Il ritorno di Frank Ocean all’insegna della black music ibrida e contemporanea

Musica
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Artefice del coming out più rivoluzionario della recente storia musicale, in silenzio da 4 anni dopo l’uscita del suo esordio “Orange Blood”, Frank Ocean si riaffaccia sulle scene con qualcosa in più di un semplice album

Un vero e proprio disco in studio, Blonde; un visual album, Endless, sotto forma di mixtape accompagnato da un filmato in cui il Nostro costruisce una scala (!); una pubblicazione a tiratura limitata, Boys Dont’Cry, a metà tra rivista d’arte, fanzine e rotocalco di moda, che contiene un cd del disco con delle tracce (e la stessa tracklist) in versione leggermente rimaneggiata. E poi una lunga lista di collaborazioni illustri: da Kanye West a Beyoncè, passando per Pharrel Williams e molti altri.

Così, dopo 4 anni di silenzi e anticipazioni, riferimenti più o meno criptici e indizi lasciati cadere nel vuoto, Frank Ocean si riaffaccia sulle scene: e a giudicare dall’attenzione sollevata si tratta di un ritorno dirompente.
Talento precoce, affermatosi prima come ghost writer per nomi altisonanti del mainstream e poi come autore e interprete dei propri brani –  Orange Blood, esordio del 2012, ha fatto quasi gridare al miracolo – la centralità di Frank Ocean nel panorama musicale contemporaneo affonda le sue radici in una concatenazione di cause. Intorno alle sue spiccate doti canore e musicali (e di songwriting) si è solidificata un’aurea di innovazione e contemporaneità, basata sia sulla capacità dell’artista di padroneggiare in maniera molto fresca tutti i codici più in voga nella musica americana del momento – quella di matrice nera, che va dal R&B, al Soul, all’Hip Hop; da Prince a Kendrick Lamar, per intenderci – sia sulla narrazione che lo vede come il pioniere del coming out nel mondo del rap.

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La copertina dell’ultimo album di Frank Ocean che reca la dicitura “blond’, diversa da quella ufficiale del disco, “Blonde”

Dichiarando la propria omosessualità in contemporanea con l’uscita del suo primo disco, Frank Ocean ha di fatto infranto uno dei principali luoghi comuni di un certo immaginario hip hop, in cui il machismo e le prese di posizione contro i gay sono vissuti come elementi identitari. In questo modo, appropriandosi da una parte del linguaggio della recente black music e dei suoi codici formali e allo stesso tempo, con una rotazione di 360 gradi, traghettandoli lontano dagli stereotipi contenutistici di genere (addio, per esempio, alle liriche “fallocentriche” di certo rap), Frank Ocean riesce a portare a una sintesi più elevata il concetto di “ibridazione”; indice non soltanto di incrocio tra influenze musicali, ma di una sorta di meticciato della sensibilità, che si esprime attraverso l’assoluta libertà dell’artista nel parlare di sé e del proprio vissuto senza pose e schermi difensivi, lasciando addirittura in un brano del nuovo album (Be Yourself) la parola alla madre che ammonisce un po’ chiunque di non bere e fumare. Ma tutto questo non si traduce per forza in una visione “pacificata” della realtà, e nemmeno garantisce che esista una formula per far coesistere gli innumerevoli input del contemporaneo, spesso frutto di psicosi incomponibili. La foto di copertina del disco, che ci mostra un Frank Ocean tormentato, e la stessa natura frammentata e caotica della triplice uscita discografica sono lì a denotare un costitutivo (e molto attuale) “spaesamento”.

Una certa deriva in atto da alcuni anni nella black music, che ha come effetto quello di allentare il vincolo del linguaggio hip hop con i suoi storici codici d’appartenenza, trova in Frank Ocean un attore capace di sviluppare questo percorso senza snaturarne le radici, rendendolo uno strumento di espressione universale (e, per questo, definitivamente “pop”); di più: mettendo insieme un disco che non si trincera dietro una produzione avveniristica, ma che predilige i vuoti e le soluzioni spesso più istintivamente “low fi”, i brani densi e lenti apparentemente distanti dall’immediatezza d’ascolto, l’artista riesce a recuperare ciò che del pop rappresenta il lato più sperimentale e creativo.

Ad accompagnare il percorso che ha portato a questa uscita un silenzio radio durato quattro anni (se facciamo eccezione per alcune collaborazioni), che ha amplificato in maniera impressionante l’attesa. In un momento in cui la sovraesposizione mediatica sembra essere la cifra dominante, sparire può rivelarsi una mossa vincente o la definitiva pietra tombale per una carriera; per alcuni artisti, destinati ad incidere sul corso degli eventi, l’assenza diventa una premonizione gravida di anticipazioni: un trampolino di lancio. Come nel caso di Frank Ocean.

 

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