Il sogno svanito (o solo rimandato?) di Pablo Iglesias

Spagna
epa05393509 Leader of Podemos Party Pablo Iglesias (R) attends a press conference next to candidate for Madrid and IU leader Alberto Garzon (L),  on the general elections results in Madrid, Spain, 26 June 2016. Spain held general elections on 26 June 2016 after parties failed to form a government in the 20 December 2015 election.  EPA/ZIPI

Ha creato dal nulla un partito due anni fa ed ha creduto nel colpaccio. Ora dovrà riorganizzarsi in fretta se vuole continuare ad avanzare

In due anni ha portato Podemos, creato dal nulla nel 2014, alle porte del potere ma non è riuscito a terremotare il mondo politico spagnolo come avrebbe voluto e come, dai primi exit poll delle elezioni di oggi, era sembrato. Pablo Iglesias, il professore con il codino che nelle ultime settimane, candidandosi a premier, si è messo a volte anche la cravatta, non ce l’ha fatta a portare a termine il colpaccio dello storico sorpasso sui socialisti di Pedro Sanchez.

L’abile stratega e comunicatore, rappresentante di una nuova generazione di giovani politici di sinistra metà Sandokan e metà Machiavelli, convinto che “il cielo non si prende per consenso, si conquista d’assalto”, dovrà aspettare ancora. E, forte dei suoi 37 anni e dell’adorazione di migliaia di giovani che votano Podemos, lo farà. Dopo l’entusiasmo dei primi exit-poll che si è ben presto trasformato in delusione, si è detto convinto che al governo – prima o poi – ci arriverà. La grinta per una ‘lunga marcia’ non gli manca.

Nei sei mesi di paralisi istituzionale seguiti alle ‘prime’ politiche del 20 dicembre che avevano reso ingovernabile il paese si era proposto come vicepremier in un ipotetico governo “del cambiamento” del socialista Pedro Sanchez. Ora che non c’è stato il sorpasso sui socialisti, ed è sfumato il sogno di essere il premier di un esecutivo di sinistra con i socialisti, arretra ed è pronto a riorganizzarsi in attesa del balzo in avanti vero.

Gli avversari lo accusano di essere populista, trasformista, un sostenitore del regime bolivariano venezuelano che si è riconvertito in “socialdemocratico” e “peronista”, difensore dei valori della “patria” per attirare il voto moderato. Un suo approdo alla Moncloa, diceva la stampa spagnola alla vigilia, spaventerebbe Ue e Nato. Che si erano spaventate anche con l’arrivo al potere a Atene di Syriza e del suo amico Alexis Tsipras, ora però bene integrato nella nomenclatura del potere europeo.

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