Il sì di Sanremo alla Cirinnà

Il Sanremone
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Sanremo arriva prima del parlamento e sdogana l’amore senza aggettivi né preferenze: un uomo e una donna, due donne, due uomini

Sanremo ha approvato il ddl Cirinnà sulle unioni civili con largo anticipo sul Parlamento, dimostrando ancora una volta – ce lo ripetiamo dagli anni Settanta, da quando Berlinguer temeva che gli italiani non fossero pronti per avere il divorzio – come il paese reale o la società civile o come altrimenti vogliamo chiamare l’Italia, sia molto, molto più avanti della sua mediocre classe politica, del gioco cinico degli emendamenti travestiti da scelte etiche farlocche, della mediocre ipocrisia dei difensori senza morale della morale dell’arbitrio.

Con calma e aurea mediocritas, in un clima perfettamente normale e un pochino noioso, senza proclami né esibizioni né provocazioni, il 66° Festival della canzone italiana ha assolto anche questa volta alla sua funzione storica, sociale, sociologica: rispecchiare gli umori del paese, il sentimento prevalente, l’ordinaria quotidianità delle italiane e degli italiani cui della politica e delle sue esibizioni importa poco e niente, e che in cuor loro, nella vita di tutti i giorni, in famiglia e tra gli amici, hanno già da tempo accettato come perfettamente normale l’amore senza aggettivi né preferenze: un uomo e una donna, due donne, due uomini.

Il tripudio di nastri arcobaleno – mostrati senza sfarzo né provocazione sull’asta del microfono, nel taschino, in mano – non è soltanto la dimostrazione di una sensibilità civile che fa onore agli artisti (Noemi, Arisa, Enrico Ruggeri, Irene Fornaciari, i Bluvertigo…), ma è anche, e soprattutto, la prova che la famiglia italiana, di cui Sanremo è l’ultimo focolare riconosciuto, non ha paura di se stessa.

“Siamo tutti simili e diversi, per questo siamo uguali e dobbiamo proteggerci”, ha detto un’incantevole Laura Pausini, protagonista dell’unico pezzo di grande televisione visto ieri, il duetto con se stessa ragazzina che canta, ventitré anni fa proprio a Sanremo, “La solitudine”. Senza gridare, senza agitarsi, con un sorriso riposato: perché ci si protegge, etero e gay e bisex e trans, semplicemente continuando ad essere ciò che si è.

Elton John – che il perfetto Carlo Conti ha entusiasticamente chiamato “Hhhelton” per tutta la serata – non è venuto meno al clima dominante, e quasi sottovoce e en passant ha raccontato di essere un uomo felice e fortunato: “Non avrei mai pensato di diventare papà e di avere la vita che ho avuto”. E ha aggiunto: “God has been very good to me”, ma siccome siamo pur sempre su Rai1 l’interprete ha preferito tradurre “è stata una cosa molto positiva”. E questa è l’unica, involontaria concessione a Giovanardi e alla Meloni, che per il resto ci saranno rimasti malissimo: niente paillettes da Gay Pride, nessun comizio, soltanto una felice normalità. Del resto, come ha spiegato a Conti una divertente e divertita Virginia Raffaele nei panni di Sabina Ferilli, “Elton John è un uomo sposato con prole, proprio come te, dov’è il problema?”.

Il problema è in Parlamento, non nel Paese: e Sanremo, se mai avessimo bisogno di una conferma, ce lo ha spiegato nel più efficace e banale dei modi facendo il pieno di ascolti: più di 11 milioni, poco meno del 50% di share.

 

 

 

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