Il ragionier Fantozzi è un leader tragicomico

Cinema
fantozzi

Tornano in sala 40 anni dopo il primo e il secondo film restaurati. Paolo Villaggio è felice: “Mi sembra una cosa pazzesca. Sento di entrare fra i grandi, forse non devo più temere la morte”

I mitici film di Fantozzi, quelli con il ragionier Ugo alla guida della Bianchina, impiegato senza qualità della Megaditta, sposato con la sfiorita Pina, padre della mostruosa Mariangela, corteggiatore senza fortuna della collega panterona signorina Silvani, sì proprio loro che ci fanno ancora ridere a crepapelle, tornano in sala, restaurati. Il primo Fantozzi (il 26, 27 e 28 ottobre) e Il secondo tragico Fantozzi (il 2, 3 e 4 novembre). «È una cosa curiosa e graziosa mi sembra», dice in un’intervista Paolo Villaggio. Solo? «Beh no, per la verità mi sembra una cosa pazzesca».

Dopo i primi cinque minuti, il dialogo con l’attore, comico, scrittore, sceneggiatore genovese che ha 82 anni («di solito ne dichiaro 87 così per sentirmi dire “come se li porta bene gli anni”, provi anche lei, funziona») prende un altro tono, meno fantozziano si può definire. «Ho sempre pensato di non farcela. Da giovanissimo con Fabrizio (De André, ndr) avevamo il sospetto che non avremmo sfondato. Io poi vedevo i film di Totò in televisione, quelli di Stanlio e Ollio, non parliamo di Alberto Sordi, ma non pensavo addirittura di arrivare ad avere l’onore di essere restaurato come un grande e tornare per la porta principale del cinema. Devo ammettere – dice con una bella voce squillante – che da un paio d’anni ho la consapevolezza di avercela fatta. E sa perché? Mi incontrano per strada e mi fanno le feste, mi abbracciano, soprattutto le donne. E mi dicono “grazie perché con Fantozzi ci hai insegnato molte cose prima di tutto ad accettarci”».

Gli inizi

Crede, probabilmente a ragione, Villaggio che dal 1975, nascita del ragionier Ugo, ad oggi i tempi siano cambiati, in peggio lavorativamente e sindacalmente parlando, mentre la considerazione che abbiamo maturato del personaggio è migliorata proporzionalmente. «Fantozzi all’inizio ci faceva ridere, ma veniva considerato un vicino di casa cretino, poi lentamente noi italiani ci siamo scoperti, proprio come lui, almeno per l’80% incapaci di essere competitivi e per una buona parte purtroppo anche dei falliti rispetto alle proprie aspirazioni. In tempi di esodati e di jobs act se mi permette – dice Villaggio – Fantozzi è un tragicomico leader. Un bel paradosso».

Come fu che nacque Fantozzi? «La parte comica venne fuori in un certo senso come eredità di un mio soggiorno a Londra da cameriere e poi successivamente come cabarettista in navi da crociera, quella più tragica dal mio lavoro alla Cosider come impiegato. Fantozzi coglieva il lato tragico dell’italiano medio, talmente tragico da far ridere. In quell’Italia così competitiva di quegli anni sembrava un pagliaccio, un clown da circo, quasi un estraneo, mentre ora ci si può riconoscere tutti, persino con gratitudine».

Il futuro

Villaggio ha scritto una trentina di libri, otto solo su Fantozzi che al cinema fu rappresentato in 10 pelliAn. Sa. cole, a partire da quella prima, datata 1975, diretta da Luciano Salce, su soggetto dello stesso Villaggio e sceneggiatura di Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Salce e Villaggio. «Questo tornare al cinema con Fantozzi mi fa comodo – aggiunge -, sento di entrare tra i grandi. Mi spiego: Fellini, Monicelli, Moravia non avevano paura di morire, sapevano che comunque sarebbero sopravvissuti attraverso i loro film. A questo punto mi rassereno, forse non devo più temere la morte». Villaggio, non sia così giù: «Mi accade questo: vedo in tv programmi sul futuro della terra, viaggi su Marte e sinceramente mi rode che non potrò vivere quegli anni, chissà cosa mi perderò».

Ma tante cose belle ha visto e vissuto, non trova? «Ho avuto una vita molto felice e me la sono costruita con accanimento scientifico. Ho visto un Tognazzi meraviglioso, straordinario, un Pozzetto comico buonissimo, ho conosciuto Moniceli, la persona più onesta mai incontrata. Ne ho fatte di cotte e di crude. Posso finire qui e dire che ho vissuto».

Vedi anche

Altri articoli