Il rione Sanità vuole l’antidoto alla camorra

Mafia
Un momento della manifestazione nel rione Sanità di Napoli in memoria di Gennaro Cesarano, il diciassettenne ucciso al Rione Sanità, a Napoli, nella notte tra sabato e domenica scorsi, 8 settembre 2015. ANSA / CIRO FUSCO

Viaggio nei rioni di Napoli dove le “paranze dei bambini” uccidono e comandano senza regole. La chiesa chiama, mamme in piazza per la prima volta

Lungo la via Foria, che divide i bassi di Forcella da quelli della Sanità, i buttadentro dei mercati accalappiano i passanti sussurrando i nomi delle griffe, «tutt ‘e cose belle a 10 euro, signò». Le mamme sono in giro con i bimbi stretti nella mani, cielo grigio e i vicoli sembrano iniziare pigri e circospetti la loro giornata. La sera prima c’è stata la grande manifestazione, mai vista prima al rione Sanità, duemila persone, mamme e bambini con le fiaccole e uno striscione: «No alla camorra». E decine di magliette con la foto di Gerardo, l’ultima vittima, con la scritta: «Genny vive». Non era mai successo e per don Antonio Loffredo, padre Alex Zanotelli e don Giuseppe Rinaldi, i promotori malgrado qualche resistenza istituzionale, è stato «un miracolo perché per la prima volta il popolo della Sanità ha reagito e soprattutto le donne hanno alzato la testa».

La mattina dopo se ne parla, meglio a bassa voce tra una finestrella e l’altra dei bassi. I sacerdoti scrivono una lettera aperta, chiedono «più Stato, più scuole a tempo pieno, più giustizia» nei quartieri disgraziati di questa Napoli «malamente» a due passi da quella «bene». Intanto, in altri due quartieri e rioni protagonisti di questa nuova stagione di criminalità napoletana, il Conocal a Ponticelli e il rione Traiano a Soccavo, carabinieri e polizia vanno a colpo sicuro in alcuni condomini e trovano armi semiautomatiche e munizioni, ricetrasmittenti, giubbotti antiproiettile.

Ha un bel dire il sindaco Luigi De Magistris che «non esiste la paranza dei bambini», le baby gang che si allenano al tiro sui tetti e nei vicoli di Napoli e che sono citate in più atti di indagine della Dda di Napoli. Qui i ragazzini sono armati e sparano, fanno estorsioni agli ambulanti e controllano le piazze dello spaccio. Sparano spesso a caso, nel mucchio, in luoghi simbolo, per far vedere chi comanda, per fare «le stese», dare segnali. Vittima per caso potrebbe essere stato Gerardo Cesarano, 17 anni, ammazzato da un gruppo di ragazzi arrivati in moto davanti al bar di vicolo San Vincenzo la notte tra sabato e domenica. Ma forse anche no: «Il padre era legato al clan Misso che una volta comandava alla Sanità, ora o sono in galera o collaborano con la giustizia» dicono gli investigatori.

In quella sparatoria, Gerardo è stato ucciso con più colpi e poi portato subito via da lì, al pronto soccorso. «Tipico» suggerisce un investigatore, «di quando si vuole non far notare qualcosa della scena del delitto». Il primo morto ammazzato dell’anno è stato Ciro Esposito che di anni ne aveva 21 ed era figlio di Piero, un boss. Era la sera del 7 gennaio ed è stato freddato proprio qui, in via Sanità davanti al “baccalaro” all’angolo con il vicolo San Vincenzo. A seguire sono stati ammazzati altri due, un ragazzo classe 1993 e uno di 24 anni. Gerardo, detto Genny, è il quarto. Vico Arena, la Fontanella, la zona Miracoli (si chiama proprio così), se alzi gli occhi dai bassi e guardi verso i tetti, li scopri ordinatissimi nella loro invasione di antenne paraboliche. Una volta sono stati trovati sui tetti i resti di un poligono di tiro: le paranze dei bambini si addestrano qua sopra. «Non chiamateli clan, piuttosto associazioni temporanee d’impresa la cui unica ragione sociale è lo spaccio e il controllo delle piazze» spiegano gli investigatori del nucleo operativo dei Carabinieri. Arma e polizia si sono divisi il territorio per coordinare meglio prevenzione e repressione.

Sono 51 i gruppi recensiti dall’Antimafia che si contendono Napoli. Una nuova leva di criminali molto giovani, tra i 16 e i 24 anni, che hanno «occupato i vuoti lasciati negli ultimi anni dopo vaste operazioni che hanno decapitato le vecchie famiglie». Nel definirli baby gang» non c’è alcun intento di sminuire il fenomeno. E se osservando la mappa delle baby gang prende un senso di sconforto, quasi che l’intera città fosse consegnata al crimine, ti spiegano che quella in realtà altro non è che «la fotografia delle piazze dello spaccio» e che l’assenza di una vera leadership ha generato decine di bande che nascono e muiono, «si alleano e subito dopo rompono», per una partita di roba non pagata o per una strada conquistata al controllo. «Dal nostro punto di vista tutto questo, per paradosso, semplifica l’azione di contrasto nel senso che sappiamo quasi in tempo reale cosa si sta muovendo ma al tempo stesso diventa tutto più difficile perchè non c’è un codice e molto accade spesso per caso e con violenza inaudita». I clan polverizzati sostituiti da baby gang senza scrupoli sono la forza («segno che negli ultimi dieci anni il contrasto è stato vincente») ma anche la debolezza di chi in questo momento, e negli ultimi cinque anni, rappresenta lo Stato. Sono almeno quattro i focolai che preoccupano di più. A Forcella fino a dieci anni fa comandavano i Giuliano- Mazzarella poi sono nate nuove allenze e i «i nuovi Giuliano» si sono alleati con i Sibillo. Due mesi fa i Sibillo hanno avuto una vittima che ancora non è stata vendicata e ci sono molti segnali di un’alleanza finita. Nel quartiere Sanità una volta dominavano i Misso, adesso hanno preso il comando gli Esposito-SequinoSavarese. Ma Sanità e Forcella sono confinanti e i morti del 2015 raccontano che molto sta cambiando anche qua. E poi a nord e a sud del centro storico, a Soccavo, il rione Traiano dove comandano i D’Ausilio e i Pulcinelli. E il Conocal, quartiere Ponticelli. «Il malato è qui, la diagnosi è chiara» dicono gli investigatori dell’Arma. «Ma noi possiamo chiudere la catena logistica, mettere nell’angolo di volta in volta un gruppo e l’altro. Il problema è che manca la medicina per curare il male». Che riproduce subito una nuova banda. Altre paranze. Altri morti.

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