Il rock a New York: 5 dischi del 2016 tra nostalgia e futuro

Musica
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Abbiamo preso in esame 5 tra i più apprezzati dischi rock del 2016 provenienti da artisti di New York. Per rispondere a una semplice domanda: in quali condizioni di salute versa questo genere?

Dinosauri. Come Mick Jagger o Paul McCartney. Il rock sembra ormai avere ottenuto lo status di creatura preistorica, certificato dalle evoluzioni di leggendari nonnini i cui doppioni, ancora giovani, sono custoditi al museo delle cere.

Ma in fondo si diceva la stessa cosa già dalla fine degli anni sessanta; e via via dopo la nascita e l’esaurirsi di nuovi fermenti musicali: generi, sottogeneri, correnti. Si diceva la stessa cosa nei confronti di star di prima grandezza, che all’inizio erano snobbate come fossero nient’altro che cloni; persino a un certo David Bowie è servito un passaggio a vuoto, un primo disco che lo stava relegando all’anonimato, per imporsi a livello mondiale e superare la narrazione della morte del rock. Eppure oggi sembra che l’abbraccio di un passato esiziale, che vuole chiudersi a riccio inglobando tutta la storia di questo genere, sia una minaccia più reale che mai.

Come cartina di tornasole della situazione abbiamo preso in esame cinque album rock, tra i più rappresentativi usciti dalla città di New York in questa prima metà del 2016: lavori di band già rodate ma anche di musicisti più giovani, eppure già consacrati all’hype da siti e riviste specializzate. Da sempre termometro della scena internazionale, la Grande Mela è la culla di vere e proprie leggende come i Velvet Underground, i Talking Heads, i Ramones o i Television. In un periodo in cui la reunion degli LCD Soundsystem e un nuovo ep degli Storkes sembrano voler forzosamente prolungare i fasti che la città ha vissuto negli anni ’00, abbiamo scoperto un elemento fondamentale che fa da convitato di pietra del rock di oggi: la nostalgia.

Ecco la nostra lista:

Parquet Court – Human Performance

I Parquet Court sono arrivati al loro quinto album (tra cui uno a nome Parkay Quarts), riuscendo a centrare un obiettivo non semplice: far apparire sensato un genere musicale totalmente rivolto al passato. In particolare è all’alternative rock americano a cavallo fra gli ’80 e i ’90 che si possono iscrivere le composizioni della band; ma più che dai Pavement o dagli Husker Du, dei quali sembrano coevi, i nostri paiono abbeverarsi da fonti più antiche: i Velevet Underground, per un certo mood metropolitano oscuro, oppure i Television, per il contegno tipicamente allucinato di alcuni brani.

Una canzone: Human Performance

La rappresentazione plastica dell’atmosfera che informa tutto il disco (non a caso è la title track) sotto forma di un brano che racconta di un recente trauma amoroso in prima persona.

 

Wall – Wall EP

In perfetta continuità con il suono alternative che imperversava nei college durante gli anni ottanta, gli Wall potrebbero essere l’ideale punto d’intersezione tra i Pylon, i B’52 (ma meno divertenti) e qualcosa dei primissimi e più oscuri R.E.M. Anche qui lo sguardo è rivolto a un passato nemmeno troppo remoto.

Una canzone: Cuban Cigars

Ecco quanto dichiara la band a proposito del loro primo singolo: “Abbiamo filtrato i B52 attraverso il minimalismo. È una canzone che si regge sul ritmo, piuttosto che sulla melodia”

 

Woods – City Sun Eater in the river Light

Dieci album e una costante ricerca d’identità attraversando il folk psichedelico, il kraut rock, l’alt-country, il pop-rock. E proprio quest’ultima deriva, più propriamente melodica, sembra conferire amalgama alle influenze che gli Woods hanno messo in campo in 13 anni di carriera. Non rinunciando a momenti lisergici, City Sun Eater in the river Light è un disco di canzoni che guardano alla tradizione, qua e là colorandosi di lievi tinte reggae, soul o Afro jazz (puramente ornamentali).

Una canzone: Sun City Crepes

Ambiente vagamente western, fiati, chitarra in levare, classico falsetto che domina tutto il disco; un brano che avrebbe tutte le carte in regola per suonare anacronistico: ma nel suo compromesso, tipico del “pop indipendente”, di tenersi in bilico tra smaccata fruibilità e una cifra più “arty”, riesce piuttosto ad abitare un limbo difficilmente classificabile.

Kevin Morby – Singing Saw

Kevin Morby è il bassista dei Woods e il fondatore di un’altra band di Brooklyn, The Babes. Nel lotto dei dischi presi in esame, questo Singing Saw è sicuramente quello che guarda alla tradizione in maniera più svelata e senza il minimo camuffamento. Un lavoro che ha le radici piantate nella classicità della forma canzone americana e riecheggia in alcuni punti perfino Bob Dylan.

Un brano: I Have Been To The Mountain

Un pezzo che sarebbe potuto appartenere agli Arcade Fire di Suburbs, o a un Sixto Rodriguez in veste elettrica.

Sunflower Bean – Human Cermony

Poco più che ventenni, i Sunflower Bean rimpinguano le fila della nuova leva “indie rock” della grande mela. Suonano essenziali nella loro line up da power trio e allo stesso tempo alla ricerca di un’identità precisa. I brani di questo disco d’esordio richiamano atmosfere anni ottanta: ma più che rifarsi alle band di quel periodo storico, la giovane formazione sembra intenta in un’operazione di assemblamento di tasselli sonori da diverse epoche storiche (gli Smashing Punpkins più malinconici, i Cure, i Velvet Underground… molto velatamente). Una curiosità: il loro chitarrista è il sosia di Bob Dylan da giovane.

Una caznone: Easier Said

I Cure con alla voce Grimes: sogno o incubo? Ai posteri l’ardua sentenza.

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