Il Procuratore antimafia: “Lo scandalo dell’Irpinia non si ripeterà”

Terremoto
ANSA / Roberto Salomone

“I rischi di infiltrazione sono sempre alti. La ricostruzione post terremoto è storicamente il boccone ghiotto”

“I rischi di infiltrazione sono sempre alti. La ricostruzione post terremoto è storicamente il boccone ghiotto di consorterie criminali e comitati d’affari collusi. Però va detto che abbiamo alle spalle gruppi di contrasto consolidati, esperienza, attività importanti. E abbiamo il modello dell’Aquila, che ha funzionato. Siamo pronti”.

Intervistato da Repubblica, il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti assicura: “Non si ripeterà lo scandalo dell’Irpinia”.

“Dietro quelle migliaia di morti c’erano la selvaggia cementificazione e gli affari dei clan: all’inizio individuammo i Nuvoletta”, ricorda Roberti, giudice istruttore a Sant’Angelo dei Lombardi all’epoca del terremoto dell’Irpinia del 1980.

“Senza voler minimamente affrettare giudizi, vedo che anche qui nel 2016 sono tanti gli edifici sbriciolati, anche pubblici. Troppi. L’esperienza e le acquisizioni scientifiche e giudiziarie ci dicono che se una casa e’ costruita bene, se sono state rispettate le norme antisismiche, di fronte a un evento drammatico quel corpo di fabbrica può lesionarsi, incrinarsi, ma non può polverizzarsi e implodere. Ecco perché, senza azzardare previsioni, immagino ci sia molto da approfondire”.

Nell’indagine sulla ricostruzione post-terremoto, da pm a Napoli, “ritrovammo le stesse magagne, gli stessi imbrogli. Addirittura imparammo a distinguere il calcestruzzo ‘gettato’ da quello ‘pompato’. Le imprese legate ai clan di camorra impiegavano il primo, piu’ scadente e meno sicuro, ma registravano di aver usato il secondo, più sicuro e compatto”, racconta Roberti.

Nell’intervista il procuratore spiega perché ha detto che “non basta l’Anac”: “L’Anticorruzione fa bene il suo lavoro di prevenzione della corruzione, nella acquisizione e gestione degli appalti, mentre la procura nazionale svolge il suo monitoraggio sugli eventuali collegamenti mafiosi delle imprese che concorrono agli appalti”.

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