Il Senato approva la riforma Rai. Ecco i punti principali

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Quarantaquattro tra funzionari e dirigenti di Rai, società del gruppo Mediaset, La7 e Infront sono indagati a Roma nell'ambito di un'inchiesta sull'affidamento di lavori e servizi in cambio di utilità come soldi e assunzioni. La Guardia di Finanza sta eseguendo 60 perquisizioni, Roma, 17 Giugno 2015. ANSA/ FABIO CAMPANA

Il testo passa ora alla Camera, dove il governo proverà a reintrodurre la delega per modificare il regime del canone

Con 142 sì e 92 no, il Senato ha approvato la riforma della Rai. Il testo passa ora alla Camera.

Dopo il passo falso di ieri del governo, con le conseguenti polemiche per il ruolo della minoranza dem, che ha votato con le opposizioni, oggi i numeri hanno dato ragione alla maggioranza, che ha deciso di andare avanti con l’esame della riforma. I dissidenti sono rientrati quasi tutti, ad eccezione di Corradino Mineo, che ha votato contro il provvedimento.

“Sono soddisfatta – ha commentato il ministro Maria Elena Boschi – è un primo passo importante. Il lavoro non finisce qui e probabilmente ci saranno altre modifiche alla Camera. Ma è un primo passo e sono soddisfatta”.

Il primo obiettivo del governo è ovviamente reintrodurre a Montecitorio la delega per la riforma del canone, che è stata eliminata ieri dal testo proprio a causa della convergenza dei voti di opposizioni e minoranza pd. Lo stesso sottosegretario Antonello Giacomelli, in conclusione del dibattito nell’aula di palazzo Madama, ha detto ai senatori “ho l’impressione che ci rivedremo”, per ribadire l’intenzione di modificare ulteriormente la legge prima del sì definitivo.

 

Tra l’altro, l’abolizione dell’articolo 4 della riforma ha comportato per la minoranza dem la classica etorogenesi dei fini. Se il rimprovero mosso al governo era quello di una eccessiva genericità della delega, che avrebbe comportato quindi un potere superiore nelle mani dell’esecutivo per poter intervenire sul canone Rai, eliminando l’intero articolo è saltato anche il punto relativo alla “armonizzazione del sistema di finanziamento al modello societario della Rai”, ossia il passaggio verso l’autonomia finanziaria dell’azienda. Di conseguenza, la gestione delle risorse finanziarie della Rai rimane in mano al governo che, già domani, potrebbe intervenire potenzialmente con un decreto per abolire o modificare il canone, mantenendo così un potere superiore a quello paventato da opposizioni e minoranza dem. La strada scelta dall’esecutivo, comunque, è quella di reintrodurre alla Camera l’articolo bocciato dal Senato.

Per il resto, ecco cosa cambierà con le norme previste dalla riforma.

 

Consiglio d’amministrazione

OGGI – È composto da 9 membri: 7 eletti dalla commissione parlamentare di vigilanza e 2 nominati dal Tesoro (uno dei quali è il presidente)

DOPO LA RIFORMA – I membri diventeranno 7: 2 eletti dalla Camera, 2 dal Senato, 2 nominati dal governo, 1 dai dipendenti dell’azienda. Il presidente è eletto dal cda e confermato dai 2/3 dei componenti della commissione di vigilanza.

 

Il nuovo amministratore delegato

OGGI – Il direttore generale è indicato dal governo e nominato dal cda: partecipa al cda ma non vota.

DOPO LA RIFORMA – Si introduce la figura dell’amministratore delegato. È indicato dal governo e nominato dal cda: fa parte dello stesso cda e vota.

 

I poteri

OGGI – Il cda nomina, su proposta del direttore generale, direttori di rete, di testata e di canale. Il dg firma i contratti aziendali fino a 10 milioni solo con l’assenso del presidente.

DOPO LA RIFORMA – L’amministratore delegato nomina direttori di rete, di testata, di canale e dirigenti di seconda fascia. Il cda esprime solo un parere, che è obbligatorio ma non vincolante. Solo per i direttori di testata, il parere diventa vincolante se sono contrari alla nomina i 2/3 dei componenti del cda (5 su 7). L’ad è tenuto comunque a obblighi di trasparenza sui dirigenti nominati, a partire da curriculum e compensi. L’amministratore delegato firma autonomamente contratti fino al valore di 10 milioni.

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