Il problema numero uno, gli sfollati che non vogliono andare via

Terremoto
Persone sfollate all'interno dei campi sportivi vengono accolte dalla protezione civile per passare la notte, Fabriano, 31 ottobre 2016.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Davanti a una scelta dolorosissima. Ma restare lì è troppo pericoloso

Lo si era già capito ieri, nelle ore della tragedia, lo si è visto meglio stamattina a Norcia: tante persone ormai senza casa, senza niente, che non hanno intenzione di lasciare le loro terre. Mentre la Protezione civile è impegnata a ricoverarle negli alberghi sulla costa o, per quello che riguarda l’Umbria, quelli del lago Trasimeno.

Sono migliaia di persone. Che hanno davanti agli occhi la casa sbriciolata o gravemente lesionata con dentro le proprie cose, documenti, soldi, ricordi, vestiti, tutta un’esistenza. E non possono rientrare a prendere le proprie cose. E’ troppo pericoloso. Si rischia la vita.

E ci sono allevatori che non intendono abbandonare l’unica fonte della propria sussistenza e, in fondo, una ragione di vita: i loro animali, mucche, suini, quello che è.

Ma è troppo pericoloso restare lì.

Le tende, chiedono a Norcia. Certo, le tende di oggi non sono quelle di trent’anni fa. Sono ambienti relativamente confortevoli. Il fatto è che oggi, su tutta Italia, c’è un bel sole. Ma che facciamo quando pioverà, quando gelerà? E poi, chi può assicurare che il maledettissimo sciame non colpisca ancora pesantemente? Chi vorrebbe stare nel fango dopo la pioggia mescolato alla polvere di eventuali nuovi calcinacci?

Matteo Renzi lo ha detto: “Non possiamo avere le tende per qualche mese in montagna  sotto la neve. Gli alberghi ci sono, per tutti. Ma molti dei nostri connazionali non vogliono lasciare quelle terre nemmeno per qualche settimana. Dunque dovremo gestire al meglio questa prima fase, l’emergenza”.

Restare non sembra possibile, andar via sembra troppo doloroso: in questa tragica tenaglia si stanno dibattendo migliaia di italiani restati senza niente.

Questo è il problema principale, adesso. Però per favore non si parli di “deportazione”, come qualcuno ha cominciato a fare: non si può negare il diritto a chi vuole di restare lì, di sistemarsi, certamente fornendogli assistenza. A suo rischio e pericolo. Ma la strada sembra l’altra, però: andare via. Per qualche tempo. Andare via – una scelta lancinante – come gli sfollati di una guerra. Perché è  come una guerra. Ma questa volta lo Stato c’è.

Ed è uno Stato finalmente unito, dinanzi a una tragedia come questa. Si vedono barlumi di unità nazionale. Su questo, non sul resto, com’è assolutamente giusto. C’è subito un primo test: la condivisione del decreto che stanzierà fondi per il nuovo terremoto. Lì si parrà la nobilitate di Grillo, Brunetta e gli altri. Una bella prova, per loro.

 

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