lo fa perché ha adottato, politicamente, la dottrina verde ma perché pensa che l’abuso della natura, oltre a minare le condizioni fondamentali della comunanza dell’uomo con il suo habitat, finisca con il produrre processi sociali devastanti di esclusione. «I più poveri sono quelli che soffrono maggiormente questi attentati per un triplice, grave motivo: sono scartati dalla società, sono nel medesimo tempo obbligati a vivere di scarti e devono soffrire ingiustamente le conseguenze dell’abuso dell’ambiente». Francesco si ribella a quella che chiama «cultura dello scarto» che relega gli esseri umani in una condizione di vita sofferente.

Il Papa chiede alla politica di frenare la vendita delle armi, di combattere, non a parole, il narcotraffico per l’influenza “sistemica” che questo fenomeno ha, in termini di violenza e sfruttamento, sulla vita di tanti. Richiama la ferma posizione della Chiesa contro la pena di morte convinto che «una giusta e necessaria punizione non deve mai escludere la dimensione della speranza è l’obiettivo della riabilitazione». Ma possiamo essere sicuri, per esempio da italiani, che non stia parlando anche di noi? Nello stesso giorno del discorso al congresso Usa in una strada di Napoli si consumava l’ennesima sparatoria. Anche a Napoli e in tante parti d’Italia circolano armi. Ed è persino peggio, perché avviene illegalmente. Anche per quelle pistole che sparano nei vicoli si può dire che esse sono lo strumento del narcotraffico e dei poteri criminali e che anch’esse circolano «semplicemente per denaro, denaro che è intriso di sangue».

Francesco parla dell’uomo e della sua integrità, del suo rapporto con la natura, dei suoi valori. Lo fa con accenti nuovi ai quali si accompagnano gesti che cercano di riportare la Chiesa in mezzo al suo popolo, in primo luogo agli ultimi, ai migranti, alle vittime della guerra. Francesco cerca la pace. Si adopera per i rapporti tra Usa e Cuba e perché il governo colombiano e le Farc firmino una pace che metta fine alla guerra che ha insanguinato il paese. Pace, diritti, giustizia sociale. Non un programma politico. Una idea di vita e di missione religiosa. Che sull’aereo il Papa abbia dovuto rassicurare i giornalisti di non essere “comunista” fa pensare al suo senso dell’umorismo e alla confusione pericolosa della aspirazione, per tutti, a una vita meritevole di essere vissuta con una forma statuale ispirata da una ideologia che ha racchiuso un sogno grande di giustizia ma si è rivelata, nella sua pratica incapace di realizzarlo e si è fatta portatrice di una visione tragicamente autoritaria. Non c’è valore più indissolubilmente legato alla cultura liberale di quello della giustizia sociale.

E viceversa. Non ci possono essere opportunità senza libertà. E viceversa. Un’ultima considerazione: le parole del papa hanno pesato. Come sono state importanti, nella storia dell’umanità, i discorsi! Le parole non sono chiacchiere. Sono energia e riscatto, passione e comprensione. Le parole hanno cambiato il mondo, da Cristo a Martin Luther King. Non credete mai a chi pensa che si possa togliere alla nostra vita la bellezza dell’incontro con le parole. A condizione che esse siano vere, impegnative, sincere. Una cosa la politica, nel rispettarne autonomia e distanza, deve imparare dai discorsi di Francesco. Il grande bisogno di visioni grandi, di “senso” che c’è nel nostro tempo. La riduzione del discorso pubblico a invettiva o cronaca piatta ha tolto passione e ha allontanato. La fine delle ideologie non può significare la fine dei valori.

Dovrebbe accadere il contrario. Per appassionare alla politica non si deve indicare la meta del posto di potere che si occuperà per sé. Bisogna accendere negli altri il desiderio di un mondo nuovo e di una vita nuova. La politica bonsai, senza senso e valori, è inutile e dannosa. Non dimentichiamolo mai.

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