Il rifiuto dell’antisemitismo alla base dell’Europa moderna

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Era difficile immaginare che il Mein Kampf venisse distribuito in allegato con un quotidiano in tutte le edicole italiane, alla stregua di un giallo di Agatha Christie o Patricia Cornwell

Certo era difficile immaginare che a 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, un testo come il “Mein Kampf”, ovvero il manifesto politico di Adolf Hitler, venisse distribuito in allegato con un quotidiano in tutte le edicole italiane, alla stregua di un giallo di Agatha Christie o Patricia Cornwell. Eppure è proprio quello che ha fatto “Il Giornale” suscitando, come era ovvio, reazioni sbalordite o indignate. In tanti hanno provocatoriamente proposto alla testata di proprietà della famiglia Berlusconi, di distribuire ora “Il diario di Anna Frank” se davvero l’intento della pubblicazione di uno dei testi sacri del nazismo è quello di “capire” come nasce il male, secondo quanto ha detto lo stesso direttore del Giornale. Noi tuttavia, pur comprendendo il senso delle provocazioni, non crediamo che “il diario di Anna Frank” e “Mein Kampf” possano essere messi sullo stesso piano, come fossero due testimonianze storiche fra le altre, senza un rapporto vivo col nostro presente; e anzi in un certo senso la diffusione del testo di Hitler segna il superamento di una soglia. E di questo bisogna tener conto.

La questione, d’altro canto, in un certo modo è sempre aperta: l’antisemitismo percorre come un fiume carsico la storia europea, e in modo specifico e inedito la storia contemporanea del continente. Ancora oggi pulsioni antisemite tornano ad animare partiti e gruppi, quasi fossero un inevitabile corollario dei periodi di crisi economica, sociale, politica; tanto più nel momento in cui la stessa costruzione dell’Unione è messa in discussione. Movimenti e partiti nazionalisti e xenofobi, antieuropeisti a vocazione autarchica – dall’Ungheria, alla Polonia, alla Francia, alla Germania, alla Gran Bretagna, all’Italia – sono sorti in questi anni e cercano ora intese e unità d’azione.

L’Ungheria di Viktor Orban ha aperto la strada, non per caso il World Jewish Congress (la federazione internazionale delle organizzazioni e ebraiche) segnalò con allarme già negli anni scorsi quanto stava avvenendo a Budapest dove oltre a un premier nazionalista, cresceva il partito di estrema destra Jobbik; quest’ultimo vuole ora mettere insieme una ‘nuova’ Europa, quella dei muri, dei nazionalismi, delle etnie divise dai confini. E’ la negazione del principio di cittadinanza e il trionfo delle piccole patrie. Qualcosa che riguarda più il sangue che non la tutela dei territori.

Certo i leader di una parte di questi movimenti sono attenti a non pronunciarsi in modo esplicitamente antisemita, e però è un fatto che all’interno di simili gruppi cresce e si rinfocola anche l’antico morbo dell’antisemitismo. Non può quindi essere considerato un caso che queste correnti tornano a farsi sentire quando la discussione su migranti, profughi, e stranieri in senso generale, alimenta spinte politiche razziste, paure, rabbia e naturalmente consenso costruito non di rado sulla disperazione sociale. In questa prospettiva, è allora possibile scorgere nell’antisemitismo il dna del razzismo europeo, la sua fonte e radice originaria, pur tenendo conto di cambiamenti e differenze fra le varie situazioni e i diversi passaggi politici.

Di certo, il rifiuto dell’antisemitismo è alla base della costruzione europea del dopoguerra; se la presa di coscienza di quanto era avvenuto nei campi di concentramento non è stata immediata e uniforme nell’opinione pubblica, e sono stati necessari alcuni decenni affinché l’Europa intera accettasse di aver consentito l’esistenza dei lager, è comunque innegabile che l’Europa moderna e la sua faticosa unione sono figlie di Auschwitz. Quest’ultimo è diventato il simbolo di tutti gli orrori del conflitto che devastò il continente da Mosca a Parigi, di un “mai più” che doveva poi trovare la faticosa strada dell’unione commerciale e politica per trasformare quel monito nella possibilità concreta e reale di espellere la guerra e le persecuzioni dai proprio confini e dal destino delle generazioni future fino ai nostri giorni.

Forse non è nemmeno un caso che diversi leader cristiani sono stati fra gli artefici di quell’operazione, dall’italiano Alcide de Gasperi al tedesco Konrad Adenuaer, ai francesi Robert Schuman a Jean Monnet. Era un cristianesimo nuovo quella che prendeva forma nell’immediato dopoguerra, che si lasciava progressivamente alle spalle l’antisemitismo della Chiesa; il mutamento prenderà forma definitiva nel Concilio Vaticano II con la dichiarazione “Nostra Aetate”, il testo che cancella l’accusa di deicidio rivolta agli ebrei e cambia la storia delle grandi religioni – non solo del cattolicesimo – aprendo al dialogo e al confronto fra di esse. In tal senso è qui e non nel confessionalismo preconciliare di cui sono appassionati certi ambienti ultranzionalisti europei, che vanno rintracciate le radici cristiane d’Europa o, come spiega papa Francesco, in quelle espressioni di amore e solidarietà, in quel principio di fratellanza dal quale scaturisce la forza del Vangelo. E di certo “Nostra Aetate” andrebbe annoverata fra i documenti più importanti della storia europea contemporanea.

Se dunque le correnti liberali e socialiste fra ‘800 e ‘900 attirarono diversi intellettuali e militanti di origine ebraica, è anche a causa dell’antisemitismo che percorreva il cristianesimo, quello cattolico a Roma quello ortodosso russo a Mosca. Le persecuzioni degli ebrei proseguirono poi oltrepassando, come è noto, le barriere ideologiche, in un delirio di morte senza fine. Di questa storia un capitolo è stato scritto da noi, nel nostro Paese, durante il fascismo, nel 1938 con le leggi razziali; e troppo spesso si sorvola su questa pagina come se tutta la vicenda fosse ‘solo’ tedesca o orientale. E’ di questo che parliamo quando parliamo del “Mein Kampf” e dell’Europa, è il superamento tremendo di quest’abisso che ci ha portato ad essere europei e tali resteremo finché, passando attraverso tutte le crisi sociali e le traversie economiche e politiche, inevitabili circostanze della storia, ce lo ricorderemo.

Infine, in materia di documenti storici, ci pare giusto lasciare anche noi la parola a una testimone, e precisamente alla giovane intellettuale di origine ebraica Etty Hillesum, morta ad Auschwitz nel 1943, che decise di condividere volontariamente la sorte toccata alla sua gente. “E’ vero – scriveva nel luglio del ’42 nel suo celebre diario – ci portiamo dentro proprio tutto, Dio e il cielo e l’inferno e la terra e la vita e i morti e i secoli. Uno scenario, una rappresentazione mutevole delle circostanze esteriori. Ma abbiamo tutto in noi stessi e queste circostanze non possono essere mai così determinanti , perché esisteranno sempre delle circostanze – buone e cattive – che dovranno essere accettate, il che non impedisce poi che uno si dedichi a migliorare quelle cattive. Però si deve sapere per quali motivi si lotta, e si deve cominciare da noi stessi, ogni giorno da capo”.

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