Il valore del voto degli italiani all’estero

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Un dossier del Pd analizza i dati dell’Aire 2011-2016: sono 700mila in più, un terzo dei quali è espatriato nell’ultimo quinquennio. Verso Paesi europei economicamente più appetibili

Tra gli ultimi capitoli dell’ormai molto aspra contesa referendaria c’è quello che riguarda il voto degli italiani all’estero, corteggiato da entrambi gli schieramenti e risultato decisivo per la vittoria di Romano Prodi nel 2006. Il comitato del No ha giocato d’anticipo: «Se vincerà il Sì e gli italiani all’estero saranno determinanti faremo ricorso» ha affermato il costituzionalista Alessandro Pace.

Il motivo risiederebbe in presunti brogli dovuti alla mancata garanzia dei requisiti di sicurezza e segretezza nelle procedure di voto fuori dal suolo patrio. Al di là dell’intermittenza dell’argomentazione – se vince il No i brogli scompaiono – il sottinteso è che quella categoria, vivendo fuori dall’Italia, sia meno interessata alla riforma e più permeabile a pressioni governative.

italiani-esteroTanto che il ministro Gentiloni ha dovuto difenderli da «denigrazioni»: «Non sono di serie B né potenziali imbroglioni. Ambasciate e consolati applicheranno la legge in modo imparziale». Secondo alcune stime quel bacino di voto potenziale riguarda il 5-6% dell’elettorato. Ma chi sono, alla fine, gli italiani all’estero? Anziani provenienti da famiglie emigrate nel Dopoguerra se non prima? I loro nipoti che prendono la cittadinanza italiana sulla base di legami nostalgici e affievoliti? Cervelli in fuga sfiancati da burocrazia e mancanza di prospettive? Studenti che si fermano altrove dopo l’Erasmus, un master o un corso di specializzazione?

Uno studio del Pd –redatto dal responsabile Dem del settore Eugenio Marino e dal responsabile dell’ufficio elettorale Francesco Davanzo – evidenzia le variazioni nella composizione di questo gruppo negli ultimi 5 anni. Basandosi sulle iscrizioni all’Aire (l’anagrafe dei nostri connazionali residenti all’estero che include chi espatria per oltre un anno come chi è nato fuori), si nota che quella categoria è aumentata di un quinto.

ita-estero-tab-2Al referendum sulla carta potranno votare 4.112.435 persone, il 22% in più dei 3.380.051 del 2011. Ce ne sono circa 735mila nuovi. Tra questi, due terzi sono nativi esteri (500mila, di cui molti in America Latina e il 25% under 40), mentre un terzo (vale a dire 235.392 elettori, di cui il 7% giovani) è migrato all’estero nel recente quinquennio. Qui altro dato è la provenienza non più tanto dal Mezzogiorno quanto principalmente dalle regioni del Centro-Nord.

Per quanto riguarda le destinazioni, sono soprattutto europee con punte forti nel Regno Unito (pre Brexit però), in Spagna e nei Paesi Bassi. Sul tema, il dossier conclude che mentre le comunità di italiani in Sudamerica, stratificatesi grazie a ondate migratorie del passato, tendono a stabilizzarsi, i giovani lavoratori e professionisti di oggi puntano mercati vicini ma più vitali e dinamici dell’Italia.

Una «rete» per il welfare futuro

Analizzando le fasce di età si nota invece che nel 2011 oltre il 55% degli iscritti era over 50 e solo il 9% era compreso nella fascia 18-39 anni. Adesso, il peso di entrambe queste fasce si è contatto a meno del 47% complessivo, mentre gli under 40 raddoppiano arrivando al 17%. Qui il maggiore incremento al ringiovanimento arriva dai nativi esteri che hanno acquisito la cittadinanza italiana – oltre 300mila – ma gli “espatriati” sono più che triplicati passando da 36mila a 127mila.

Infine, per quanto riguarda il sesso, l’incremento è equamente diviso tra uomini e donne con mezzo punto in più per queste ultime: 369.512 versus 362.872. Il rapporto conclude con alcune riflessioni: «L’Italia rischia l’invecchiamento della popolazione, con ciò che comporta in termini di perdita di competitività economica, dinamicità intellettuale e capacità di mettersi in gioco». Mentre, viceversa, avrebbe bisogno di «più giovani che rappresentano forza lavoro, fanno crescere l’economia, pagano pensioni e welfare a chi invecchia». Descrizione che corrisponde ai ragazzi trasferitisi in Paesi che possono «accoglierli con un lavoro e integrarli socialmente».

Ma anche, secondo i due esponenti del Pd, agli «italo discendenti», cioè i figli di italiani nati all’estero da molte generazioni che sono attratti dall’Italia per ragioni affettive, culturali e turistiche ma non rimpatriano perché il sistema non è economicamente attraente». La conclusione, a questo punto, è evidente: esiste un nutrito gruppo di “italiani in fuga”e di “nativi esteri”che potrebbero tornare italiani a tutto tondo purché «il sistema-Paese riesca ad attrarli». Tuttavia, anche tenerli «in rete» in attesa di tempi migliori è importante: «La loro partecipazione al voto non è frutto di brogli bensì del loro vincolo con il Paese d’origine». È insomma «un atto positivo e progressista» di cui, auspicabilmente, «vedremo i frutti tra trent’anni» .

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