Il mio porta a porta per Hillary tra le strade dell’Ohio

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Partecipando alla campagna per le primarie americane mi accorgo di come qui la maggior parte delle persone sia disposta a parlare e non odi la politica in maniera pregiudiziale

Il super martedì delle primarie americane termina con i festeggiamenti dei sostenitori di Hillary Clinton. L’ex segretario di Stato americano aumenta il suo vantaggio sul senatore Bernie Sanders (un distacco ormai quasi incolmabile) e, soprattutto, mette a segno un importante risultato in Ohio, uno Stato – come mettono in evidenza diversi analisti – da sempre emblematico e premonitore delle elezioni vere e proprie.
Abbiamo seguito lo spoglio nei quartieri generali degli sfidanti alle primarie, a Olentangy, in un club con vista sul fiume che bagna Columbus, la capitale dello Stato.
Il giorno dell’ultima chiamata alle armi
La vittoria di Hillary Clinton arriva dopo una grande campagna di mobilitazione. Abbiamo partecipato alla giornata delle primarie e alla cosiddetta operazione “get out the vote” con la delegazione dei partiti socialisti e democratici d’Europa, Pse e di altre parti del mondo (Israele, Nuova Zelanda, Argentina, Cile). Lo abbiamo fatto al telefono e tramite il porta a porta.


 

Quanto all’organizzazione, c’è da dire che i quartier generali di Sanders e Clinton sono piuttosto differenti tra di loro. Più professionale e organizzato quello dell’ex segretario di Stato. In entrambi, comunque, abbiamo svolto un training di pochi minuti prima di andare sul campo. E come tutti i volontari, siamo andati a bussare e a suonare direttamente alle porte di persone già segnalate come votanti nelle scorse elezioni (quindi più propensi al voto) e di alcuni probabili elettori democratici (la storia degli elettori viene tracciata e conservata).

 

Messaggi semplici e diretti

Il training dura pochi minuti e motiva con poche parole il volontario a perseguire un unico obiettivo: persuadere il votante e assicurarsi che prenda il proprio impegno a votare. Noi europei ci siamo chiesti come rispondere a eventuali domande sui programmi, contenuti e su possibili critiche. E mentre scherzavamo sul fatto di non conoscere le parole chiave del candidato in questione, quello che veniva messo in evidenza nella preparazione del porta a porta era soprattutto l’azione: andate, bussate e chiedete a vostra volta. Il mantra era soltanto uno: un voto democratico per le primarie. La supremazia del fare!

L’esperienza sul campo
Tra le strade di un quartiere popolare di Columbus, le porte si aprono convintamente e in molti dichiarano la propria intenzione di voto (spesso democratica). Qualche volta ci si ferma sui gradini di legno delle case americane con un repubblicano che protesta perché non vuole farsi consigliare (lui dice influenzare) da chi non è americano, altre volte sono piuttosto eloquenti i cartelli appesi fuori dalle porte o i cani sguinzagliati: state alla larga. Ma la maggior parte delle persone è disposta a parlare e non odia la politica in maniera pregiudiziale.
Quindi sì, anche da noi si può fare un porta a porta se – come insegna Daraka Larimore Hall – la politica viene vista come uno sport di squadra. Occorre costruire bene il team, la strategia e il fatto che si vedano persone in carne e ossa che impiegano il loro tempo perché credono in un’idea rende il messaggio più solido e credibile. Così dice lui, segretario del partito in California dove hanno vinto le elezioni.
Piccole note a margine
L’obiettivo del tour negli Stati Uniti è simile a quello di tutti gli altri paesi europei e anche loro sono alle prese con la stessa riorganizzazione dei partiti: campagne dal basso, porta a porta, utilizzo dei famigerati big data, fundarasing. Anche le tematiche affrontate sono molto simili alle nostre politiche: lavoro, economia, immigrazione e l’avanzata di populismi di destra.

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