Il pressing di Franceschini: non riduciamo l’art bonus

Festa de l'Unità

Dalla Festa de l’Unità, il ministro della cultura si rivolge ai suoi colleghi di governo per mantenere nella prossima legge di stabilità le detrazioni al 65%

INVIATO A MILANO – “Le grandi imprese italiane non stanno facendo la fila per investire. Le risorse private non sostituiranno mai quelle pubbliche, ma devono integrarsi”. È l’allarme – e insieme l’appello – lanciato dal ministro della cultura Dario Franceschini dalla Festa de l’Unità. L’introduzione dell’art bonus sta favorendo gli investimenti dei privati a sostegno di musei e fondazioni ma manca ancora il contributo dei più importanti imprenditori. La strada – insiste Franceschini – è comunque quella giusta. E, aggiunge la responsabile cultura del Pd, Lorenza Bonaccorsi, “anche noi come partito dovremo mettere più energia per comunicare meglio questa opportunità”.

Per questo, il ministro della cultura si rivolge ai suoi colleghi di governo e al premier Renzi in vista della stesura della prossima legge di stabilità: “Si era deciso che le detrazioni per l’art bonus scendessero al 50% quest’anno, speriamo invece di confermarle al 65%”. Franceschini rivendica il lavoro fatto nell’ultimo anno, nell’integrazione di tutela e valorizzazione dei beni culturali. “Non ci sarà mai mai un museo italiano tra quelli più visitati al mondo – spiega – perché noi non abbiamo grandi musei nazionali, ma sono tutti sparsi per il territorio. Lo scorso anno, comunque, abbiamo superato i 40 milioni di visitatori solo nelle strutture statali, quanto i cinque più grandi musei del mondo messi insieme”. Il merito, ci tiene a precisare il ministro, è anche delle nuove politiche tariffarie, che hanno fatto riscoprire le strutture anche agli stessi cittadini che ci passavano davanti ogni giorno ma magari non erano mai entrati a visitarle.

Oltre ai visitatori, sono aumentati anche gli incassi. Da questo punto di vista, però, il nostro paese è ancora lontano dai modelli virtuosi che esistono altrove. “Su 420 musei – spiega Franceschini – solo 4 hanno un ristorante e l’85% non ha nemmeno un bookshop”. Anche per questo, il ministro difende la scelta di alcuni nuovi direttori stranieri per i musei italiani, per importare anche nuove esperienze, e sottolinea la bontà della decisione di rendere autonoma sul piano finanziario ciascuna struttura.

Un passo avanti sottolineato anche da Christian Greco, direttore del Museo egizio di Torino: “Ho trovato le polemiche sui direttori stranieri molto provinciali. Quando io ho diretto il museo di Amsterdam, lì nessuno ha avuto niente da ridire”. L’autonomia finanziaria, poi, rappresenta un’opportunità – spiega – per consentire ai musei di investire maggiormente in ricerca, che è “alla base sia della valorizzazione, sia della tutela”. L’unica critica alla riforma introdotta dal governo riguarda invece la durata ridotta dei mandati dei nuovi direttori dei musei statali (un tema che quindi non lo riguarda personalmente): “I risultati di quello che sto iniziando a fare io, ad esempio, si vedranno se va bene tra dieci anni. All’estero esistono forme di contratto diverse, che consentono ai direttori di andare avanti, ovviamente essendo giudicati sulla base di quello che si fa”.

Infine, Franceschini rilancia anche l’idea dei “caschi blu della cultura”, che dovrebbero tutelare il patrimonio artistico e culturale internazionale a rischio di attacchi terroristici: “Una proposta che ha fatto strada, con un documento approvato dall’Unesco e una discussione all’Onu e una alla riunione dei ministri della cultura di tutto il mondo, che si è svolta qui a Milano. Se il patrimonio culturale è di tutti, deve essere l’intera comunità internazionale a occuparsene”.

 

(foto di Stefano Minnucci)

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