Il segreto di Chet. Il grande jazz vissuto a teatro

Teatro
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La rievocazione teatrale del grande trombettista, con Girotto al sax e Popolizio alle “parole”

Con i suoi fiati Javier Girotto sembra che parli, che amoreggi con loro con gli occhi, il volto, le mani e il corpo tutto. Massimo Popolizio sa far volare le parole in 3D, creando immagini e prospettive, evocando spazi, colori, consistenze. Insieme ci accompagnano in un viaggio bizzarro, surreale, fitto di sensazioni che si rincorrono veloci, e rimbalzano in un dialogo virtuoso tra musica e parole. Sensazioni fluttuanti eppure vivide che tracciano una strada e disegnano segni che restano.

Anche se “il jazz vola via, non rimane”. Quello che rimane è invece l’immagine del suo ondeggiare, come un bicchiere che rotola sulla banchina di un treno, e chissà per quale imperscrutabile legge si ferma dopo tre giri e non quattro o cinque, e perché proprio in quel punto e non poco più in là.

Siamo nel cuore de Il segreto di Chet Baker, il reading- spettacolo andato in scena ieri lunedì 28 dicembre al Teatro Vascello di Roma per la cura di Teresa Pedroni, tratto dal romanzo E nemmeno un rimpianto -Il segreto di Chet Baker di Roberto Cotroneo, pubblicato da Mondadori nel 2011.

Una storia che poggia su una finzione – Chet non è morto ma vive nascosto in un paesino del Salento – e che mano a mano che si dipana diventa plausibile, dotata di verosimiglianza e attendibilità. Grazie ai due interpreti prende corpo l’astuzia letteraria che seduce il lettore, fondata su un patto tacito che non si discute, e noi ci troviamo sulle tracce di un Chet sconosciuto a cui fare domande, da avvicinare con con garbo e circospezione, e la medesima curiosità dell’io narrante, che l’autore immagina scortato da una donna, Nathalie, custode del suo passato e della sua vita segreta.

E mentre ritornano momenti cruciali della sua vita dissoluta, conclusa con un volo dalla finestra di un albergo di Amsterdam, si reinventa un’altra vita, più silenziosa e appartata ma non meno straordinaria, che si intreccia con quella del suo inseguitore. Il pianoforte di uno e la tromba dell’altro, un foglio stroppicciato ritrovato per caso, una casa di legno, una spiaggia, una bombola del gas smaltata di blu, e ancora rumori e tintinnii di oggetti sfiorati dalle “mani di un vecchio con i nervi di un giovane”.

E sulle note imperiture di My funny Valentine, scopriamo un Chet “morto per tutti e rinato solo per me”, non sceso negli abissi come Miles Davis ma risalito dagli abissi insieme al suo jazz che “non è arma ma scudo”, anzi, è una “palla di vetro” con i fiocchi di neve che si muovono secondo la loro piccola regola, che però è anche “l’unica a cui aggrapparsi”.

Perché il jazz non ha regole, “il jazz non è cosa che si possa capire”, anche se allo ‘scrittore’ un segreto il nostro glielo rivela: “in principio non era il verbo – gli dice – ma il suono”.

Però anche questo non è da capire.

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