Il trasformismo dei grillini “cattolici” e il silenzio del Pd

M5S
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Nel vuoto di idee può farsi largo persino una forza a-democratica e incolta come il M5S

Beppe Grillo è un uomo politico che come tutti gli uomini politici ambisce al potere. Sulle ragioni per le quali vuole il potere si possono avere idee diverse. Fatto sta che il suo Movimento ha da tempo costruito un percorso che l’anno prossimo lo potrebbe portare al governo del Paese.

Lungo questo percorso, Grillo, che non è uno sprovveduto, ha inserito il capitolo cruciale dell’accreditamento verso il mondo cattolico e segnatamente verso la Chiesa italiana. Una ricerca spregiudicata.

In questo quadro ha fatto molto rumore la lunga intervista ad Avvenire, bissata dall’intervista di Marco Tarquinio al Corriere della Sera (noi abbiamo scritto qui). Ha fatto molto rumore, l’uno-due, soprattutto all’interno del mondo cattolico e della gerarchia, tanto che lo stesso Tarquinio ieri sera ha dovuto derubricare la sua intervista a mera posizione personale, tale dunque da non coinvolgere la Cei. Ha twittato subito Pierluigi Castagnetti:

Oggi sul tema ci sono sui giornali molti spunti interessanti. Sul piano più immediatamente politico, interessante questa notazione di Stefano Folli su Repubblica: “L’intervista di Grillo è un’astuta miscela di nostalgie, moniti contro gli eccessi della modernità, ‘sovranismo’ e ostilità verso l’Europa tecnocratica”. Un antimodernismo (sperando per carità di patria che non si osi scomodare Pasolini) che in effetti si sposa con il Rousseau della democrazia diretta e, in controluce, del mito del buon selvaggio e che, trascinato all’eccesso, potrebbe fare corpo con un radicale rifiuto della democrazia parlamentare.

Se questo è il retroterra “ideologico” del grillismo, come tutto ciò possa costituire una base di incontro, o anche solo di dialogo, con l’insegnamento della Chiesa resta un mistero. Di qui l’amara ironia di Alberto Melloni, sempre su Repubblica, quando osserva che dire, come ha fatto Tarquinio, che “i tre quarti della visione grillina coincidono con quella della Chiesa –  quota che nemmeno a De Gasperi fu mai concessa” è veramente troppo.

Tanto più che in realtà – lo nota Andrea Malaguti sulla Stampa – “Grillo e i TeoGril non credono nella Chiesa, spesso la detestano, ma oggi ne hanno bisogno”. Con tanti saluti al filone “laico” del bagaglio M5S – eutanasia, gay, diritti civili, battaglia per il pagamento dei tributi da parte della Cei – che sinora hanno coperto il fianco “radicale” del Movimento.

Ma le elezioni si avvicinano e i grillini lottano per il primato politico, costi quel che costi. Di qui – riferiscono Lombardo e Tornielli sempre sulla Stampa – il “desiderio di Grillo di avere udienza con Papa Francesco”. O l’insistita manifestazione di fede da parte di Di Battista e Di Maio (la sua crociata contro l’apertura dei negozi la domenica in nome della famiglia è stata la fiammella che ha acceso l’entusiasmo del direttore di Avvenire). E non si può dimenticare come per Virginia Raggi uno dei primissimi problemi fu proprio il difficile rapporto con l’Episcopato: l’allarme in Campidoglio deve essere scattato da tempo. Un buon rapporto “nazionale” fra il Movimento e la Chiesa non può che fare bene a una sindaca di Roma strutturalmente in affanno. E potrebbe tornare utile anche alla Chiesa di Roma.

Insomma, la trasformazione (che in politica diventa trasformismo) dal vecchio “vaffa” a Di Battista che diventa felice papà può non essere solo un fatto di marketing ma una mutazione, per quanto superficiale, atta a costituirsi come interlocutore di un mondo lontano come quello cattolico.

Più sullo sfondo c’è il tema – davvero enorme – del senso del pontificato di Bergoglio e della sua presunta sintonia con i “populismi” politici, appunto, à la Grillo. E’ la teoria di Claudio Cerasa che sul Foglio di oggi scrive fra l’altro: “Lo si può accettare oppure no ma la visione economica declinata da Papa Francesco sta contribuendo a rendere sempre più fertile il terreno che nutre i nuovi fusti del populismo politico”.

Dunque, il “peronismo” di Bergoglio (descritto come nemico del liberalismo) si incontrerebbe naturaliter con il grillismo coacervo di antimodernità e, appunto, illiberalità: “Se la Chiesa impone un canone in base al quale i diritti sociali diventano diritti inalienabili che tutti gli stati devono rispettare, allora le forze politiche legittime sono solo quelle che portano avanti una crociata contro il liberismo. La convergenza tra il grillismo e la Chiesa ha una sua ragione politica ma prima di tutto nasce da qui”.

E’ lecito avere qualche dubbio che la Chiesa di Bergoglio – per quanto del tutto diversa da quella dei papi “europei”, più attenti alla dimensione della politica come relazione fra gli Stati e non solo fra gli uomini – sia identificabile con istanze tutte “extrapolitiche” e non sia piuttosto più che sensibile ai dilemmi “storici”, qui e ora, che attanagliano l’umanità – e quindi sia, pur nelle sue proprie forme, una Chiesa “politica” e dunque razionale.

Scrive a questo proposito Giorgio Armillei (sul sito www.landino.it): “La vulgata del bergoglismo, costruita oltre il magistero di Francesco ma che pesca a piene mani da frasi, spunti, battute del Papa, distorcendole e riadattandole ai propri fini, si incontra con la limacciosa ondata illiberale, antimercato, populista, sovranista, antiglobalizzazione che costituisce il pensiero unico, questo sì veramente unico, di questa fase del dibattito pubblico”.

Attenti dunque a non strumentalizzare Bergoglio. In gioco c’è un paurosa deriva, argomenta Armillei: “Non indietro ma oltre il Concilio: e oltre il Concilio c’è solo il clericalismo, cioè il dominio mediatico di una nuova élite. Il dominio che Bergoglio non si stanca di evidenziare come uno dei mali della Chiesa universale”.

Si direbbe, per concludere provvisoriamente su questo tema, che siamo dentro ad un fase assolutamente “sospesa” fra abbandono delle vecchie certezze e nuovi approdi, sia per la Chiesa che per la politica italiana (e per i partiti che ne sono attori). Nel vuoto, trova spazio persino una forza evidentemente a-democratica, incolta e post-ideologica (nel senso peggiore del termine) come il Movimento 5 Stelle.

E mentre il cattolicesimo politico “classico” non esprime più un compiuto pensiero politico, e di fatto non sembra cogliere l’occasione enorme ma non eterna offerta da questo pontificato, una forza nazionale di governo come il Pd è piombato in un preoccupante silenzio sulle grandi questioni sulle quali si potrebbe imbastire un dialogo fecondo con la Chiesa: dal piano Marshall per i paesi poveri africani alle iniziative di pace a livello internazionale, alle politiche contro la povertà e contro tutte le discriminazioni, per dirne solo alcune. Senza bisogno di baciare la pantofola, si potrebbe costruire un nuovo ponte. E’ una delle sfide prossime, per il Pd, e non fra le più facili.

 

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